Dischi Che Escono – 07/01/2018

Dieci album per ribadire che sotto Natale non esce davvero mai niente. (18/12/2017 – 06/01/2018)


King Gizzard and the Lizard Wizard
Gumbout Soup

Psychedelic Rock, Flightless

L’highlight
Greenhouse Heath Death

Per chi apprezza
La follia

La storia già è nota, ma meglio farne un recap: un giorno uno di questi sette scoppiati australiani ha detto “pubblichiamo cinque album in un solo anno”. Tutti gli altri, invece di farsi una sonora risata e proporgli come alternativa di investire su criptovalute, si sono messi a lavorare. E cinque dischi furono. Gumbout Soup chiude il cerchio di questa impresa titanica e ha (avrebbe) l’iniquo compito di ricapitolare, di trovare una chiusura al cerchio: cosa che non fa minimamente, abbandonando ogni velleità concettuale e un buon 90% della tipica sperimentazione per fungere da ordinata vetrina di tutte le sfaccettature già esposte in 4 altri album. La cosa, comunque, va benissimo: tra flautate ballate prog in falsetto (Superposition), mezzi tributi ai Beatles (Beginner’s Luck) e psichedelia più doomy (Greenhouse Heath Death) I King Gizzard and The Lizard Wizard dimostrano per l’ennesima volta di essere una band dalle potenzialità mostruose, e di sapere esattamente come sfruttarle. Se non li conoscete ancora, è il giusto momento per recuperare tutto. – Riccardo Coppola


A.A.V.V.
Coco OST

Soundtrack, Disney

L’highlight
Ricordami (le tre diverse versioni, fondamentali per apprezzare al meglio la visione del film)

Per chi apprezza
L’incredibile bellezza artistica dei film Disney Pixar (quelli riusciti, almeno)

Avete presente il classico film della Disney Pixar in stile Wall-E? Quei film animati che guardano più ad un pubblico adulto piuttosto che ai più piccoli? Esatto. Proprio quelli che è meglio vedere a casa da soli per evitare di girarsi verso al vicino di posto con le mai trattenibili lacrime che sgorgano a fiotti dagli occhi. Se chi legge si rivede in questa descrizione – ad esempio quando si accesero le luci in sala al termine di un Toy story 3 a caso – farebbe bene ad andare a vedere Coco. Perché si, è una gemma tanto quanto appunto Wall-E, Bugs life o Up. Un’esplosione di colori… e musica. La musica è l’elemento attorno al quale si svolge la trama, in un piccolo paese del Messico, ricco di antichi valori e tradizioni. La colonna sonora, va detto, non è un capolavoro come il film nel suo insieme (come invece spesso accade nel caso del magico duo Burton – Elfman), trattasi di brevi brani dalle tinte latinoamericane, misto di tango e flamenco, con chitarre che richiamano inevitabilmente maestri come Paco De Lucia e Al Di Meola. Non un capolavoro in sé, ma dal ruolo fondamentale. Come non pensare alle tre diverse versioni di “ricordami”, un brano che si può dire sia quasi co-protagonista dell’opera. E poi chi non è uscito dalle sale canticchiando “io mi sento un poco loco, un pochititito loco, spesso mi sorprendi, mi molli e mi riprendi”? Chi scrive ce l’ha ancora in testa dalla prima. – Matteo Galdi


A.A.V.V.
The Greatest Showman OST

Soundtrack, Atlantic

L’highlight
Come Alive

Per chi apprezza
Il sudore, quello bello

La dinamica. Mi passano una Ost al buio, di una pellicola di cui ho vagamente sentito parlare (sì, sono in esilio da qualche mese sul monte Fato). Vedo la faccia da prestigiatore di Wolverine. Onesto. Leggo di sfuggita sulla copertina Zac Efron. Inizio a sudare. Mi ricordo improvvisamente che i musical non sono proprio il mio genere. Sudo proprio. Prendo il taccuino delle bestemmie innovative di riserva mentre accarezzo il tasto di accensione. Sudo peggio che ne L’aereo più pazzo del mondo. Play. Magia. Il divertimento vero. Inizia che sembra Rock of Ages (io l’ho letta sempre Rocco Fegis, con vago spirito goliar-patriottico), al primo refrain siamo già nell’ultra-pop più coinvolgente con degli uoooo che Jon Bon Jovi levati proprio, in “Come Alive” sto già saltando sulla poltrona come con il più esagitato Phil Collins quando aveva ancora una parvenza di ciuffetto. Hugh Jackman -e questo si sapeva già- è un vero asso in materia e travolge, ma ad onor del vero le undici tracce brillano prima di tutto per la cura di qualsiasi dettaglio e soprattutto per una Rebecca Ferguson fuori di testa nelle difficili vesti di cantante lirica. Mi esalto tanto, tantissimo, che ho già superato il trauma de La Bella e La Bestia e mi sto già vestendo per andare al cinema e dare ancora una chance a questo genere per me ostico. Mentre prendo il cappotto, incuriosito, come il peggiore dei non sapienti di rango Jon Snow, vado a vedere chi ha scritto e composto tutte le canzoni: Benj Pasek e Justin Paul, i signori La La Land. Ah, ecco. Onesto. – Giulio Beneventi


