Dischi che escono – 05/02/2017

Questa è la maxi-storia di come la settimana musicale sia finita (29/01/2017 – 04/02/2017)

 


Big Wreck
Grace Street

Rock, ole

L’highlight
A Speedy Recovery

Per chi apprezza
Il rock semimorbido

Ian Thornley è un bestione ma ha da sempre avuto un cuore d’oro, anche quando giocava al post-grunger nei brani più rocciosi del suo progetto pseudo-solista. “Grace Street”, probabilmente il lavoro più valido dei Big Wreck post-rifondazione, è un album morbidissimo, dalle fondamenta nel rock classico (e perché no, da classifica) che però non si spaventa d’allungarsi in suite di media complessità, o di perdersi nella semi-improvvisazioni di strumentali di gran pregio (oltre a essere un plausibile clone di Chris Cornell, Thornley è anche un mostro di chitarrista solista). Tra i punti di forza, come sempre, le tantissime ballate, misurate e dolci quel che basta per non diventare stucchevoli. – Riccardo Coppola


Black Star Riders
Heavy Fire

Hard Rock, Nuclear Blast

L’highlight
Dancing With The Wrong Girl

Per chi apprezza
Il classic rock pompato con steroidi moderni

Proprio mentre in tutto il mondo non si fa altro che parlare di muri grazie a Trump ed altri appassionati floydiani, i Black Star Riders mettono in piedi uno dei più sinceri ponti, che collega il glorioso passato di Scott Gorham e il nuovo percorso roccioso della band. L’onestà del terzo lavoro degli eredi dei Thin Lizzy si basa proprio sull’amore per la vetusta ma frizzante tradizione di primo hair metal, usando quel tocco ormai vintage a cavallo tra Quiet Riot e Sammy Hagar per tirar fuori nuovo materiale dalle venature moderne, fatto di riffoni stile Lynott e eserciti di chitarre di notevole potenza. “Heavy Fire” in poche parole mette d’accordo tutti, giovani e attempati, belli e brutti, ed è soprattutto l’ennesima (e forse oggi più pura) dimostrazione che l’attitudine e la qualità alla fine prevalgono sempre. Anche sui dati non proprio confortanti delle carte d’identità. E sulle copertine orribili. – Giulio Beneventi


Communions
Blue

Indie Rock, Indipendente

L’highlight
Come On, I’m waiting

Per chi apprezza
La sensazione di già sentito

Appena è partita l’opener “Come On, I’m Waiting”, ho esclamato “Ohibò, qual deflagrazione di ipotalamo”. I Communions non sono malvagi, ma suonano con un incessante riverbero di già sentito, tra gusto retrò e odioso riverbero che fa tutto The Smiths meno depressi. Il tentativo disco di “Passed You By” dà solo l’impressione di sentire i Culure Club, almeno nella strofa, “Don’t Hold Anything Back” sono i Pixies che non hanno superato il muro di Berlino. Insomma, tutto nella norma, ma con un’acidità di stomaco di già sentito. Uff, peccato, perché la voce a la Courtney Love non distrutta da alcool e droga è valida (anche se il cantante fisiognomicamente pare uscito da Dawson’s Creek). – Andrea Mariano


Elbow
Little Fictions

Pop Rock, Concord Records

L’highlight
Trust the Sun

Per chi apprezza
Il pop rock d’atmosfera

Non male. Pop piacione ed etereo, che fa bagnare le pischelle e le meno pischelle, ma che ha una sua dignità. Se le linee vocali fossero un po’ più varie sarebbe davvero bello, ciò nonostante “Little Fictions” ha un suo fascino. “Trust the Sun” è il gioiello dell’album: parte lento, rimane lento, ma in qualche maniera ammalia. Sting meno borioso, meno barocco, per questo degno, lo ripetiamo, di attenzione. – Andrea Mariano


Fast Animals and Slow Kids
Forse non è la felicità

Rock, Woodworm

L’highlight
11 giugno

Per chi apprezza
L’argento vivo

“Come un asteroide, ma senza far rumore” dicono nella traccia d’apertura, e al contrario i Fast Animals and Slow Kids si fanno più grossi e rumorosi, finendo per assomigliare sempre più a dei Foo Fighters in versione da stadio ma con dei testi meno cazzoni e più nichilistici. I quattro di Perugia sono promettenti e hanno sempre una bellissima energia; il disco ha anche una bella copertina e degli spunti interessanti, seppur venga lasciato il sentore amarognolo della produzione e pubblicazione un po’ frettolosa, per cavalcare enfaticamente l’onda camuffando quest’esigenza con quella di voler adottare un approccio più punk. I migliori momenti -che spiccano ancor di più nel contesto appena descritto- su “Montana”, tra psichedelie e disperazioni vocali che biasimano l’abitudine e la stabilità. – Davide Fadani


