Dischi Che Escono – 17/09/2017

Selezione musicale da portare alle prossime audizioni di X-Factor. (10/09/2017 – 16/09/2017)


Anastacia
Evolution

Pop, Four Eyez Productions

L’highlight
s.v.

Per chi apprezza
Vannoni e i domiciliari

“Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost”, dice oggi la sempre bella Anastacia, alla settima impresa discografica. E per risalire la china e strappare lo scettro alle soubrette brillantinate che oggi vanno tanto di moda al posto suo, cosa fa? Blatera a vanvera in musica di stamina. Sì, avete letto bene: di stamina. “I need the stamina to hold on / Gotta be stronger a little longer“, mentre la canzone sprigiona cascate di eleganza compositiva e fiumi di validità scientifica. No Maria, io esco. Mi spiace ragazzi, proprio non ce la faccio. Proseguite voi nell’ascolto. Buona fortuna, valorosi. – Giulio Beneventi


Arcane Roots
Melancholia Hymns

Hardcore, Easy Life

L’highlight
Matter

Per chi apprezza
Le brutte notizie

L’ultima volta che li ho visti live sono tornato a casa spettinato e con un fischio alle orecchie durato forse una settimana. Sono tre, ma fanno casino per dieci, cento, anzi mille, quasi più dei Mille di Fabio Zaffagnini. Ne sono rimasto incuriosito grazie al brano Resolve, me ne sono innamorato con If Nothing Breaks, Nothing Moves; questo nuovo lavoro invece sembra essere quella sòla che ti dà la tipa dopo che te l’ha fatta annusare per settimane. Dove sono i vecchi Arcane Roots? La Sciarelli già freme per farne uno speciale su “Chi l’ha visto?“, ne sono sicuro. Di certo il titolo è azzeccato: “Melanchololia Hyms”. Il senso di malinconia pervade infatti ogni secondo delle dieci canzoni dell’album, facendo rimpiangere i bei momenti passati con l’EP Heaven & Earth. Non me la sento però di definirlo un completo buco nell’acqua appioppando un’insufficenza grave ai tre giovanotti, ma di sicuro bisogna adattare l’orecchio a delle sonorità molto diverse dalle precedenti, decisamente più soft. L’aggettivo giusto per descrivere questo lavoro sarebbe “diverso”. E diverso non significa necessariamente brutto. È un album diversamente bello. – Francesco Benvenuto


Caligula’s Horse
In Contact

Prog Rock, InsideOut

L’highlight
The hands are the hardest

Per chi apprezza
Le prime nomination a disco dell’anno

Romanticissimi, i Caligula’s Horse. “In Contact” è un disco melenso ma non agrodolce, le atmosfere sono ariose ma non danno alla noia. Gli australiani non sono gli ultimi arrivati. Anzi. Sin dal debutto “Songs from Ephemeral City” hanno saputo ergersi sulla massa spazzando via la pur debole concorrenza in un mercato come quello del progressive, inflazionato e composto da quasi solo fumo. In questo mondo di inconsistenza e riciclaggio di idee vecchie di almeno quaranta anni erano emerse la forte personalità ed identità dei Caligula’s Horse. “In contact” è un disco nuovo e che sa di nuovo. Porta con sé la modernità, la freschezza che traspare lungo tutto il suo corso. È però al contempo progressive puro come non si sente spesso da almeno quaranta anni questo si, tecnico, curato maniacalmente, ragionato. Ciascuno dei Caligula’s Horse padroneggia il proprio strumento alla perfezione e dialoga con esso in perfetta sintonia con la band. Forse le chitarre si concedono qualche assolo di troppo, al limite dall’essere pericolosamente fine a sé stesso. Orpelli a parte, è tutto meravigliosamente al proprio posto. Anche la breve acustica “Love Conquers All” (che romantici, dicevamo proprio all’inizio) a calmare le acque dopo il pezzo più bello del disco “The hands are the hardest” (a mani basse, perdonate la tristezza). Anche il pezzo-non pezzo recitato “Inertia and the weapon of the wall” che introduce al gran finale. “In contact” è complesso, non si assimila subito. Chiunque riuscirà entro la fine dell’anno solare in corso, probabilmente lo considererà disco dell’anno. – Matteo Galdi


