Dischi Che Escono – 12/03/2017

Selezione per fronteggiare incolumi il cambio di stagione (05/03/2017 – 11/03/2017)

 


A.A.V.V.
Beauty And The Beast

OST, Walt Disney Records

L’highlight
Ariana Grande

Per chi apprezza
I film riadattati e le atmosfere Disney intaccate

La Bella e la Bestia” segue il trend disneyano di riportare in auge le vecchie glorie di un tempo. Così i leggendari capolavori Disney – originariamente film d’animazione – sono riproposti in versione “reale” con attori veri, storie leggermente riadattate per dare più credibilità alle stesse o renderle più cavalleresche, semmai ce ne fosse davvero bisogno (ma anche per allungare leggermente ed intelligentemente il brodo). Spesso le riproposizioni Disney sono ben curate (come non citare “Maleficient” che, sebbene facendo storcere il naso a molti, è un capolavoro in quanto a fedeltà delle atmosfere e costumi) e spesso anche nei minimi dettagli, come nel caso del trailer del film in questione che – se confrontato con l’originale del 1991 – è pressoché identico. Così lo è la colonna sonora. Rivisitata ed ampliata da parte dell’autore delle musiche dell’originale Alan Menken, lascia intatte le atmosfere fiabesche e sognanti tipiche della multinazionale americana, seconda madre di molti bambini. Così ecco che ascolteremo un Ewan McGregor nei panni del candelabro Lumière, che per l’occasione ha dovuto tenere corsi di francese per adattare la pronuncia. Oppure sentiremo duettare Belle (l’apprezzatissima Emma Watson) con la bestia (Dan Stevens) nella celebre “Belle”. Come non citare infine la special guest Ariana Grande, che per l’occasione si leva la maschera da donna-coniglietta per indossare un elegantissimo vestito rosso ed interpretare insieme a John Legend il brano omonimo del film “The Beauty and the Beast”. Stupenda (lei), da favola (sempre lei, ed il brano in questione). – Matteo Galdi


Bush
Black And White Rainbows

Alternative rock, Zuma Rock Records

L’highlight
Peace-S

Per chi apprezza
Il contrario del panta rei

Devo ammettere, a livello personale, di aver sempre trovato Gavin Rossdale e la sua combriccola campione di salto sul carrozzone grunge simpatici quanto un dito infilato nel meno sacro dei buchi. Ma ormai pensavo fosse acqua passata. Erano scomparsi, tutto andava per il verso giusto. Invece, eccoli che tornano. E il sentimento non può che essere lo stesso di quando vedi Van Damme dal panettiere: “Ma sei ancora vivo?!”. Allo stupore si accompagna poi l’incredulità, quando ascolti l’ultimo arrivato sugli scaffali dei negozi di musica (o di quello che rimane di essi): i Bush sono sempre gli stessi, anche dopo la reunion, anche a più di due decenni di distanza. Sempre stessi powerchords, liriche vaghe e ballad fumose. Forse lievemente più deboli, ma comunque la solita cara e vecchia formula che si fa ascoltare. Forse è giusto così. Proprio come gli arcobaleni che intitolano il lavoro: o bianco o nero. Semper fidelis. Anche se sei dalla parte sbagliata della barricata. Morale: se vi piacevano, oggi vi piaciucchieranno; se non vi garbavano, avrete ancor più voglia di ricacciarli nei cespugli da cui sono rispuntati. – Giulio Beneventi


Cleo T.
And Then I Saw a Million Skies Ahead

Chamber Pop/World Music, Motor Entertainment

L’highlight
Amore Vai

Per chi apprezza
Gli spettacoli visual-musicali di perfomer estrose e piene di risorse

Cleo T. è una bella francesina che nel 2013 si era fatta apprezzare con “Songs Of Gold & Shadow”, concentrato di chamber pop ed elettronica prodotto da John Parish (noto ai più per le sue collaborazioni con Pj Harvey). Nel nuovo “And Then I Saw A Million Skies Ahead” l’artista si lascia sedurre da sonorità provenienti da ogni angolo del globo, modellandole però in un’ottica più sperimentale rispetto all’esordio. Gli arrangiamenti, qui, si muovono tra il classicismo degli strumenti ad arco e la modernità dell’elettronica, creando quadretti sonori al di fuori dallo spazio e dal tempo con risultati spesso apprezzabili, anche vocalmente parlando (“African Queen”, “Amore Vai”, “Look At Me I’m A Horse”). Per l’ascoltatore casuale, purtroppo, c’è il rischio di perdersi tra brani fin troppo estrosi e privi di linea guida ma gli estimatori della world music sapranno orientarsi sicuramente in questa giungla di suoni. – Marco Belafatti


