Dischi che escono – 15/01/2017

Rubrica che vi consiglia come consolarvi mentre IlMeteo.it vi terrorizza parlando di domeniche con attacco artico (08/01/2017 – 14/01/2017)

 


Restless and Live

Accept
Restless and Live

Heavy Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Final Journey

Per chi apprezza
L’heavy metal robusto di una volta

Solitamente i live album cercano sempre di dare una parvenza di unità, anche se i brani sono estratti da differenti date. Ma gli Accept se ne fregano di questo, l’importante per i tellurici teutonici è la sostanza offerta più che la forma. Quindi tra una Final Journey e una From The Ashes il fade in e fade out è onnipresente, ma che ne sbattiamo altamente le palline del biliardino, perché di sostanza, appunto, ce n’è, di metal vecchio stampo e muri sonori coriacei “Restless And Live” ve ne fracassa sul grugno quanti ne volete. – Andrea Mariano


As Was

Black Anvil
As Was

Black Metal, Relapse Records

L’highlight
May Her Wrath Be Just

Per chi apprezza
I bui boschi scandinavi trapiantati nella periferia di New York

“‘Ngulo che botta”. Perdonate il francesismo, ma è esattamente questo ciò che il sottoscritto ha esternato appena è partita in cuffia “On Forgotten Ways”. Sia per la potenza del combo neworkese, sia soprattutto per la capacità di attuare soluzioni che permettono ad “As Was” di non essere etichettato come l’ennesimo album Black Metal che infesta ancor di più la già imponente ecatombe di band oscure “perché noi siamo cattivi e voi no”. C’è ricercatezza, c’è un’ottima produzione, ci sono stacchi eccelsi (“May Her Wrath Be Just”), c’è atmosfera sulfurea ma un po’ diversa dal solito, e per questo ammalia, abbraccia, stringe, soffoca. E piace. Essere americani e rendere il giusto tributo a un genere così lontano, non copiandolo ma anzi variandolo il giusto. Certo, le clean vocals nella parte finale della title track sembrano quasi un tributo al movimento Grunge, ma porco Behemoth ci sta bene. – Andrea Mariano


Migration

Bonobo
Migration

IDM, Ninja Tune / Sony

L’highlight
Ontario

Per chi apprezza
L’elettronica plurisfaccettata

Ero rimasto alle figure dei libri sugli animali che studiavo da bambino e a qualcosa letta da più grande: per me le scimmie potevano al massimo usare utensili raffazzionati, tipo i legnetti per mangiarsi le formiche; i bonobo erano un po’ più allegri e inserivano nella loro routine quotidiana un po’ di sesso promiscuo ed estemporaneo. Questo Bonobo con la B maiuscola, invece, sembra aver dato una svolta al processo evolutivo dei primati, acquisendo con i suoi pollici opponibili una maestria inarrivabile anche per gli esseri umani con tastini di consolle, tastiere più o meno sintetiche, manopoline e bottoncini luminosi di loop e drum-machine assortite. “Migration” è un capolavoro di IDM pensosa, uno stupendo modellarsi di freddi suoni trip hop e del calore degli strumenti acustici in canzoni che hanno -grazie anche al consistente aiuto di guest vocalists- la costruzione immediatamente avvincente del pop. Ma ci si mette davvero poco a capire quanto ogni singolo brano sia straordinariamente sofisticato.- Riccardo Coppola


No Plan

David Bowie
No Plan EP

Art Rock, Columbia / Sony

L’highlight
Killing A Little Time

Per chi apprezza
La Musica

Il Duca Bianco dà mandato ai suoi emissari in terra di seguire le istruzioni Hobbit e fare sontuosi regali agli altri al proprio compleanno. La prima celebrazione post-mortem viene affrontata così, dando alle stampe un EP a sorpresa con l’ormai classico “Lazarus” a fare da guida e in coda tre inediti (per coloro che non hanno potuto ascoltare il musical-sequel de “L’uomo che cadde sulla Terra”, persi lungo il personale cammino di Santiago dopo il trapasso del Maestro). In fondo non è tantissimo per i cultori, ma vale la spesa anche solo per riascoltare quelle parole da un’altra angolazione: “Look up here, I’m in heaven”… ed è subito tutta un’altra musica. Tutti altri brividi, dinnanzi all’ennesima dimostrazione della superiorità di una vena creativa ancora straripante negli ultimi momenti, mai adombrata neanche dalla malattia terminale. – Giulio Beneventi