The Contortionists
Clairvoyant

Prog Metal, eOne Music

L’highlight
The clairvoyant

Per chi apprezza
Le seconde nomination a disco dell’anno

Tecnicamente eccelsi, dal sound compatto e funzionale. Pochi momenti individuali affidati ai singoli musicisti che compongono i The Contortionist, tutto è incentrato sul sound, sull’atmosfera. Così come sono praticamente inesistenti stupidi insensati riff e parti soliste. È tutto un fluire, un divenire: non una struttura. E “Clairvoyant” è un lungo viaggio siderale nel cosmo inesplorato, tra messaggi criptici e visioni nell’oscurità, le atmosfere più dark rispetto al passato. Rende alla perfezione da questo punto di vista la produzione, mettendo in risalto le tonalità medio/basse. Così se i bassi sono profondi, gli arpeggi sono super bright. Questo dualismo accompagnerà l’ascoltatore lungo tutto il disco/percorso alla fine del quale, in preda ad allucinazioni “vedremo ciò che lui vede”. The Contortionist che attualmente rappresentano insieme ai Tesseract il punto più alto del Djent (che poi, è un genere?), aspettando conferme dai secondi, dato che un nuovo album è in arrivo anche per loro. Certo, sarebbe un sogno se organizzassero un nuovo tour insieme, come un paio di anni fa. L’intro strumentale “Monochrome (passive)” è una piccola gemma strumentale, prepara all’ascolto a dovere. Mentre la ben più semplice “Reimagined” (non a caso il singolo) rimane impressa all’istante. Quinta corda di basso a vuoto. Quanto groove. Un’uscita che da sola ringiovanisce l’intero beneamato mercato del metal e affini. “Clayrovoyant” e “In contact”, usciti lo stesso giorno, basterebbero ad appagare il sottoscritto per almeno tutto l’anno solare in corso. – Matteo Galdi


Ensiferum
Two Paths

Folk Metal, Metal Blade Records

L’highlight
Way Of The Warrior

Per chi apprezza
Cavalcare tra spiriti pagani a bpm elevati

Album numero sette. Sette album con una miriade di cambi di line-up. La qualità, tuttavia, è sempre rimasta su livelli dalla decenza in su, e “Two Paths” conferma che gli Ensiferum godono ancora di buona salute, tra cavalcate e fisarmoniche gagliarde, tra scream e flauti che inneggiano a leggendari passati pagani, tra foreste e divinità, tra vichinghi e velleità di epicità. Stranamente, per uno come il sottoscritto che mal sopporta lo scream a causa del suo uso eccessivo anche dove non serve (soprattutto negli anni ’00), la band nordica è tra le poche a farne ancora sapiente uso, pur lasciando più spazio alla melodia del clean rispetto al passato. Non male, miei cari bimbi che giocano a far i vichinghi brutti, sporchi e cornuti. Non il vostro lavoro migliore in assoluto, ma degno di rispetto al pari dei precedenti e con belle chicche sparse (Way Of The Warrior, King Of Storms e God Is Dead, per esempio). – Andrea Mariano


Hundred Waters
Communicating

Elettronica, OWSLA

L’highlight
Parade

Per chi apprezza
La vacuità elettronica

Ci sono stati un paio di momenti durante l’ascolto del nuovo degli Hundred Waters in cui, onestamente, mi sono chiesto cosa cazzo stessi ascoltando: succedeva tra le tastiere disallineate alla base e fastidiosamente acute delle prime due tracce, con linee melodiche polverizzate da una elettronica upbeat finora sconosciuta anche allo stesso trio losangelino. Per fortuna andando avanti le cose sono di molto migliorate, riconsegnando Communicating a quel novero infinito di album compassati e dreamy, femminili e vellutati, che riempiono gli scaffali e fan muovere (lentamente) le teste e le gambe di hipster da cocktail bar. Ben prodotto, ben cantato, ben confezionato, ma estremamente, orribilmente prefabbricato. – Riccardo Coppola


La Metralli
Lanimante

Indie Pop, A Buzz Supreme

L’highlight
Ellittica

Per chi apprezza
Il pop jazzy non troppo atipico

I La Metralli definiscono il loro genere “avantique”, cercando di rifuggire sforzi di catalogazione all’apparenza complessi per un pop dal tono cantautorale (specialmente nei testi, molto raffinati) e dalla voce di stampo prepotentemente jazz, ma permeato di qualche rumoreggiamento chitarristico e di qualche leggerissimo friggere sintetico. In realtà questi ultimi due elementi restano in minoranza, e Lanimante resta lavoro onesto (ottimo su Ellittica, non a caso singolo) ma non lontano da molto che si è già più che abbondantemente sentito: un po’ come i compagni di etichetta Shijo-X senza le elettroniche più pesanti, un po’ come Nina Zilli feat. Portishead. Nessuna di queste due cose due cose, oggi, sconvolgerebbe più di tanto. Oddio, forse la seconda un po’ sì. – Riccardo Coppola