Marcus Fjellström
Skelektikon

Elettronica, Miasmah

L’highlight
Aunchron

Per chi apprezza
L’inquietudine

Il mondo ha bisogno di nuovi Jean Michel Jarre, sempre. Il buon Marcus Fjellstrom, classe ’79 e al settimo album uscito a suo nome nonostante una nutrita schiera di colonne sonore e collaborazioni con lo Swedish Royal Ballet, potrebbe per svariati motivi iscriversi a questo club di pazzi, visionari e creatori di strani universi sonori. “Skelektikon” è un’agitata e deliziosamente terribile danza di fantasmi e anime irrequiete, sulle note di sintetizzatori taglienti come lame, di tasti di pianoforte pigiati con terribile perseveranza dalle fredde mani della morte, di percussioni che sembrano colpite da scricchiolanti ossa. Terrificante. Ascoltatelo tutto mentre non fate niente, di notte, a luci rigorosamente spente. Poi però raccontatemi com’è, perché io non me la sono sentita. – Riccardo Coppola


Duke Garwood
A Garden of Ashes

Singer/Songwriter, Heavenly

L’highlight
Sleep

Per chi apprezza
La stasi e la sconfitta

Duke Garwood te l’immagini seduto ai piedi di un albero, con una camicia spessa e spiegazzata, barba significativa, tabacco da masticare, una chitarra. Con lo sguardo triste, ad andar biascicando e blaterando i suoi pezzi. Con quel crooning un po’ strafottente, un po’ sofferente e un po’ romantico che, tra tributi ai maestri Cave e Lanegan, trova la sua compiutezza proprio nel non andare da nessuna parte. “Un giardino di ceneri” è un titolo praticamente perfetto: indolente, letargico e sconfitto come un bluesman abbandonato da settimane in mezzo al deserto, Garwood canta canzoni d’amore e d’addio, ballate post-apocalittiche tinteggiate di pessimismo, esauste ninne-nanne. Ma l’estrema cura al dettaglio dei suoi arpeggi, del suo strisciar le dita lentamente lungo il manico della chitarra, del suo intrecciare la voce con femminili contrappunti, rendono questo suo sesto album assolutamente delizioso. – Riccardo Coppola


The Gathering
Blueprints – Demos and Outtakes

Alternative Rock, Psychonaut Records

L’highlight
Forgotten, un’oasi di pace assoluta. Anche in versione demo

Per chi apprezza
L’ideale anello di congiunzione tra Mike Oldfield, i Portishead e il doom metal

Che fine hanno fatto i The Gathering? Bella domanda. Concluse le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario della band con la pubblicazione del mastodontico live album “TG25: Live at Doornroosje”, le tracce degli olandesi sembrano essersi perse nel nulla. Dallo stesso nulla ecco spuntare “Blueprints – Demos and Outtakes”, raccolta di outtakes, demo e tracce inedite risalenti alle recording sessions di “Souvenirs” e “Home”, gli ultimi album con Anneke van Giersbergen alla voce, sicuramente i più sperimentali e i più intensi di tutta la loro carriera. Se il materiale d’archivio è parecchio e a tratti accattivante – ma non aspettatevi perle rare: per quelle rispolverate i due dischi di cui sopra – è l’assoluta mancanza di prospettive che attanaglia una formazione protagonista di un’evoluzione stilistica quasi sempre impeccabile a lasciare amareggiati. “Blueprints” sarà anche un regalo di discreto valore per i fan ma non colma minimamente il vuoto di un’assenza diventata ormai dolorosa. – Marco Belafatti


Judas Priest
Turbo 30

Thrash Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Pulizia e potenza sonora

Per chi apprezza
Vestirsi di pelle e urlare “80es never dies”

