Dischi che Escono – 05/03/2017

Selezione d’accompagnamento per hangover funesti o domeniche tristi (26/02/2017 – 04/03/2017)

 


Richard Barbieri
Planet + Persona

Ambient, K-Scope

L’highlight
New Found Land

Per chi apprezza
Gli spazi celesti e le riflessioni esistenziali

Ci sono ascoltatori esigenti, e ci sono dischi esigenti: quelli che non vogliono e non posso svelarsi a un ascolto distratto e in background, che pretendono assoluta dedizione e attenzione. Tendenzialmente le migliori esperienze d’ascolto musicale sono generate dall’unione di un ascoltatore esigente e di un disco esigente. E l’ultimo lavoro di Richard Barbieri (tastiera nei Porcupine Tree, nei Japan e in mille altri progetti) lo è: un mix pluristratificato ed elegantissimo di elementi di pura, glaciale elettronica, invasa da caldissime vampate di strumenti classici, di pianoforte, sassofoni. Asettici beat che affrontano la tintinnante grazia dei campanelli. Come dice già il titolo, è un dualismo che diventa una perfetta sovrapposizione, una cinematografica mise en scene di sogni fantascientifici, in cui trovare però, in ogni momento, un’anima umana. – Riccardo Coppola


Blaze Bayley
Endure And Survive (Infinite Entanglement Part II)

Heavy Metal, Blaze Bayley Recording

L’highlight
Dawn of the Dead Son

Per chi apprezza
l’Heavy Metal permeato di puro cuore e pura passione

Blaze Bayley, colui che per molti è “quello degli Iron Maiden nel periodo peggiore”, in realtà ha una carriera dalla qualità molto buona e da una fortuna quasi disastrosa. “Endure And Survive (Infinite Entanglement Part II)” è l’ennesima conferma di tutto ciò: album di onestissimo heavy metal, qualitativamente anche superiore rispetto a certi colleghi più blasonati e con sorprese che testimoniano per l’ennesima volta la duttilità della sua voce (l’acustica “Remember”), ma che putroppo in pochi si accorgeranno a causa di una distribuzione quasi amatoriale (la produzione, invece, è molto buona). La vita ha dato a Blaze molto meno di quanto avrebbe dovuto riservargli, ma lui ci mette sempre cuore e tanta passione. Dategli una possibilità, perché Blaze è molto, molto più di “Quello dei Maiden che ha sostituito Dickinson”. Molto, molto di più. – Andrea Mariano


Blanck Mass
World Eater

Elettronica, Sacred Bones

L’highlight
Silent Testament

Per chi apprezza
Il minimal e la diversità

Vi piace l’elettronica, tutto ciò che è dissonante ma che al contempo riesce a catalizzare la vostra morbosa attenzione da simil intellettualoidi della musica? Bene, questo disco fa per voi. E piacerà anche a molti altri fuori dalla vostra élite. Perché Blanck Mass qui è all’apice della sua maturità artistica, come direbbero quelli che scrivono di musica. Io, per facilitare la comprensione per tutti, dico semplicemente che World Eater è figo. Elettronica minimal e messaggi di protesta che ben si amalgamano. Chapeau. – Andrea Mariano


Danko Jones
Wild Cat

Pop, Sony

L’highlight
Let’s Start Dancing

Per chi apprezza
Ciò che il sottoscritto non particolarmente apprezza

È un limite del sottoscritto: non capirò mai fino in fondo l’utilità dei Danko Jones nel mondo della musica. Per la vostra gioia eviterò il discorso del “lì fuori ci sono migliaia di band notevolmente migliori di loro”, perché sarei solo populista e dai facili consensi. Ce la mettono tutta, ma non riescono a convincermi, anche se questo “Wild Cat” dalla copertina pregevolmente stile cinematografico anni ’60/’70 non è malvagio. A qualcuno aggraderà, al sottoscritto non fa né caldo, né freddo (lo reputo un punto a loro favore, sia ben chiaro). – Andrea Mariano


Giusy Ferreri
Girotondo

Pop, Sony

L’highlight
Sopravvivere all’ascolto

Per chi apprezza
Sostituire gli emo con vera roba depressiva

C’è chi dice in giro che “Girotondo” sia il disco della degna e precisa rottura nei confronti degli ultimi due album in studio della Ferreri. Ma piantatela lì, per favore: è una semplice e merdosa rottura di coglioni in generale, che se ascoltata anche solo una volta integralmente ti invoglia drammaticamente a sequestrare tutte le copie di questa Gigantessa stronzata, prendere il primo volo Roma-Bangkok, dirottarlo in una zona deserta e sacrificarti per il bene collettivo. Sono più che certo che qualcuno lo farà sul serio. I più pusillanimi tra di noi invece si rivolgeranno soltanto alla cancellazione della memoria (il cazzo che non mi scordo di te). E non li biasimo. Tutti gli altri poi già me li vedo, una bolgia di zombie pettinati come Morgan che sussurranno apaticamente alla fermata del pullman: “Fa Talmente Male”. Come se Walking Dead non avesse già scassato le palle da tempo immemore. – Giulio Beneventi


Khalid
American Teen

Pop/Soul, RCA

L’highlight
Coaster

Per chi apprezza
Il new soul

Dici Texas e subito immagini la polvere, l’afa, le pistole, gli alcolizzati. Fa quindi uno strano effetto pensare che un giovane afroamericano un po’ hipster provenga da El Paso, città situata nel bel mezzo di uno degli stati più conservatori d’America. Eppure, quello che potrebbe sembrare uno scherzo della natura (o una frecciatina delle case discografiche alle politiche del neoeletto Presidente Trump) è in realtà un giovane talento – un “American Teen”, per l’appunto – pronto a sbocciare e a far sentire la propria voce nel sempre più fiorente panorama new soul internazionale. Sulla scia del successo di gente come James Blake e The Weeknd, Khalid testimonia un rinato interesse per le voci rotonde, vagamente retrò, e la passionalità ardente del soul, oggi riproposte in ogni angolo del globo secondo chiavi di lettura elettroniche che spesso raggiungono picchi di modernità assoluta. Non è ancora questo il caso, ma il talento è evidente e in futuro potrebbe fruttare non poco. Tenete d’occhio questo giovanotto. – Marco Belafatti


