Dischi Che Escono – 17/12/2017

Dieci dischi per non (?) sentirsi come i canditi a Natale. (03/12/2017 – 16/12/2017)


Eminem
Revival

Rap, Aftermath

L’highlight
River ft. Ed Sheeran

Per chi apprezza
Lagrimare per la 8 Mile Road

Chi è invecchiato, Marshall? Io, che ho usato la nostra logora felpa incappucciata come copertina per sonnecchiare al caldo mentre ti ascoltavo? O tu, che ti sei abbandonato ad un album di una piattezza che a tratti annichilisce? Cazzo, Marshall, che ci è successo? Che ti è capitato, che entri in scena con una ninnananna assieme a Beyoncé e non mi tiri fuori manco un tocco di classe su una ventina di tracce? I tempi sono così bui? Che ne è stato della ferocia dei tuoi testi? A 45 anni, da ricco paciarotto, ti sei accontentato di tirar fuori qualche stoccata anti-Trump già stantia condita di un pallido auto-referenzialismo? È questo che fai nella tua villa con piscina? Metti in fila prima morbide rime e poi conti la grana? Manco per il cazzo, non ci credo. Tu hai due palle così. It ain’t you, babe. E poi neanche uno stronzo ricco e annoiato si butterebbe a campionare Zombie dei Cranberries in una scelta ancor più triste di quella di Britney Spears dinnanzi a I Love Rock n Roll. Qui c’è davvero qualcosa che non va. Non so cosa sia, ma non è possibile che tu possa pensare che tocchi alle ospitate dei vari Ed Sheeran, P!nk, Alicia Keys, X-Ambassadors e compagnia bella diradare l’impasse con le loro composizioni giustamente pop. Te lo dico. Cazzo, Marshall. Perché come diceva il poeta, tutto il resto è fottutissima noia (sì, il poeta si fotteva anche la noia). Vedi di guarire in fretta, ti prego, che sennò a sto giro sarà Moby a prendersi gioco di noi. Cazzo, Marshall. Cazzo. – Giulio Beneventi


Charli XCX
Pop 2

Pop (ma va?), Asylum

L’highlight
Tove Lo

Per chi apprezza
[censura]

La Charli si è costruita una certa legacy dai tempi dell’esordio (Boom Clash, per chi si fosse permesso di dimenticarsi qualcosa di così importante): questo suo nuovo album, emblematicamente intitolato Pop 2, è una sorta di Royal Rumble di discinte donzelle endorser di sospiri finti-ingenui e autotune spinto (ma c’è anche qualche uomo, tipo Tommy Cash, o Pabllo Vittar, con due l) . L’esito è un pop iper prodotto e ovviamente NSFW, da radio di macchine verso resort estivi o da discoteche piene di giovincelle finto-alternative. Bene così. Ah, esiste ancora Carlie Rae Jepsen. AH, C’È TOVE LO. – Riccardo Coppola


Belle & Sebastian
How to solve our human problems vol.1

Indie, Matador

L’highlight
We Were Beautiful

Per chi apprezza
La sopravvalutazione

Con una mossa da Green Day, i Belle & sebastian supervalutano la loro creatività ancor più di quanto promesso dalla pubblicità dei compro oro, e da tre nuovi brani decidono di tirare fuori tre EP nel giro di tre mesi. Il presente ruota intorno a we were beautiful, un per nulla malvagio compendio di modi di contaminare l’indie con i synthoni e farlo suonare un po’ un tributo ai Beatles un po’ un tributo al prog, con bassi pesantissimi a guidare una melodia decisamente azzeccata. Purtuttavia, anche se l’opener è quasi al livello del succitato singolo, il resto non serve realmente a niente: una lagna devastante in voce femminile, un duetto di una stucchevolezza tanto paurosa da far sembrare shiny happy people dei REM un pezzo doom metal, una jam session di flautini. Siete voi un problema, cari bella e Sebastiano: risolvetelo, silenziatevi. – Riccardo Coppola


The 1975
DH00278 (Live from the O2, London. 16.12.16)

Indie Rock, Dirty Hit

L’highlight
Undo

Per chi apprezza
I regali da riciclare

I The 1975, a mio avviso, sono una delle band più poppeggianti degli ultimi anni, non tanto perché regalano sonorità da far invidia a Britney Spears, quanto perché risulta impossibile trovare una salsiccia, grande o minuta che sia, in mezzo alle millemila x2 tette delle donzelle che affollano i loro concerti. DH00278 non è solo la targa della automobile di vostra madre, ma anche il titolo dell’ultima pubblicazione della band inglese: un live album che permette di rivivere le intensissime emozioni del concerto alla O2 Arena di Londra del 16.12.16, emozioni superate solo da quelle del goal di Brignoli al 95esimo contro il Milan gattusiano. Ma non è tutta merda quella che puzza: a base di questa pubblicazione c’è una discreta resa audio, che permette di immergersi totalmente nel live, grazie anche all’intenso vociare/cantare del pubblico. Ma mi raccomando, attenzione a non andare troppo sotto con la testa che si rischia di affogare in acque non proprio pulite. DH00278 potrebbe dunque essere un buon regalo di natale per una 14enne alle prese con la scoperta, non del proprio corpo, bensì della musica. Di merda. – Francesco Benvenuto


