Dischi Che Escono – 09/04/2017

Ascolti per una domenica delle palme senza olio di palma (02/04/2017 – 08/04/2017)


A.A.V.V.
Resistance Radio – The Man In The High Castle Album

Soundtrack, Sony

L’highlight
House of the Rising Sun

Per chi apprezza
Gli americani tristi

No, non c’entra niente con la similmente intitolata e confezionata ultima porcheria dei Green Day: Resistance Radio è la soundtrack di The Man In The High Castle, serie distopica ispirata dal visionario La Svastica sul Sole di Phillip Dick, e appena rinnovata da Amazon Studios per una terza stagione. In abbinamento al mondo distorto e fuori dal tempo narrato sugli schermi, in cui nel 1962 gli Stati Uniti si trovano a essere spartiti tra le forze dell’Asse vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, la colonna sonora non può che essere un blues spento, grigio, desolato. Sono tutte cover di classici della canzone statunitense, reinterpretate con accuratezza storicistica (e con grandi dose di tristezza) da artisti contemporanei: per una Norah Jones alle prese con i Righteous Brothers c’è una Angel Olsen a suo perfetto agio nel far sua “Who’s Sorry Now” di Connie Francis; per uno stupendo Sam Cohen in “House of the Rising Sun”, c’è una superstar come Beck impegnata nel tributo al divino Elvis. Una selezione ottima, soprattutto (ed è cosa rara) tanto coesa da incoraggiare veramente un ascolto per intero, e non a campione. – Riccardo Coppola


The Chainsmokers
Memories…Do Not Open

Dance Pop, Columbia

L’highlight
Honest

Per chi apprezza
Avere buone occasioni per bullizzare i DJ

Il titolo è tutto un programma: non aprite questo album. Se lo fate, ebbene sappiate che si tratta esattamente di un prodotto pensato e creato per fottervi e intascare un pacco di bigliettoni e andarsi a pagare una dignitosa bettola a Ibiza, vicino al villone di Avicii. Privo di idee originali, suoni stantii, pochissime tracce al livello dei “degni” primi passi di “Paris”. E’ questa la modesta realtà del primo full-lenght del duo di dj americani: ogni aspetto sembra essere curato con scarso interesse, persino le collaborazioni con pezzi da novanta quali Chris Martin e Emily Warren. Quasi come se la musica fosse veramente solo una scusa per passare le giornate di primavera e spararsi d’estate un bel tour mondiale con tutti i benefit possibili. Certo, se siete fortemente affini verso le sonorità dance e avete la residenza all’Aquafan di Riccione, potrà anche strapparvi durante il coatto passaggio radio quella decina di secondi di entusiasmo. Ma se state pensando di acquistarlo, rinsavite velocemente e andate a drogarvi, piuttosto. – Giulio Beneventi


Cold War Kids
L.A. Divine

Indie Rock, Capitol

L’highlight
Open Up The Heavens

Per chi apprezza
L’assenza di identità

Ci sono alcuni termini (principalmente geografici) cui bisogna essere grati quando affiorano nei titoli di album o canzoni, in quanto possibili cartine di tornasole per la pochezza d’idee di chi tali album o canzoni li ha composti. Inutile dire che L.A., o la California in genere, fanno parte di questa lista. I Cold War Kids poi, oltre al titolo, si impegnano a fare man bassa di luoghi comuni pop rock per tutto questo loro sesto album, eliminando ogni residuo d’influenza punk e spargendo ovunque riverberi ed echi che fanno tanto Imagine Dragons. Una ridda di canzonette pop prive d’anima, malgrado la voce di Nathan Willett sia sicuramente “soulful” e meriterebbe d’essere parte di prodotti di maggior rilievo. “L.A. Divine” è un dischetto pressoché insulso che pare durare un’infinità malgrado consti di appena 44 minuti, Pregevole l’idea in fase di produzione di metterci tre brevi intermezzi strumentali, per darsi un tono intellettuale alla “Scream” di Chris Cornell – con stesso esito. – Riccardo Coppola


