Dischi Che Escono – 13/08/2018

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Musica da conservare per quando farete la leva obbligatoria (30/07/2018 – 12/08/2018)


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Miles Kane
Coup de Grace

Brit/Indie Rock, Virgin EMI Records

L’highlight
Cry in my Guitar

Per chi apprezza
Un’estate con meno tormentoni

Miles Kane torna finalmente in vesta solista, lasciando da parte le tante collaborazioni che hanno sempre caratterizzato la sua carriera.
Non mi lamentarei affatto se qualche brano di Coup de Grace venisse inserito nelle monotone playlist dei lidi balneari, che null’altro sembrano conoscere oltre i vari J-Ax, Baby K e Ghali: l’estate italiana dovrebbe prendere l’abitudine di tingersi un po’ più di internazionale, ma non quell’internazionale alla Alvaro Soler, che qualche coglione credo lo abbia frantumato a tutti e che è entrato nella nostra classifica di ‘tormentoni e tormenti’. Male non farebbe sentire qualche chitarra un’estate sempre troppo povera di Rock ‘n’ Roll: proprio in questo è gradito il ritorno di Miles Kane, con i suoi molteplici rimandi a chi la scena Brit la cavalca con ben altri successi. Grazie Miles, il tuo tentativo non è andato a vuoto. – Francesco Benvenuto


Jake Shears
Jake Shears

Pop, Freida Jean Records

L’highlight
Big Mushy Mustache

Per chi apprezza
I Queen se fossero stati danzerecci

Chi è costui? Quello che faceva gli acuti più acuti negli Scissor Sister, quello che faceva sembrare i vocalizzi degli Abba dei cori Doom Metal. Jake Shears, signore e signori. Un uomo cresciuto a Disco Music e Queen. Ci si è ingozzato di Disco Music e Queen. Inequeenvocabilmente. E sorprende. Ero senza aspettative, quasi pronto a rassegnarmi a un altro disco scialbo da ascoltare annoiato mentre il mio primo e unico fan lavora a rotta di collo pur di non farmi schiattare dal caldo. Avvio e il mio volto viene schiaffeggiato da un pop con venature di Brian May e Freddie Mercury, con quella bordata sapientemente dosata di dance mai invadente e sempre azzeccata. Testosterone -100, divertimento +70. Il ragazzo ci sa fare, diamine, se ci sa fare. Verrebbe voglia di abbracciarlo, dirgli che non abbiamo intenzioni di amore carnale e consigliargli di mollare definitivamente gli Scissor Sisters e continuare a fare tutto questo. Dategli un orecchio, non ve ne pentirete. – Andrea Mariano


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Interpol
Number 10 (Singolo)

Indie rock, Matador Records

L’highlight
L’intro della versione integrale

Per chi apprezza
Le cavalcate chitarristiche brevi ma intense

Gli Interpol sono una delle band più ammirate che abbia mai conosciuto. I loro video su YouTube sono disseminati di commenti in tutte le lingue. Un successo meritatissimo, senza se e senza ma, eppure me li ricordavo come un gruppo sì famoso, ma più di nicchia. Sarà. Di recente si era spesso vociferato di un loro ritorno con stile, forse è questo che ha fomentato l’hype di molti, a livello mondiale. Dopo “The Rover”, “Number 10” è il secondo singolo rilasciato dal gruppo ad anticipare “Marauder”. Una canzone carina, niente da dire, senza lode e senza infamia. Degno di nota il basso che suona sempre martellante e delle vocals che hanno un non so che di nostalgico, nonostante il brano lasci sensazioni diverse. Certo, un po’ corta, ma mi accontento. – Jacopo Morosini


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Spiritualized
Here It Comes (the Road) Let’s Go (singolo)