Myrkur
Mareridt

Pagan Folk / Atmospheric Black Metal, Relapse

L’highlight
La doppietta The Serpent-Crown

Per chi apprezza
La Scandinavia e il suo antichissimo retaggio culturale

L’esordio discografico di Myrkur, progetto solista dell’affascinante Amalie Bruun, non era riuscito ad andare oltre ai suoi pur ottimi presupposti. Per l’atteso follow-up Relapse Records e la bionda figlia dei fiordi hanno quindi scelto di fare le cose in grande, pubblicando un disco che non è più una semplice rilettura al femminile del primo, grandioso album degli Ulver ma conferisce alla sua autrice un’identità artistica vera e propria. “Mareridt” è pura, sanguigna musica del Nord, dove l’asprezza invernale del black metal incontra le atmosfere rituali del pagan folk scandinavo di cui Tenhi e Wardruna sono maestri. Bruun si muove leggiadra tra le esoteriche trame della sua musica, alternando voci eteree e scream infernali (pochi, in verità). Giovano alla riuscita dell’album l’inserimento di strumenti tradizionali come la mandola e la nyckelharpa, la stupenda collaborazione con Chelsea Wolfe ed una produzione volutamente sporca, viscerale, ad opera di Randall Dunn (che già aveva lavorato per gente come Marissa Nadler, Earth, Sunn O))), Boris e Wolves In The Throne Room). “Mareridt”, con un inaspettato colpo di classe, spazzia via buona parte di ciò che fino ad oggi è stato definito pagan folk metal. Si alzino i corni in tutto il regno di Miðgarðr. – Marco Belafatti


Prophets of Rage
Prophets of Rage

Rap Rock, Fantasy

L’highlight
Radical Eyes

Per chi apprezza
Avere rabbia a colpi di Yo-Yo Motta

Parte Radical Eyes e già è chiaro che per Tom Morello vale l’assioma di Blackmore: a prescindere da chi ci sia dietro il microfono, il tuo stile sarà sempre quello, a meno che non ci sia un Ronnie James Dio (da una parte) o un Chris Cornell (dall’altra). Così i due Public Enemy DJ Lord e Chuck D e B-Real dei Cypress Hill si alternano alla voce, mentre i Rage Against th… Morello e gli altri pestano a dovere come 15 anni fa e anche prima. Già, perché immaginare la voce Zack de la Rocha su tutto l’album è tremendamente facile. E questo, se vogliamo, può essere annoverato tra gli aspetti positivi, dato che non c’è un senso di eccessivo smarrimento e anzi è un po’ come tornare a casa dopo tanto. Il coinquilino che fa più casino non c’è più, ma gli altri che sono rimasti sono sempre una garanzia. I Rage Public Hill non se la cavano male, ovviamente il livello di “yo-yo” aumenta, ma non è necessariamente un male. Manca la rabbia scomposta di De La Rocha, ma ricordate l’assioma di Blackmore: a prescindere da chi è al microfono, il tuo stile non cambia. A meno che non ci sia un Ronnie James Dio (da una parte) o un Chris Cornell (dall’altra). – Andrea Mariano


Ringo Starr
Give More Love

Pop, Universal

L’highlight
We’re On The Road Again

Per chi apprezza
Il proprio animo beatlesiano

Musica da pension… ehm, nostalgici, ecco cos’è. E va bene così, dai. Il Ringaccio torna in pista con tanto peace and love per conquistare le ultime veterane prede lasciate nelle balere e lo fa strizzando l’occhio -come al solito- al glorioso passato. A dargli man forte c’è -come al solito- il “piccolo” aiuto dei suoi amici, tra cui Steve Lukather e il compagnone sempre attivo Sir Paul. E, nonostante qualche imbarazzo lungo il percorso (il plag… ehm, tributo di Marley su King of The Kingdom), tra inediti e nuovi rifacimenti, tutto fila in modo piacevole. Oserei dire tiepidamente godibile, se siete di parte beatlesiana. – Giulio Beneventi

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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