Deep Purple
inFinite

Hard Rock, earMusic

L’highlight
Johnny’s Band

Per chi apprezza
Le storie d’amore infinite

Sicuramente avrete sentito almeno una volta nella vostra vita il solito convinto giullare che va a dire in giro col ghigno da sommo deficiente che i Deep Purple siano finiti con la definitiva dipartita di Ritchie Blackmore. Calmatevi, non c’è bisogno di prenderlo a schiaffi come se non ci fosse un domani. Ci pensano i Purple in persona a rispondergli e rificcargli ancora una volta in gola le stupidaggini con una potenza al pari di un servizio di Andy Roddick. Colpi pesanti, carri armati, bazookate, cannonate, dieci tracce di sano e retro-moderno hard rock che impostano “inFinite” come la degna risposta per tutto: per provare ancora una volta che Steve Morse e Don Airey sono il più pregiato plusvalore che il combo inglese abbia mai avuto (“All I Got Is You”, “Birds Of Prey”), per dimostrare che sono più che mai legati con dedizione al marchio di famiglia (“Hip Boots”) e che grinta e entusiasmo sono ancora le parole d’ordine, persino a settanta anni suonati (“Roadhouse Blues”). E, soprattutto, per regalarci ennesimi capolavori (“The Surprising”, “Johnny’s band”). Si, Ian Gillan non è più “quel” Ian Gillan. Ed è giusto anche ossevare che non siamo ai siderali livelli del precedente “Now What?!”. Non vi è la stessa impronosticabile brillantezza ma vi è un oceano di qualità, oltre alla lucida impronta di chi ha scritto pagine di Storia e sa dannatamente bene come muovere le mani. Se questo fosse davvero l’ultimo capitolo della loro grande epopea in porpora, sarebbe senza dubbio un meritevole finale. E, se non lo fosse… beh, ben venga, lasciatemelo dire. Oggi abbiamo ancora bisogno di una qualità del genere. Lunga vita ai Purple. Hail To the kings. – Giulio Beneventi


Karen Elson
Double Roses

Folk, 1965 Records Ltd./[PIAS]

L’highlight
Hell and High Water

Per chi apprezza
Le belle voci femminili e il più raffinato cantautorato folk

Vi dico una cosa: poco importa che Karen Elson sia stata la moglie di Jack White dal 2005 al 2011. Poco importa che il guru del rock revivalista l’abbia spinta a lasciare temporaneamente le passerelle d’alta moda per produrre il suo album d’esordio “The Ghost Who Walks”. Basta mettere questo nuovo “Double Roses” sul giradischi per capire che Karen è innanzitutto una cantautrice meravigliosa e, pertanto, non avrebbe bisogno di essere ricordata in altro modo dagli amanti della bella musica. La sua voce, sognante ed eterea, unita ad un gusto per il songwriting di scuola americana e ad arrangiamenti che pescano a piene mani nel folk esoterico dei gloriosi anni 70, ci conduce per mano in quel mondo di voci femminili e chitarre acustiche sospese tra sogno e realtà, dove già First Aid Kit e Laura Marling regnano sovrane. Sensuale e malinconica, di queste tre grazie della musica folk (quattro, se consideriamo che le First Aid Kit sono due sorelle), Karen è senza dubbio la più oscura (vedi il cabaret jazzato di “Hell and High Water”, gli archi indemoniati di “Why Am I Waiting”), ma nel suo disco non mancano momenti più romantici e riflessivi (“The End”), al limite del dream pop (il singolo “Call Your Name”). Avevo già speso ottime parole per l’ultimo lavoro della Marling (che è presente anche qui, sul brano di chiusura), ma sono costretto a ripetermi: in casi come questi la parola “capolavoro” non è mai sprecata. – Marco Belafatti


Fabri Fibra
Fenomeno

Universal Music Italia, Rap

L’highlight
Fenomeno

Per chi apprezza
Chi si sveglia a 40 anni coi coglioni girati

“Eccomi lì, a parlare per l’ennesima volta di un nuovo disco, cercando di convincere e convincermi che sono in grado ancora di rappare. E poi, vale ancora la pena rappare per me? Insomma, ho 40 anni, il rap è una cosa per ragazzini. In Italia, è una cosa per ragazzini”. Stiamo vivendo un momento in cui il rap sta vivendo un revival. O meglio, una sorta di “reazione” a quello senza senso di alcuni esponenti di spicco di oggi. Lo abbiamo visto con Clementino, ora torna Fabri Fibra, da Senigallia con furore. Certo, a un certo punto della sua carriera era diventato un po’ come Fedez oggi, a livello di sopportazione mediatica e qualità di singoli buttati in radio. Con “Fenomeno” torna a standard migliori, soprattutto più ispirato. Il rantolo del vegliardo potrebbe sostenere qualcuno, ma se lo chiede anche lui nell’intro del disco: vale ancora la pena rappare per Fabri Fibra? Solo se e quando ha qualcosa da dire, senza essere costretto a uscite annuali. “Fenomeno” ha una sua dignità, non è il capolavoro del genere, ma tra una collaborazione coi Thegiornalisti per suscitare la curiosità dei gggiovani d’oggi (su cui forse ci scatarriamo su) e qualche brano veramente valido (titletrack, “Nessun Aiuto”, “Ringrazio”) si lascia ascoltare, e Fabrizio Tarducci vuole farsi ascoltare. Obiettivo raggiunto. – Andrea Mariano