Alternative rock, Bella Union + Fat Possum Records

L’highlight
Non lo so, ma giuro che è bella

Per chi apprezza
Il cantautorato classico. No, non sto scherzando

Jason Pierce è un tipo di cui si parla troppo poco. Oltre ad essere in attività da eoni, è un genio, per me. O forse lo era, adesso ciò che scrive è un po’ più semplice, più blando, ma molto meno psichedelico. Sarà la crisi di mezz’età, ma non è un problema, basta solo un po’ accontentarsi, perché in un modo o nell’altro queste canzoni ti lasciano comunque qualcosa. In questo caso mi sono sentito leggermente confuso, ma bisogna ammettere che Here It Comes è un brano molto catchy, sembra una canzone rock d’autore, o qualcosa di molto vicino. C’è una chitarra acustica onnipresente e quello che sembra un organo… Insomma, l’ho ascoltata la prima volta ed ho pensato a Bob Dylan. Anche i singoli precedenti sembrano seguire questa scia, ma qui più che negli altri mi è sembrato di ascoltare un vecchio cantautore. Un bene, un male? Io di male non ci vedo niente, ma sento già le urla incazzate dei fan più accaniti. – Jacopo Morosini


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The Pineapple Thief
Try as I Might

Indie/Dream pop, Wrecking Light Records

L’highlight
L’assolo

Per chi apprezza
I plagi d’autore

Li citai due settimane fa come uno dei due più attesi act prog dell’estate 2018: i ladri di ananassi aumentano il già discreto hype con un altro singolo di qualità, portando avanti il loro stile sempre educatissimo ed estremamente british, questa volta forse attingendo più del dovuto all’opera della connazionale sua santità Steven Wilson. Try as I Might sembra per larghi tratti una rielaborazione con vocals (e con qualche finezza di zio Gavin Harrison alla batteria, e con un assolo morbido morbido) della strumentale Vermilioncore. Ciononostante (o, forse, in virtù di ciò) è un singolo di assoluto pregio e perfettamente in linea con il precedente album Your Wilderness, malinconico e sognante senza sfondare il muro del pop-rock come Magnolia aveva fatto più volte, pericolosamente. Attendiamo fiduciosi la fine del mese, più per Dissolution che per lo stipendio. – Riccardo Coppola


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Jaden Smith
SYRE: Electric Album

Boh, Roc Nation

L’highlight
Boh

Per chi apprezza
Boh

Sarà che sono tonto, che sono in vacanza col cervello scollegato da Matrix o che arrivo dall’ascolto impegnato dell’unico disco decente dei Baustelle (vi lascio la suspance), ma proprio non comprendo cosa abbia potuto portare il figlioletto del principe del Bel Air a mettere su disco una sbadigliante messa in musica del genere, noiosa, boriosa, pallosa e altri mille aggettivi negativi a iosa. Voglio dire, a 20 anni anche io di cazzate ne ho fatte, ma per partorire un lavoro che rende luminoso il peggior album grunge e che, se presentato dal vivo, fa sicuramente fare a Coez una figura migliore, ce ne vuole. Boh vabbè, ormai è andata. Dite soltanto a quel pirlotto di cambiare almeno pettinatura, che di un incapace Eminem negretto a dieta di puncake materni proprio non ce n’era bisogno. – Giulio Beneventi


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El Ten Eleven
Banker’s Hill

Post-rock, Topshelf

L’highlight
Three and a half feet high and rising

Per chi apprezza
Il post-rock non blockbuster

Un post- rock seminale, ovviamente strumentale, con molte influenze elettroniche. El ten eleven, oltre che essere un duo californiano con uno strano nome messicamericano è in attività dal 2005 e giunge – quasi inosservato – all’ottavo album in studio “Banker’s Hill”.
Un disco piacevole in ogni dua sfaccettatura, dalle atmosfere post-rock ai riff garage rock, composizioni processate attraverso un computer con l’abbinamento di tastiere ed effetti ambient elettronici. Sono in due e si dovranno pur arrangiare, il resto della band sono infatti musicisti senzienti, robot. Stupenda, va detto, “you are enough”, un crescendo che parte da un beat ed esplode in riff di chitarra e basso con decisamente tanto mordente.
Purtroppo El ten eleven danno l’idea di essere una band di classe e decisamente valida, ma sovrastata da giganti come Russian Circles e Mogwai. Poco importa. Una band per gli amanti del genere. Ma anche per chi non lo ha mai ascoltato, è comunque un buon disco da cui partire. – Matteo Galdi