Darkest Hour
Godless Prophets & the Migrant Flora

Metalcore, Southern Lord

L’highlight
The Last Of The Monuments

Per chi apprezza
L’urlo di Chang che rassicura i metalheads

Al nono album è difficile sorprendere ancora, e infatti i Darkest Hour non sorprendono più. Tuttavia continuano come un treno su binari qualitativi verso cui è doveroso fare un applauso, perché questo “Godless Prophets & The Migrant Flora” è una confortante conferma dello stato di forma della band, tra sfuriate, blastbeat e melodia ben innestata nello tsunami sonoro generale. “This Is The Truth” è violenta e robusta come poche altre cose, “The Last Of The Monuments” è quella che in questo genere potrebbe definirsi una lunga cavalcata epica (5 minuti contro una media di 3 minuti e mezzo scarsi) che non stanca ed è abbastanza varia. Come già detto, non sorprendono, ma rassicurano, tra uno strillo e l’altro. Chapeau. – Andrea Mariano


Geko
Lionheart

Reggaeton, Sony

L’highlight
La copertina, davvero simpatica

Per chi apprezza
Le canzoni scassamaroni dell’estate

Sapete quel mix tra reggaeton, r’n’b e cassa spaccatutto porta il disc jokey tamarro del bar-pub di periferia, quello vicino la fermata dell’autobus, ad alzare il volume al massimo? Ecco, Geko è tutto questo. Io la mia parte l’ho fatta, vi ho avvertito e prendetene atto. L’orecchiabile che fa eccitare la ragazzina maggiorenne da 20 secondi e fa fare improponibili balletti al ragazzetto che crede di essere figo ma che in realtà è più legato di un tronco d’albero su un tir sulle strade del Canada. È orecchiabile, per carità, ma per onestà intellettuale devo dire che Geko ha rotto il cazzo al secondo ritornello. – Andrea Mariano


Idles
Brutalism

Indie, Balley Records

L’highlight
Il video di Stendhal Syndrome

Per chi apprezza
La genuina cafonata from Bristol

Pigiate con le vostre delicate dita “Idles – Stendhal Syndrome”. No, non ringraziatemi. Anzi, sì. La meraviglia. Ed è lo stesso per il resto di “Brutalism”, il primo vero e proprio album degli Idles: fenomenale, di matrice intrinsecamente punk e disturbante, ma anche fancazzista. Sono inglesi, di Bristol per la precisione, e dio vostro se si stente, in confronto i fratelli Gallagher hanno una dizione che rasenta la perfezione. Ma è anche questo il bello degli Idles, il loro essere naturali in tutto. E fancazzisti, ma di fascino. Ora tornate a vedere Il video di Stendhal Syndrome e poi date i vostri limpidi soldi a chiunque o qualsiasi cosa vi permetta di acquistare “Brutalism”. Credo vadano bene anche soldi non puliti, anche se segnati col pennarello di vostro cugino. Basta che lo acquistiate. Non ve ne pentirete. – Andrea Mariano


Valerie June
The Order Of Time

Soul, Concord

L’highlight
If And

Per chi apprezza
Riconciliarsi con ‘o blues

Avete presente lo sguardo rapito di Rob Gordon quando sente per la prima volta dal vivo Marie DeSalle? Ecco, avevo quello dipinto in volto, appena ascoltato il nuovo, secondo disco di Valerie. Certo, non ero così fotogenico con cuffie e camicia stropicciata. E di certo sarà alquanto difficile che con due chiacchiere e tocco da maestro riuscirò a farmi la cantante dai capelli neri di medusa Marley. Ma poco importa. Basta prestare ascolto alla sua voce unica – sorella germana di Van Morrison e Billie Holiday e ancor più mistica di quella che udì Ulisse qualche annetto fa – per sentirsi in pace con se stessi. C’è qualcosa di profondo, di sciamanico e ancestrale in questo ibrido di gospel, soul e blues, come un oceano di amore e spiritualità che, tra le sue onde illuminate di una creatività ormai dimenticata, brilla quasi quanto la luce interiore di chi ascolta. Quasi. – Giulio Beneventi


Magnetic Fields
50 Song Memoir

Indie Pop, Nonesuch Records

L’highlight
’85: Why I Am Not A Teenager

Per chi apprezza
Gli album fotografici di famiglia

50 anni non si compiono tutti i giorni. Mezzo secolo, ragazzi. C’è chi festeggia andando al night club di fiducia, brindando come se non ci fosse un domani. E c’è chi, forse lievemente meno materiale od edonistico, pensa a tirar le somme della propria esistenza. A questa seconda schiera appartiene il leader dei campi magnetici Stephin Merritt, compositore di rango, che ha deciso per l’occasione di dar vita ad un progetto singolare: una canzone per ogni anno che ha vissuto. 50 canzoni, mezzo secolo di musica. Roba poderosa. E non pensate che vi sia qualcosa di ripetitivo. Con la sua voce di taglio cashiano e le liriche misurate, Merritt va a toccare profondamente numerosi capitoli, compresa la concezione (“Wonder Where I’m From”), i giorni dell’amore (“Stupid Tears”), i problemi di vita quotidiana (“Haven’t got a Penny”), i momenti di angoscia (“Have You Seen It in the Snow?”) e quelli… superlativi (“Somebody’s Fetish”), sempre con un tocco diverso ed interessante. Insomma, c’è chi in passato parlava di “A Day In The Life”; Merritt ci racconta oggi invece di “A Life In A Day”. E lo fa altrettanto credibilmente. – Giulio Beneventi


The Shins
Heartworms

Indie Rock, Columbia

L’highlight
The Fear

Per chi apprezza
Giocare con l’Lsd di papà

C’è chi proprio non sa cosa sia la psichedelia. Quella vera, nuda e cruda. Ne ha sentito parlare negli articoli di vecchi disconi su giornali ultrapatinati o l’ha intravista nelle videocassette impolverate del Magical Mystery Tour dei genitori (o dei nonni), certo. Ma della sua pura e magica essenza, non ne sa davvero nulla. I The Shins non fanno differenza, cercando alla cieca di portare al loro quinto appuntamento discografico uno sprizzo acido  nella stantia scena indie-pop sempre più discotecara, con effetti à la “Baby, You’re A Rich Man” (“Painting A Hole”) e trucchetti nostalgici od ipnotici (“The Fear”). Il tentativo è decisamente modesto, ma comunque apprezzabile. Quantomeno, è sicuramente un passo avanti nello stile e nelle modalità di composizione di casa. – Giulio Beneventi


Soundgarden
Ultramega OK Expanded Reissue

Alternative Rock, Sub Pop Records/Audioglobe

L’highlight
Beyond The Wheel

Per chi apprezza
L’arte del restauro

Prosegue la nuova primavera dei Soundgarden, da un po’ di tempo bagnata dalla sinistra atmosfera dell’accatastamento di paccottiglia varia. Più del Live On I-5 o di un Telephantasm (o di un Echo of Miles di cui si salvavano giusto un paio di tracce) questa riedizione di Ultramega OK può essere veramente d’interesse per i collezionisti: molti fanatici infatti (e io non faccio eccezione) pur avendo praticamente tutto della band di Cornell non sono mai riusciti a trovare questo mediocre dischetto, se non usato a prezzi assurdi su Amazon. E non fa male sentire un po’ di educato re-mastering, per un album il cui titolo sottolineava già, ironicamente, una certa approssimazione sonora. Adesso Beyond The Wheel suona veramente come una marziale processione di robot pachidermici. O i riverberi di Flower sono finalmente tridimensionali. Oppure i bassi, in generale, esistono. Non che, per carità, adesso sia tutto limpido e morbido come gli U2 più recenti: Ultramega OK rimane farraginoso, ostico, cantato male, pieno di filler. Ma merita (ancora di più) un ascolto ancora oggi, in quanto rimane uno dei documenti fondamentali dei primi passi del grunge, e contiene in nuce l’anima di quattro tra i più grandi dischi del rock degli anni Novanta. – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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Siamo senz’altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

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