Seaweed

Demonic Death Judge
Seaweed

Sludge, Suicide Records

L’highlight
Saturnday

Per chi apprezza
La ruggine e gli ISIS (la band)

In un precedente split EP, questo gruppo sludge finlandese aveva tirato fuori una traccia intitolata “Polar Beard”. Una di quelle cose che esigono fiducia incondizionata e iscrizione alla cieca (forse, dato che parliamo di album, meglio dire alla sorda) all’albo dei fan più accaniti. Poi però ascoltando la loro ultima uscita mi sono reso conto che avrei fatto parte degli estimatori della misconosciuta band anche basandomi solamente sulle loro sollecitazioni musicali: l’album si muove con destrezza più unica che rara in quel territorio limaccioso che è lo sludge/doom metal, senza mai incorrere in quella noia -tipica per il genere- di chi non sa da che parte andare e trova comode soluzioni nel riproporre la stessa gravissima nota all’infinito. “Seaweed” è pieno di idee e cambi intelligenti, di urla violentissime (ci mancherebbe) e di un gusto prog-stoner che porta in dote sezioni solistiche di grandissimo pregio. Massiccio e ricercato. – Riccardo Coppola


Silver

Gotthard
Silver

Hard Rock, Nuclear Blast

L’highlight
Silver River

Per chi apprezza
L’irresistibile scioglievolezza dell’Hard Rock elvetico

Robusti. Se si dovesse cercare un aggettivo per i Gotthard di Leo Leoni, sicuramente “robusti” starebbe quello ideale. Il “nuovo” (oramai sono anni che è in pianta stabile nella band) cantante Nic Maeder ha trovato la maturità e la collocazione più idonee finalmente, e ballad come Stay With Me sono il giusto compromesso tra Hard Rock classico e ruffianeria di una certa classe, al contrario di “Beautiful”, senza anima. Ma i Gotthard sono sempre fedeli a se stessi, e qualche giro a vuoto, alla fin fine, possono permetterselo. “Silver” è un buon album, sicuramente porterà qualche sommesso, piacevole orgasmetto agli hard rocker stagionati e non. Ancora una volta gli svizzeri dimostrano di non essere bravi solo a realizzare cioccolata e orologi a cucù. – Andrea Mariano


Healed by Metal

Grave Digger
Healed by Metal

Heavy/Power Metal, Napalm Records

L’highlight
Call For War

Per chi apprezza
Ritornare sui passi del metal teutonico

I teutonici Grave Digger sono sicuramente parte della storia dell’heavy metal europeo. I becchini più che scavatori di tombe furono cantori. Unirono mito e leggenda nei loro brani, fino a diventarlo essi stessi. La leggendaria trilogia legata al mito di Excalibur riecheggia ancora nei cuori, sebbene il “fuoco sacro” dei Grave Digger – al loro apice nella seconda metà degli anni ’90 – si stia progressivamente spegnendo. “Healed By Metal” – sia chiaro – è il classico disco roccioso, ben suonato, di mestiere. Ma alla lunga si sente la stanchezza di sottofondo, si riescono a sentire le rughe sulle mani e sui volti segnati dei Grave Digger, forse ancora in vita grazie alla passione infinita per un epoca ormai passata. Detto con il cuore: voi, band che avete fondato un genere, che avete vissuto preziosi attimi di gloria, lasciateci in pace. Il concetto è valido per tutte le band heavy e power datate anni ’80 e ’90: il passare del tempo rende leggendari, ma lo scorrere inesorabile dello stesso logora il corpo di chi – a differenza della propria musica – immortale non è. – Matteo Galdi