Album ai tempi bistrattato, poi rivalutato, oggi rimasterizzato. E accompagnato da un secondo ciddì con un concerto dell’epoca fino ad ora inedito. Tutto molto bello, tutto molto pulito. Difficile trovare delle remastered così ben fatte a livello sonoro: pulizia che non intacca la potenza dei Judas Priest. Un po’ meno la registrazione live di “Kansas City”, ma non è di qualità infame, sia ben chiaro. Chi ha il vinile potrebbe farci un pensierino, chi ha già il ciddì potrebbe divertirsi ad ascoltare le differenze tra le due versioni. Ma dovete essere malati. Come il sottoscritto, insomma. – Andrea Mariano


Moon Duo
Occult Architectures Pt. 1

Dark Wave, Sacred Bones

L’highlight
Will Of The Devil

Per chi apprezza
L’acida tenebra elettronica dei primi anni ’80

Prendete la Dark Wave e piazzateci i Moon Duo. Punto. Se per qualcuno Cristo si è fermato a Eboli, per noi i Moon Duo si sono fermati nel 1983, tra Joy Division, un certo David Bowie inacidito e cupo, e provini registrati leggermente meglio di “Eneide di Krypton” dei Litfiba. Non è nemmeno una questione di “bello” o “brutto”: Occult Architecture Vol. 1″ piace o non piace. Per i cultori del genere sarà un buon ascolto, il resto del mondo può far spallucce, pur con un certo rispetto. – Andrea Mariano


Mumford & Sons
Live from South Africa: Dust and Thunder

Rock, Sony

L’highlight
Wona: la polverosa tradizione Americana incontra i ritmi sudafricani

Per chi apprezza
Sorridere, ballare e cantare in compagnia di folle di sconosciuti

Prima gli Stati Uniti d’America, ora il Sud Africa: la magia si ripete. Ovunque facciano tappa, Marcus Mumford, Winston Marshall, Ted Dwane e Ben Lovett si portano dietro un’ondata di allegria che travolge tutti. Dal pubblico, che salta e canta a squarciagola nelle arene più affascinanti del globo, da Denver a Pretoria, fino agli artisti locali, immancabilmente chiamati sul palco per unirsi alla festa con qualsiasi strumento musicale a disposizione. Testimonianza diretta della qualità non solo artistica ma anche umana dei Mumford & Sons, “Live from South Africa: Dust and Thunder” viene finalmente pubblicato in formato fisico dopo essere stato proiettato sul grande schermo. Immortalando in 4K una delle trionfali date in Sud Africa – col preziosissimo supporto di un master audio 5.1 – il regista Dick Carruthers cattura il cuore della band e l’essenza delle sue canzoni. E se per comprendere davvero la magia che si crea ad ogni concerto dei Mumford & Sons bisognerebbe innanzitutto viverla in prima persona, questo concert-film è un’esperienza di cui nessun fan dovrebbe privarsi. Soprattutto in edizione deluxe, per gustarsi il documentario “We Wrote This Yesterday”, scoprire l’impatto di questa calda e lontana terra sulla band, assistere alla nascita di nuovi pezzi in compagnia degli artisti incontrati lungo la strada. Ma soprattutto per ricordarsi che la musica può abbattere qualsiasi confine. – Marco Belafatti


Soen
Lykaia

Prog Metal, UDR

L’highlight
Parabola

Per chi apprezza
Le fotocopiatrici

Come quelle persone del sesso che v’attrae che vi limitereste a definire “interessanti”, o peggio ancora “simpatiche”, senza mai spingervi troppo oltre con i complimenti. I Soen sono esattamente così, una band che si può definire “onesta”, “accettabile”, volendo esagerare “valida”. Arrivato al terzo studio album che sembra -per l’originalità messa in campo- la seconda ripubblicazione dell’esordio, il supergruppo fondato per volere del talentuoso batterista ex-Opeth Martin Lopez continua a battere la strada del tritissimo prog lamentoso e lento, depresso e oscuro, infine inconcludente. Chiarita l’assoluta mediocrità della proposta anche se considerata a se stante, è importante infine anche ricordarsi dell’esistenza dei Tool e appunto degli Opeth (ma soprattutto dei Tool), band di cui i Soen sono da sempre non una semplice riproposizione, ma praticamente un’allucinante, becera contraffazione. A ogni loro uscita associo i loro ascoltatori ai tifosi che si poggiano baldanzosi alla sbarra, indossando le magliette tarocche che vendono fuori dallo stadio. Tanto i colori sono gli stessi, no? – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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