Panic! at the Disco
All My Friends We’re Glorious

Pop Rock, Fueled by Ramen

L’highlight
Le pause

Per chi apprezza
Gli antiemetici

Ascoltare un gruppo di merda per capirne la resa live è come mettersi dentro una Fiat Duna per fare il rally di Montecarlo, costante sensazione di vomito incipiente inclusa. Death of a bachelor era un disco inutile già da studio: i panic! At the disco hanno dunque ben pensato di corredarlo con un grandioso recording del tour statunitense che ne fece promozione. È un live registrato meravigliosamente e perfettamente calibrato, che riesce a regalare la sensazione di essere davvero lì, a sentire migliaia di voci di fan musicalmente illetterati e la pagliaccesca estensione vocale di Brendon Urie, che passa agevolmente dal belato profondo all’acuto da concorrente presuntuoso di X-Factor. Ma almeno sta tutto su Spotify, e non occorre scannarsi per i biglietti per questo festival dell’orrore. – Riccardo Coppola


Drive Me Dead
Who’s The Monster

Hard Rock

L’highlight
Dear Dead

Per chi apprezza
Ascoltare ottima musica d’altri tempi, in anticipo coi tempi

Siamo a dicembre, siamo nel 2017, l’album in questione uscirà a febbraio 2018, ma sembra di essere ancora tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90: Hard Rock becero, come se Warrant e Skid Row fossero ancora all’apice della loro carriera e tutti cercano di cavalcarne la scia. Le mie orecchie non udivano il campanaccio da mucca alla batteria dai tempi dell’esordio dell’ex band di Sebastian Bach, i Drive Me Dead sono riusciti nell’impresa di infilarlo con rigore in “Freak”. Fa dunque strano ascoltare codesto “Who’s The Monster” tramite supporto digitale noto ai più come emmepitré, dato che vorrei ascoltarlo su ciddì o almeno su musicassetta. Rievocazione di tecnologie nostalgiche a parte, “Who’s The Monster” è un album hard rock puro e crudo, divertente, coinvolgente e qualche altro avverbio positivamente a caso. Tra una divertente la cover di “Summer of ’69” e un ottimo omaggio a Lemmy con “Lemmy’s Ghost” (brano originale sulla falsariga dello stile Motorhead ovviamente, ma realizzato dannatamente bene), questi giovincelli mi hanno regalato un’ora di sano rock n’ roll e anche un bernoccolo causa headbanging sconclusionato in giro per la redazione. Suonato bene, godibile, ottimo per scapocciare pensando di avere ancora una folta e fulgida chioma, sbattendosene la verga del fatto che ora invece hai una pelata imbarazzante. Giudizio sintetico: Eroi d’altri tempi. – Andrea Mariano


Guidi & Carotenuto
L’epoca d’oro

Folk, Santeria

L’highlight
Primavera Calda

Per chi apprezza
Dire che Dickens era nel giusto

Il barbone in tinta rossa quest’anno giunge in anticipo per me. Non sapevo bene cosa mettere sotto l’albero o al posto di Gesù Cristo nel presepe: ebbene, ci pensa questo duo di Livorno a sciogliermi in modo sbrigativo ogni dubbio, tirandomi fuori dal cilindro -all’esordio, sottolineo doverosamente- dieci composizioni che brillano di spessore compositivo e di un esemplare lavoro a quattro mani che non vedevo/sentivo da tanto tempo. In breve quello che è racchiuso: un viaggio che non conosce punti deboli o cadute di stile (i pezzi da novanta sia in lato A, “Primavera Calda”, che nel retro, “Curriculum”) e mille guai quotidiani, raccontati con gusto acustico e un arrangiamento poliedrico da 30 e lode da due artisti consapevoli dei loro mezzi. Vita, lavoro, crisi di generazioni, speranza, perdizione. Insomma, musica vera, pura, narrata in maniera lucida. Che altro dire, se non Buon Natale. – Giulio Beneventi


Ghost
Ceremony and devotion

Heavy Metal, Loma Vista

L’highlight
Monstrance Clock

Per chi apprezza
sentirsi un black metaller trve evil ascoltando però rock vintage e melodico, senza essere poser