Le Luci della Centrale Elettrica
Terra

Musica d’autore, Cara Catastrofe

L’highlight
Waltz degli scafisti

Per chi apprezza
Orientarsi con le stelle

C’è qualcosa di profondamente salvifico e disperatamente triste nell’ascoltare il recitar cantando di Vasco Brondi la domenica mattina in pieno hangover. Le atmosfere soffuse, poi i ritmi tribali, i tabla e i violoncelli, in ogni cosa rileggi in modo sfocato la perdizione della tua generazione e il disordine in cui vivi ogni santo giorno. Eppure per 36 minuti e 34 secondi, tra storie di connessione patologica ai social, notizie disumane che giungono dai fronti siriani e riflessioni di ancor più ampia portata, ti pare ancora di poter scorgere la poesia perduta e ristoratrice di un mondo sempre più vuoto e sterile. Forse è un’illusione o semplicemente la conseguenza dei vacui bagordi di ieri sera. Forse è la potenza lirica di un vero artista. Difficile dirlo. La risposta è comunque tra i testi. “Non cercare di capirlo, non cercare di capirlo.” – Giulio Beneventi


Tokio Hotel
Dream Machine

Synth-Pop, Starwatch

L’highlight
Elysa

Per chi apprezza
Il revivalismo 80s di Hurts e Bastille e la colonna sonora di “Stranger Things”

Che “Stranger Things” fosse piaciuto a mezzo mondo lo davo per scontato. Eppure non avrei mai pensato che persino i Tokio Hotel avrebbero azzardato tributi così palesi all’instant cult di Netflix. D’altronde gli anni 80 fanno gola a tutti di questi tempi – e se Matt e Ross Duffer hanno fatto il colpo grosso omaggiando tutto ciò che negli Eighties veniva considerato “pop culture”, perché non dovrebbero provarci anche Bill e Tom Kaulitz? Un bel cosplay di Will, Mike, Dustin e Lucas: ecco la copertina del nuovo album. Una bella ondata di sintetizzatori atmosferici e il gioco è fatto. Lontanissimi i tempi del teen rock (addirittura cantato in tedesco) degli esordi, dimenticati – per fortuna – la parentesi emo-androgina di “Scream” e gli innaturali tentativi di conversione al verbo del pop elettronico, i Tokio Hotel si inseriscono con “Dream Machine” nel vasto calderone dei retromaniaci in fissa con Tears For Fears, Ultravox e new romantics vari. Un po’ come Hurts e Bastille prima di loro (con qualche punta di 30 Seconds To Mars nei pezzi più graffianti), ma con risultati discretamente apprezzabili ed accattivanti. Certo, l’universo di citazioni colte di “Stranger Things” rimane su un altro livello – ma, cosplay a parte, pensare che questa è la stessa (oscena) band di “Monsoon” fa un certo effetto. Una fottuta rinascita. – Marco Belafatti


Wolfheart
Tyhjyys

Death Metal, Spinefarm

L’highlight
The Rift

Per chi apprezza
L’inverno dei sentimenti e della creatività

Tuomas Saukkounen lo immagino sempre là, da anni e anni: accovacciato in desolate lande della finlandia, in mezzo ai ghiacci, a urlare ai cieli domande rabbiose su perché il mondo è così cattivo, perché gli antichi dei del Ragnarok non sono più venerati quanto dovrebbero, perché gli sia stata concessa così poca creatività musicale. Alla centesima band e al millesimo album infatti restano sempre quelle le tematiche (l’inverno, la notte, il buio) e i modi di esprimerle (i riffoni doomy, i padding glaciali, le voci sempre harsh). Ma in fondo è melo-death e chi ha proposto alternative ha spesso generato -se non particolarmente illuminato da Odino- aborti inenarrabili: allo zio Tuomas va quantomeno riconosciuto il dono della coerenza, e un acquisito mestiere che rende l’album sì piatto, ma non troppo molesto. I Black Sun Aeon erano comunque tutt’altra cosa. – Riccardo Coppola


X Japan
We Are X

Heavy Metal, Legacy Recordings

L’highlight
Art Of Life

Per chi apprezza
Immaginarsi Shinji se non fosse salito sull’Eva 01

La J-Rock band più influente di tutto l’Oriente. Punto. Che però negli ultimi anni è praticamente scomparsa per realizzare il documentario “We Are X” trasformando il fantomatico album del ritorno sulle scene nella colonna sonora di suddetto docufilm. Ergo: poca roba nuova e molte rielaborazioni. Ergo, curioso per chi vuole avvicinarsi a questa band che in Estremo Oriente è praticamente entità divina scesa in terra. Anche lì, tuttavia, stanno iniziando a capire che un disco vero e proprio di inediti sarà difficile vederlo davvero. Ah, com’è questa colonna sonora? Commovente per chi conosce a fondo gli X Japan, simpatica per il resto del mondo. Vagamente irritante per chi aspetta ancora il loro disco di soli inediti dal 2008. E Yoshiki, ti prego: “La Venue” non è un nuovo brano, ma uno stacchetto nuovo, semmai. Bello, ma non è un brano. – Andrea Mariano

Il Branco

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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