Future Islands
The Far Field

Synthpop, 4AD

L’highlight
North Star

Per chi apprezza
Il basso

In un’intervista per NME, il terzetto di Baltimora ha spiegato come il loro quinto studio album potrebbe essere considerato una collezione di “driving songs”: e ascoltando “The Far Field”, si fa presto a rendersi conto che definizione non potrebbe essere più calzante. Le dodici tracce che lo compongono hanno tutte lo stesso ritmo, guidato dalla propulsione di un basso onnipresente e a volume altissimo e accarezzato da sbuffi di synth dal sapore nostalgico, sul quale si dibatte la voce sempre quasi rotta di Samuel T Herring. In generale, comunque, un album da utilizzare a piccole dosi o, come suggerito, in sottofondo: malgrado più avanti arrivi un duetto con Debbie Harry dei Blondie, la varietà è una qualità di cui questa release sicuramente non brilla. – Riccardo Coppola


The New Pornographers
Whiteout Conditions

Indie pop, Dine Alone Records

L’highlight
High Ticket Attractions e la mia vicina

Per chi apprezza
L’aria stantia di synth pop anni ’80

Scuoto con fare vibrante e infastidito il mio capo (nel senso di testa, non di datore di lavoro) mentre odo il suono di tastieroni anni Ottanta e refrain che abusano della mia pazienza e dei miei sempre più radi capelli. La versione dei giorni nostri dei The Buggles che rifanno loro stessi in maniera vagamente più impegnata. Da ‘sti cazzo di anni Ottanta non se ne esce vivi, porco il pornografo. I The New Pornograhers son pure bravi in quel che fanno, “Whiteout Conditions” è anche gradevole come sottofondo in una domenica soleggiata mentre fai spallucce alla visione della tua vicina di casa che incurante della finestra spalancata si cambia il reggiseno per prepararsi a uscire. Revival fatto bene, ma come molti altri già in giro. Che palle. Basta, siamo nel 2017, io perdo capelli e la mia vicina reggiseni. Voi avete perso le chiavi dello sgabuzzino degli Eighties. Sfondate ‘sta cazzo di porta e guardatevi intorno: il mondo è cambiato. – Andrea Mariano


Royal Thunder
Wick

Rock, Spinefarm Records

L’highlight
Turnaround

Per chi apprezza
I mischioni sonori (quasi) ben riusciti

Dovrebbero esplodere da un momento all’altro, ma non esplodono. “Burning Tree” e “April Showers”, invece, implodono in un’atmosfera sofferente, dove il ruggito sovrasta strumenti placidi, che solo di tanto in tanto si ricordano che anche loro possono sfoderare qualche decibel in più oltre la soglia del sottofondo da sala d’attesa in penombra. L’effetto, tuttavia, è paradossalmente valido. Valido perché straniante, valido perché è un connubio che funziona, dall’agonia all’angoscia senza dimenticare l’assenza di luce folgorante. “Wick” è perfetto, peccato per quella “We Slipped” sì bella, ma che con la sua strofa spezza assurdamente quell’atmosfera cupa e ammaliante creata fino a qualche secondo prima. Tra Stone Temple Pilots e Hole funziona, ma sembra quasi solare. A “Wick” manca un equilibrio generale solido. Peccato, perché presi singolarmente i brani sono ottimi, “Turnaround” è intriso di anni ’90 e disperazione graffiante – Andrea Mariano


ULVER
The Assassination Of Julius Caesar

Rock, House of Mythology

L’highlight
Nemoralia

Per chi apprezza
L’estrema perizia di essere stronzi (con cognizione di causa)

Sono degli stronzi. E sì, lo dico non con una punta di invidia, ma con una piramide azteca di invidia. Perché? Perché qualsiasi cosa decidano di fare costoro, si rivela sempre di qualità tra il buono e l’eccelso. Nascono black metal, ma hanno vagato per i generi musicali pi disparati cavandosela sempre con estrema dignità. Oggi, con “The Assassination Of Julius Caesar” giocano a fare i Depeche Mode, risultando anche più raffinati di Dave Gahan e soci, risultando anche più personali e interessanti di loro (e i Depeche Mode, come abbiamo ribadito a tempo debito, sono ancora in forma smagliante). Sono otto coltellate all’autostima di qualsiasi artista musicista di questo mondo. Probabilmente anche il più borioso degli Yngwine Malmsteen (da pronunciarsi con accento richardbensoniano) avrebbe dei dubbi sul proprio genio musicale ascoltando gli Ulver. Maestoso, interessante, accattivante, impossibile non farselo piacere. Come se fossero nati per questo genere di musica (e invece sono nati da tutt’altro mondo). Per questo li odio fortissimamente e li stimo atrocemente. Stronzi. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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Siamo senz’altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

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