Machine Messiah

Sepultura
Machine Messiah

Thrash Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Machine Messiah

Per chi apprezza
La rabbia e la libertà del Sudamerica

I Sepultura sono senza dubbio una della band di metal estremo più importanti ed originali di sempre. L’anno 1996 rappresentò il picco massimo di espressione artistica della band, ad oggi la più alta vetta mai raggiunta. “Roots” squarciò le menti dei più ottusi ed accaniti thrashers: era una commistione di suoni del tutto nuova, di una primordiale ed ancestrale bellezza. Poi la caduta, l’abbandono del frontman Max Cavalera, cui seguì un temporaneo scioglimento e dischi davvero poco memorabili. “Machine Messiah” va giudicato semplicemente per quello che è, fuori dal contesto della storia di una band che è rinata (in pratica rifondata, sebbene porti lo stesso nome) più volte. Sfuriate aggressive, riff a iosa e tanta doppia cassa, parti vocali in growl ma anche in pulito, un’ottima prova vocale di Derrick Green (spesso punto debole della band). E si, buona parte dei “veri” Sepultura risiede oggi nei Soulfly di Max Cavalera, mentre i Sepultura di oggi sono semplicemente una buona band thrash metal, formata da ottimi musicisti, con anni di esperienza alle spalle. Al netto di chi oggi afferma che la soluzione migliore sarebbe lo scioglimento, se si guardasse il bicchiere mezzo pieno ci si accorgerebbe che le due grandi band brasiliane sono in ancora in circolo, più in forma che mai. – Matteo Galdi


Rennen

Sohn
Rennen

Elettronica, 4AD

L’highlight
Rennen

Per chi apprezza
Lo sballo della raffinatezza

Dal grigio perenne di Londra alle atmosfere decadenti di Vienna: si può dire che Christophere Taylor (in arte SOHN) non abbia scelto dei luoghi propriamente allegri per creare la propria musica. Un’ombra di malinconia che si riflette, piacevolissimamente, su un’elettronica che mostra molti tratti in comune con la scuola nu-soul inglese. Il paragone con James Blake è più che necessario, sebbene il producer riesca a distanziarsi dal proprio mentore grazie ad una voce decisamente più viscerale e ad un songwriting che flirta senza problemi con il pop più cantautorale. “Rennen” (correre, in tedesco) raccoglie l’eredità del primo, riuscitissimo “Tremors”, incasellando una nuova serie di “hit” sulle quali ballare. Rigorosamente ad occhi chiusi, per non perdere un solo istante di un sound così d’impatto, così estremamente delicato. – Marco Belafatti


Youth Is Only Ever Fun In Retrospect

Sundara Karma
Youth Is Only Ever Fun In Retrospect

Indie Rock, RCA

L’highlight
Happy Family

Per chi apprezza
I ggiovani

C’è dell’ironia nel fatto che questi qua chiamino il loro album parlando della gioventù al passato, dicendo che la si trova divertente solo quando si invecchia. Lo dicono loro. LORO. Che avranno un’ottantina d’anni in 4, che sono all’esordio discografico, che hanno capelli ed entusiasmo, che sembrano poter arrivare al successo prima che la bolla di bifolk pop easy-listening esploda (ti prego, bolla, esplodi presto). È bella sempre la gioventù, cari Oscar Lulu (che cazzo di nome d’arte) e compagnia. Godetevela, perché un giorno il mondo si sarà stancato dei Lumineers e dei 1979 e di riflesso anche di voi. E invece di cantare dell’amore per Vivienne canterete di come si pagano le bollette come i normali vecchi. Il disco comunque è bellino. – Riccardo Coppola

Il Branco

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
Il Branco

About Il Branco

Siamo senz’altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *