Dischi Che Escono – 16/07/2018

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Musica spesso triste da contrapporre all’orribile giubilo dei francesi (02/07/2018 – 15/07/2018)


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Fabio Rovazzi
Faccio quello che voglio (singolo)

Pop, Fabio Piccolrovazzi / Virgin Records

L’highlight
Ragazzi, IL VIDEO

Per chi apprezza
1, 2, 3 ,4 e Pippo Baudo

Sarò impopolare. Già sento Riccardo che rompe il vetro per l’ascia d’emergenza. Noto in lontananza Giulio che, molto onestamente, indossa i guanti neri di pelle e, altrettanto onestamente, noto dal suo labiale che mi avverte delle sue intenzioni e delle sue abilità nell’arte dello strangolamento (no, non vuole sperimentare del bondage). “Faccio Quello Che Voglio” a me garba. Non è neppure idiota a livello di testo. E il video. IL VIDEO. Geniale, spettacolare. Devo capire ancora se Rovazzi sia stato davvero così sagace e così maledettamente genio per un dettaglio: inserire Diletta Leotta tra i vari personaggi pieni di talento. Quale Talento? Fatto sta che il brano piace. Ieri mattina su YoyTube era a 1,7M visualizzazioni, nel primo pomeriggio 2,3M. E se c’è Al Bano… non posso parlare male di un progetto musicale con Al Bano tra i super ospiti. Tutto molto interessante. – Andrea Mariano


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Jumpsuit (Singolo)

Rock elettronico, Fueled By Ramen

L’highlight
Il ritornello senza voce

Per chi apprezza
Gli strumenti con quattro corde

I 21 Pilots li ho seguiti sempre in maniera abbastanza sghemba, nonostante pressioni esterne. Sarà che l’hip hop latente non ha mai solleticato le mie corde. Jumpsuit è il momento delle mie scuse, ma voglio illudermi che sia anche un loro atto d’amore nei miei confronti. C’è un basso violentissimo che pare tirato fuori direttamente dell’inferno, quasi una fusione di Club Foot con le atmosfere di Brennistein dei Sigur Ros. C’è una struttura geniale fatta di strofa, pre chorus e ritornello esclusivamente strumentale pensato per il mosh esagerato, con i saliscendi d’energia che hanno punti di minimo accompagnati dal piano e da falsetti moderatamente toccanti. Un pezzone rock di cui si potrebbe anche attaccare il titolo sui frigoriferi di Royal Blood e Imagine Dragons, come eterno promemoria qualitativo: in due giorni il video ha raggiunto quasi 8 milioni di meritate visualizzazioni su YouTube, forse un milione è mio. – Riccardo Coppola


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Suede
So Far Under (singolo)

Alternative rock, WMG

L’highlight
Tutto, dal primo all’ultimo secondo

Per chi apprezza
La quasi totale rassegnazione

Un po’ di inguaribile tristezza non guasta mai in musica. Forse non per tutti, ma pare che i Suede si siano ormai abbandonati in un vortice di disperazione, specialmente nelle ultime uscite. E non è affatto un male, soprattutto se il risultato è un brano del genere. Musicalmente parlando, ciò che spicca subito all’ascolto è la chitarra colorata e intensa che si sussegue per tutta la durata della canzone, alternando tra arpeggi claustrofobici e un lead di ritornello che ha un non so che di new-wave o post-punk. Un basso tetro e insidioso l’accompagna, sommerso dalla voce di Brett che ci mette tutta l’anima per lasciarci trasportare.
Questo piccolo assaggio del prossimo “The Blue Hour” non solo mi ha lasciato felice, ma è una riprova di come il gruppo britannico abbia ancora molto da offrire dalla reunion ad oggi. – Jacopo Morosini


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Postino
Latte di soia

Indie, Postino Records

L’highlight
Anna ha vent’anni

Per chi apprezza
Calcutta

Mi chiedono “puoi recensire Postino? Roba indie italiana” e dopo la ricerca infruttuosa di questo album dal titolo Roba Indie Italiana, capisco di avere qualche deficit mentale. Latte di Soia è il lavoro d’esordio dell’ennesimo cantante alla Calcutta, che sembra ormai stia facendo scuola tra le nuove generazioni. Da qui Postino, che fino a ieri era il tipetto sullo Scarabeo giallo che ti consegnava la corrispondenza ed oggi è un cantante. Ma tornando serio per un attimo, ci tengo a esprimere il mio apprezzamento per questo lavoro: quanta verità nelle parole del brano Anna ha vent’anni, racconto di una triste realtà piena zeppa di illusioni e futilità con “Adesso non rimane niente se non lavorare/per comprare cose con cui andare a lavorare”. Latte di Soia è ciò che cerca chi vuole andare controtendenza per moda perché il latte di soia fa figo o perché intollerante all’ordinario latte d’animale, quello munto: una metafora d’intolleranza verso la musica banale. Questo è l’indie che ci piace, l’indie che è un po’ più indie dell’indie dei The Giornalisti e un po’ meno indie dell’indie di Brunori. – Francesco Benvenuto


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Years & Years
Palo Santo

Pop, Polydor

L’highlight
Rendezvous

Per chi apprezza
Il ministro Fontana

Conoscendo l’orientamento sessuale di Olly Alexander, leader degli Years & Years, non posso che fare mea culpa per essermi abbassato ai livelli di un ministro (minuscolo volutamente) Fontana qualsiasi, cioè un italiota medio che ce l’ha fatta. Anni di incultura trash, scientificamente diffusa da certi media e omofobia selvaggia, hanno tenuto in vita dentro di me un briciolo di quel provincialismo bigotto e gnurante che sto cercando progressivamente di estirpare.
Il Palo Santo non è il cazzo. E’ un albero dotato di straordinarie proprietà presente principalmente in America Centro-Meridionale, ed è anche il titolo di questo strepitoso manifesto “pop” dei nostri tempi. Gli Years & Years bissano il capolavoro d’esordio “Communion” con un mix irresistibile di attualissimo synth-electro-pop che sa scavare anche nei solchi del passato, richiamando persino Michael Jackson.
Libidine, libidine coi fiocchi: dove il 99,99999999% (periodico se non si fosse capito) dei presunti artisti, che si muove su terreno simile, fallisce contenutisticamente, Alexander ci racconta un mondo distopico senza distinzione di genere, narrando di sesso, religione e sacro(palo)santo diritto di affermare le proprie individualità, diversità e sessualità.
La portata del messaggio è supportata da musica tanto diretta quanto ricercata, mantenendo un appeal melodico irresistibile. Capolavoro pop del 2018. – Davide Bragagna


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Deafheaven
Ordinary Corrupt Human Love

Black Metal, Anti-Records

L’highlight
You Without End

Per chi apprezza
Le relazioni malsane

Il titolo del quarto lavoro dei Deafheaven, Ordinary Corrupt Human Love, descrive in quattro sole parole i sentimenti di tante persone, legate con il cuore a chi ritengono essere la persona giusta, occultando la consapevolezza che prima o poi dovrà finire. L’album composto da pochi brani, solo sette, ma lunghi anche fino a dodici minuti, racconta tra ballads e puro power metal il conflitto interiore in un rapporto umano sbagliato: e se You Without End esordisce con un pianoforte, ecco allora Honeycomb che usa le maniere forti come l’uomo di cui parla il suo testo. Piuttosto che vivere una vita malsana a causa di altri, è preferibile viverla soli, ma con la viva speranza che migliorerà. Il risultato è una produzione sicuramente intrigante e ricca di momenti molto alti in un marasma di suoni e parti orchestrali. Pollice in alto. – Francesco Benvenuto


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Between The Buried And Me
Automata II

Prog Metal, Sumerian

L’highlight
Voice of Trespass

Per chi apprezza
Il prog, il metal e le canzoni del “Pata” Castro sotto acidi

A pochi mesi dal capitolo uno, arriva dall’universo Between The Buried and Me Automata II, un lavoro breve ma molto intenso (capito Tesseract? Ora sapete dove infilarvi Beneath my Skin/Mirror Image) che colpisce sin da subito con una canzone magistrale di apertura, “The Proverbial Bellow”, completa di tutto quello che il prog della band può offrire. La seconda traccia prepara l’ascoltatore al capolavoro assoluto dell’album, la geniale “Voice of Trespass”, che mischia la potenza del metal con atmosfere dark/swing degne di una colonna sonora per Tim Burton. Con questo pezzo i BTBAM hanno dimostrato di avere ancora tantissimo da dare, continuando ad evolversi anche con la bellezza di nove album alle spalle. Pieno di emozioni infine con “The grid”, che chiude quella che si può definire la seconda parte di un lavoro decisamente ben riuscito. – Michele Luca Ritrovato


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Suicideyear
Color The Weather

Elettronica, LuckyMe

L’highlight
Tired

Per chi apprezza
Le mezze stagioni

Un viaggio, una pausa. Suicideyear, nascosto dietro quel nickname così tenero, schiera un esercito di synthini e glitch, di bassi elettronici estremamente educati, di pad appena sfiorati che effondono delicate melodie balzellanti. Un disco effimero, di elettronica senza compromessi, strumenti veri, voci né baraonde da dub: solo qualche concessione ai bassi di irrobustirsi, di rendere il sound più nero, più urban. È specialmente in quei frangenti che Color The Weather sembra una perfetta colonna sonora da calmo rientro in macchina, in notturna, con una temperatura (al momento inimmaginabile) che non rende necessaria l’aria condizionata. Tenete una Red Bull a portata di mano che in tracklist qualche colpo di sonno arriva. – Riccardo Coppola


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Obscura
Diluvium

Technical Death Metal, Relapse

L’highlight
The Seventh Aeon

Per chi apprezza
L’onanismo

Datemi qualcosa di diverso questa settimana. Tiè, Obscura. Uaaaaaaaaa, crash boom bang (Roxette, aiuto), letteralmente un diluvio cacofonico che pare giungere da un poveraccio abbandonato in un bagno dell’Autogrill in hangover di lassativo e senza carta igienica. Mi sa che a ‘sto giro ho, come si dice un gergo poetico, urinato troppo lungo. Ad un iniziale ed insormontabile disgusto dopo i primi minuti segue un silenzio di tomba, poi del sano divertimento sospinto dalla continua doppia cassa, ancora un plauso per le eleganti svisate di un basso chiaramente fretless su “Clandestine Stars” e “The Seventh Aeon”, infine gli sbadigli nonostante i continui cambi di ritmo e di registro. Insomma, sono un profano (e a questo punto lo resterò ancora a lungo, temo), e come tale potrei definire il lavoro in questione come un tentativo di mettere dello smalto rosa effemminato su un guanto di ferro, ossia un metallaccio che strizza l’occhio al progressive col suo songwriting complesso ed un tecnicismo più esasperato di un Governo Monti, ma che finisce irrimediabilmente sulla lista dei malati terminali per la sindrome Malmsteen: musica fine a sé stessa, that’s it. Ingodibile, al di fuori della mano destra che la produce. – Giulio Beneventi


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Luluc
Sculptor

Indie Folk, Sub Pop/Audioglobe

L’highlight
Spring

Per chi apprezza
Le mani birichine

L’ultima sessione d’esami pre-laurea è terminata e mi ritrovo così, tutto d’un tratto, immerso in uno stato di totale atarassia, un piattume d’emozioni che non provavo da tanto, troppo tempo. Non potrebbe esserci nulla di meglio per raccontare questo mio stato d’animo di Sculptor, nuovo album dei Luluc. Il mix di raffinatezza ed eleganza grazie alla voce femminile di Zoë Randell ed i giri di chitarra dell’altro componente del duo, Steve Hassett, crea la tipica atmosfera delle scene di sesso nei film romantici: un bacio passionale, una mano birichina ed infine il taglio della regia, così da lasciare tutto all’immaginazione. I Luluc, che fino a questo punto ho battuto erroneamente come “Lulic” vista la vicinanza delle due lettere sulla tastiera (per la gioia dei tanti lettori di fede laziale), scavano nell’animo umano per ricercare quei sentimenti inespressi e fin troppo nascosti. – Francesco Benvenuto

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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