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Ben Khan
Ben Khan

Electropop, Dirty Hit

L’highlight
Ruby

Per chi apprezza
L’elettropop caracollante

Ci sono delle teorie secondo le quali una persona su duecento, su tutto il pianeta Terra, sia discendente di Gengis Khan e delle sue amorose scorribande nel periodo di massima estensione dell’impero mongolo. Ben Khan, che non si pone neanche il problema del test del DNA in quanto evidentemente parte della dinastia principale, è una testimonianza vivida di come il tempo cancelli le tradizioni di famiglia. Per dire, da un nipote di Gengis che vuole fare hip-hop mi sarei aspettato qualcosa di ignorantissimo, qualcosa dalla conquista facile, alla Sean Paul. Ben invece si propone come uno dei tanti britannici cloni di James Vincent McMorrow, e tira fuori un dischetto di elettropop subdolo, etereo, fatto di giustapposizioni di voci smozzicate e di leccate funk consistenti e decise come un braccialetto fluo alle cinque di notte. Pieno di esperimenti sonori, con le tonalità bassissime e le vocals che sembrano costantemente inciampare sui beat piuttosto che adagiarcisi sopra, è un esordio che merita un ascolto, anche rapido: può far schifo (e le chances sono alte) ma può anche catturare, e parecchio. – Riccardo Coppola


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Jason Mraz
Know.

Pop, Atlantic Records

L’highlight
Might As Well Dance

Per chi apprezza
Ostentare qualcosa più checca dei Maroon 5

Mraz, per chi adora la sua musica, è meglio di Pornhub: sempre la stessa formula usa-e-getta per quegli sporchi due-tre minuti viziati con qualche sfumatura di svolgimento diversa (l’ultimo Blunt con “Let’s See What The Night Can Do”, un Bruno Mars (quello imbarazzante, non quello ravveduto) di “Unlonely”, il reagghino poppettaro di “Might As Well Dance”), ma è il solito Mraz e va benone così. “Have It All” e “Sleeping To Dream” sono lì a dimostrarlo, tanto che già sui primi tre accordi è difficile non (ri)canticchiare come cerebrolesi “I’m yours”. E a loro piacerà, lo troveranno piacevole, con il featuring della Trainor magari si bagneranno pure, se non sono troppo stizziti per essersi rotti un’unghia premendo play, facendo così arrabbiare il fidanzato. Dio li benedica. Per tutti gli altri dotati di un cervello e di un gusto nella media invece, questo album – come tutti gli altri-, sarà irrimediabilmente una maledetta accozzaglia di canzoncine da far cadere i testicoli tre metri sotto terra. Fine della storia del Mraz. – Giulio Beneventi


Nicki Minaj
Queen

Hip Merd, Young Money

L’highlight
Le zinne gonfiate più dei palloni da basket

Per chi apprezza
I pompini a ritmo

Fa caldo. Ho trovato una bottiglia di birra Raffo in frigo. Godo. Pigio “play”. Godo di meno. Tuttavia questo “Queen” di Miki Minaj non è osceno. Certo, quel titolo con quel font che richiama spudoratamente QUELLA band è quanto più di blasfemo possa esserci in giro (Magnotta che impreca a Collemaggio potrebbe essere accettabile persino per il Papa, in confronto), ma è un buon accompagnamento musicale per le sere di fine estate da struscio pesante e inelegante. Andate, ordunque, a fare i tamarri nelle discoteche in spiaggia. Arrembate una bella pulzella e accada quel che accada. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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