CupcakKe
Ephorize

Dirty Rap, Autoproduzione

L’highlight
Duck Duck Goose

Per chi apprezza
Le parole brutte durante l’amplesso

1997. Millenovecentonovantasette. Mille. Novecento. Novanta. Sette. Mi sento vecchio, stavo per scrivere “Una ragazzina di appena 15 anni” e invece ne ha 20. Compiuti e passati. Non importa, il mio sentirmi sempre più vetusto e l’incapacità di capire che le persone nate negli anni ’90 sono oramai adulte è un affare personale. Parliamo di musica. CupcakKe è di dubbio gusto, ma nel genere “Ehy Ehy, maddafaqka” ci sa fare. Diamine, se ci sa fare. Sboccata che in confronto 50 cent pare un chierichetto che ha visto la luce ed ha abbracciato la vocazione divina credendoci davvero, metterebbe in soggezione buona parte dei rapper che si atteggiano a duri. Velocità di eloquio non indifferente, e ci sono guizzi musicali inaspettati. Poi si sfancula tutto nel solito stilema del genere, ma, ehi, “Windsom Teeth” è da applausi. Il resto da bocc…a aperta. – Andrea Mariano


Avi Buffalo
Going To Catch The Man

Noise, Autoproduzione

L’highlight
I draghi che compaiono a un cert… ah, no.

Per chi apprezza
I trip, ma bruti bruti bruti (cit.)

Una volta lo chiamavano Noise, ora lo chiamano Indie. Fatemi capire, Indie è dunque qualsiasi cosa che fai da solo? Allora anche la mia pasta scotta con passata di pomodoro da 45 centesimi è Indie. Al di là di queste elugubrazioni da vecchio-di-merda, il signor Avi Buffalo (signore… è più giovane del qui presente scribacchino) scompone tutto ciò che è possibile trovare nel mondo sonoro e lo incolla con velleità musicali. Il bello e il brutto del disco è proprio questo: rimani stordito, ti infuri come una bestia, eppure da un certo punto di vista ne rimani affascinato. Se non sei sanissimo di mente. Come il sottoscritto. Ancora fatico a capire cosa diavolo io abbia appena ascoltato per due ore di fila. Forse, tuttavia, una citazione di Boris può essere maggiormente esplicativa: “Evviva la merda!”. – Andrea Mariano


Tricklebolt
Tricklebolt

Hard Rock, Autoproduzione

L’highlight
Come Along

Per chi apprezza
Le anticaglie

Ci sono cose che nel 2018, a rigor di logica, avrebbero già dovuto smettere di esistere: i netbook, la gente che si fa i risvoltini, Mazzarri. Ogni tanto va bene, ogni tanto qualche spettro del passato si rifà insolentemente vivo. I Tricklebolt ci mettono i 3 minuti dell’introduzione per scoprire le carte e mostrare di essere l’ennesimo mucchio di inveterati nostalgici, con le loro onnipresenti chitarre che rumoreggiano su solchi lasciati dagli AC/DC, con la voce che – con le ovvie distanze- si impegna in morrisoniane pantomime. Il tutto è molto energico e nemmeno particolarmente malfatto (nella prima metà ci sono alcuni pezzi notevoli) ma non va via una sensazione di posticcio, di inautentico, di – in fondo- superfluo. – Riccardo Coppola


Sercho
Temporale

Trap, Honiro

L’highlight
Non Fa Per Me

Per chi apprezza
La Trap. Ma va bene anche il Trap.

Datemi Paint, il Word Art di Microsoft Word ’97 e un badile. Sercho, altro esponente della trap, ambiente talmente saturo che in confronto la scena delle tribute band degli Ac/Dc sembra scarna. I beat però ci sono, meno rompicoglioni di quanto mi aspettassi, ma quel cazzo di “Rapapampam rapapapampam” de “Il Mio Compleanno” è irritante quanto un rastrello nel naso, mentre è da vera e poderosa badilata sulle gengive quando in “Young Cobain” a un certo punto mi dice “Sembro il figlio di Kurt Cobain”. Io ti massacro come il LisoForm massacra i batteri. Tuttavia, se vi piace il genere, io alzo le mani, ma non su di voi, tranquilli. È comunque sopra la media dell’ultimo anno. A parte “Young Cobain”. – Andrea Mariano


Youngr
This Is Not An Album

Pop, An Island Records

L’highlight
Sweet Disposition – Bootleg – The Temper Trap

Per chi apprezza
Le feste da serie tv

Strusciata, sguardo da marpione e vai, altra serata in bianco. Come la copertina di questo non-album, come lo chiama Youngr. Copertina semplice, ma figa, con la sua sagoma e quell’effetto che fa molto discomusic anni Settanta, col profilo a la George Michael col ciuffo più coraggioso. Ok, parliamo di musica: questo 2018 si è aperto con la redazione che è tutta contro di me, o forse semplicemente siamo ancora tutti sbronzi da Natale. Fatto sta che voglio rock, e mi propinano proposte-a-caso. Che io accetto. Indi per cui lo stronzo di turno sono io stesso me medesimo. Detto questo, questa volta mi è andata abbastanza bene, perché il signorino qui si destreggia in un pop dancereccio di tutto rispetto, tra echi di discomusic (molto echi, quasi allucinazioni uditive per quanto lontane ma comunque presenti), nuove tendenze e un beat quasi anni ’90 a far da base a “Sweet Disposition – Bootleg – The Temper Trap” (per uno che per un soffio non è diventato un tamarro discotecaro, è oro puro). Bene così, ora però basta correggere la Peroni con il gin dell’Eurospin. – Andrea Mariano


Isac Elliot
Faith

Pop, Sony Music

L’highlight
I Wrote A Song For You

Per chi apprezza
Bagnarsi col nuovo Justin Bieber

Solita pappa trita e ritrita, con quei cazzo di effetti morphing alla voce per realizzare un bridge tra ritornello e strofa successiva che tanto vanno di moda tra i gggiovani d’oggi. Tra tanta merda, è quella che tuttavia si presenta con una parvenza di dignità. Forse. Almeno “I Wrote A Song For You”, nella sua banalità, può far colpo sulla sedicente sedicenne di turno. Il ragazzo è sveglio, scrive (o scrivono per lui) in maniera decentemente banale da poter essere apprezzato da una certa tipologia di pubblico e non fa bestemmiare troppo chi deve ascoltarlo per recensire. Il Paradiso è ancora in piedi, giusto qualche crepa. Nulla che una mano di vernice possa riparare. Per parafrasare Richard Benson: “Il pubblico vuole la merda e lui gliela da. E va bene così”. – Andrea Mariano


Mr. Sawed-Off
The Janitor

Hip-pop, Sugo Music Group

L’highlight
Non pervenuto

Per chi apprezza
L’autoflagellazione

Sono contento, ragazzi. Oggi sono contento. Ho trovato un modo per tornare in forma dopo le abbuffate festive: ascoltare il nuovo album di Mr.Sawed-Off. Lo schifo è tale da far venire il senso di vomito fin dai primi secondi, così ci vorrà poco per buttar fuori cannelloni, pandori, torroni e panettoni ingeriti nelle ultime settimane. Sembra una di quelle produzioni trash si trovano sul Tubo, una roba alla Manuto ed il suo Imbuto per intenderci. Ho strabuzzato gli occhi quando ho trovato addirittura delle collaborazioni in questo The Janitor: non per la qualità delle stesse, quanto per il fatto che a rendersi responsabile di questo roito sia stata più di una persona. Un ascolto del genere mi fa rivalutare artisti del calibro di Trucebaldazzi, Iron Rizzo e Canazzo. In The Janitor l’intonazione la vendono con un sovrapprezzo, forse acquistando qualche versione deluxe. Nell’ascoltare questo “album” ho sofferto come soffrirebbe Adinolfi nel vedere una coppia gay adottare un bambino. – Francesco Benvenuto

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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