“He is”, ovvero un brano rock (pop, detto a voce bassissima per non innervosire nessuno), una canzone di amore nei confronti di Satana. Questi sono i Ghost, o meglio i Ghost B.C per questioni legali legate al nome. A cantare è Papa Emeritus, un Papa satanico con tanto di “corpse painting” sul volto, anzi, pittura per farlo somigliare ad uno scheletro in pieno stile The Misfits. L’immaginario dei Ghost in effetti è simile alla celebre band punk statunitense, immaginario costituito per lo più da esoterismo e tematiche horror. Un sound che riprende gli anni ‘70 e decisamente vintage, i Ghoul – tutti i membri della band oltre al cantante sono oscure presenze incappucciate – devono molto del proprio sound a “Black Sabbath”. Esatto, non la band ma proprio il disco selftitled in questione. Bisogna dire che la band danese però nonostante le molte influenze risulta originale, anno dopo anno dal debutto del 2010 riceve meritatissimi consensi. Esce a sorpresa il live a New York “Ceremony and devotion” – concerto registrato nel corso del più recente tour a supporto dell’ultimo disco “Meliora” – che ripercorre un po’ la carriera dei Ghost, i quali portano in scaletta i brani più celebri. Certo, l’aspetto scenico come si può intuire è parte fondamentale dell’esperienza live, ma anche solo ascoltando il disco ci si accorge di quanto la band faccia sul serio e non si limiti ad andare in giro vestita in modo strano per attirare l’attenzione. Sound compatto ed ottimi musicisti. “Ceremony and devotion” che potrebbe essere un ottimo punto di partenza per conoscere e scoprire una band che negli ultimi anni sta sorprendendo non poco. Non ci sarà da meravigliarsi – da qui a 10 anni – a vederli headliner nei maggiori festival europei. – Matteo Galdi


Avenged sevenfold
The stage (Deluxe Edition)

Heavy Metal, Capitol

L’highlight
The stage, Fermi Paradox, Exist… ah no, sono presenti nella versione standard

Per chi apprezza
…per chi tutt’al più non possiede la versione non deluxe

Ah “The stage”, grande, grandissimo disco. Quando uscì, circa un anno fa, nessuno si sarebbe aspettato un simile lavoro da parte di una band come gli Avenged Sevenfold, che oltre a suonare un genere completamente diverso dal nuovo disco stava rovinosamente cadendo in un baratro, tra ripetitività, mancanza di idee e brutte copie di band storiche (i four horseman su tutti). E invece il disco in questione contiene brani validi a dir poco, originali e complessi, tra linee vocali melodiche da urlo e assoli che sono gemme preziose, eleganti ed inserite intelligentemente. Tecnica sopraffina e gusto musicale. È cosi, anche chi scrive era sorpreso di quanto scriveva, l’anno scorso. Piccolo messaggio diretto, ma attuale: non me ne vogliano male i metallari più puri, ma se aprono ad Ozzy a Firenze e stanno sopra i Judas Priest se lo meritano. Come se il loro logo campeggia in primo piano nelle locandine dei festival di quest’estate. Ah, non sono fan della band. Però perché far uscire una versione “Deluxe”? Che senso farla uscire proprio adesso, dopo che chi ha apprezzato “The stage” ha sicuramente fatto in tempo a comprare una copia, peraltro trovandola magari usata o scontata? Trattasi di sei cover inutili (una melensa “Wish you were here” su tutte) e quattro pezzi live suonati a Londra ma attenzione, perché apparte la title track trattasi dei brani minori del disco. Capisco se avessero suonato integralmente “Exist” nei suoi quindici minuti, brano in chiusura del disco maestoso epico e dalle tinte prog. Ma così no. “The stage” è un capolavoro, ma risparmiate i soldi per la versione deluxe anniversario di X anni, avrebbe a questo punto più senso. – Matteo Galdi


Diablo Swing Orchestra
Pacifisticuffs

Avant-garde Metal, Candlelight

L’highlight
Superhero Jagganath

Per chi apprezza
Il metal che sa osare

Lo spettacolo dei Diablo Swing Orchestra prosegue senza sosta, a una manciata di anni dalla sofferta dipartita di Annlouice Lögdlund e dalla pubblicazione dell’interessante “Pandora’s Piñata”. Con una nuova frontwoman, tale Kristin Evegård – niente voci operistiche a questo giro, ma una grandissima versatilità e una performance degna dei migliori cast di Broadway – ed un sound che incorpora influenze sempre più inconsuete, l’ensemble svedese compone quello che ad oggi risulta essere il disco più articolato e coraggioso della sua discografia. Le divagazioni swing non sono più la colonna portante di questa formazione, che nel panorama metal, è tra le poche (pochissime) che continua ad osare senza paura e senza pregiudizio alcuno. Che gioia imbattersi in una citazione di Johnny Cash, Elvis, ABBA, Queen, e persino Britney Spears; perdersi in un variopinto vortice metal che riesce a fare incontrare non solo swing, ma anche country, bossanova, jazz, musical e pop in un unico pezzo. Forse non si potrà parlare di vere e proprie emozioni, ma diamine, i Diablo Swing Orchestra regalano una performance artistica senza pari e lasciano, come di consueto, a bocca aperta. – Marco Belafatti

Il Branco

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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