Dischi che escono – 19/02/2017

Dieci bei dischi su cui fare fare headbanging al piccione violaceo (05/02/2017 – 18/02/2017)

 


Blackfield
V

Progressive Rock, KScope

L’highlight
October

Per chi apprezza
Le cuciture a vista

La copertina è un colpo di genio. Quasi a voler dire “guardate popolo, da due album ci dite che non abbiamo più idee, e noi già in cover vi piazziamo la gag potente”. Chapeau. L’album però allafine è il solito Blackfield, il solito prodotto vistosamente composto a 4 mani, in cui si avvertono sensibilmente e fastidiosamente i margini in cui il songwriting di Steven Wilson lascia posto a quello di Aviv Geffen. Con il primo, come sempre, di qualità indiscutibilmente superiore. L’album s’apre infatti con due pezzi di porcupiniana gloria e poi si incarta, con qualche canzoncina rock affidata alla voce un po’ monocorde del cantautore israeliano, comparsate non necessarie della voce femminile di Alex Moshe (di cui una, su “Lonely Soul”, spaventosamente inascoltabile). La classe c’è, e non è acqua (magari sì, è eau de parfum) ma “V” conferma l’esecuzione un po’ scolastica di un compitino svolto meglio altrove. Sensazione che i Blackfield hanno sempre trasmesso. – Riccardo Coppola


Michael Bolton
Songs of Cinema

AOR, Frontiers

L’highlight
“I Will Always Love You” ft. Dolly Parton

Per chi apprezza
Farsi la doccia canticchiando temi abusati

E rieccoci: il nuovo, ennesimo, album di cover del Michael Bublè per tutte le stagioni. Che esce in concomitanza con il lancio del suo fresco variety su Netflix in cui fa la parte del Hugh Hefner di turno. A San Valentino. Le coincidenze della vita, eh? Ma no, queste sono canzoni usate nei film! Non è la solita zuppa riscaldata. Si, vabbè. Come se “When A Man Loves A Woman” e “Stand By Me” oggi fossero ricordate per il loro utilizzo su pellicola. Tutto puzza di spregiudicata commercialata col sorrisone à la Kroc. Eppure l’arte di Bolton di rendere sempre nobili le vesti di crooner e il suo talento nel riarrangiare classici azzardando al punto giusto colpiscono ancora, anche questa volta. E funziona. Ma di certo lo avrete capito anche voi, guardando il vostro piede traditore che non riesce a smettere di tenere il ritmo. – Giulio Beneventi


Tim Bowness
Lost in the Ghost Light

Progressive Rock, InsideOut

L’highlight
Worlds of Yesterday

Per chi apprezza
Nostalgie per epoche mai vissute (cit.)

“Mondi di ieri”: quelli di Bowness non sono descrivibili con altre parole. Sono delicati abstract di come sarebbe il progressive se dagli anni ’70 si avesse continuato ad evolvere in linea retta, per poi schiantarsi su un muro verso la metà del decennio successivo. Senza abbracciare elettroniche pompate, distorsioni pesanti, voci operistiche o urlate, e tutte quelle stronzate di cui hanno farcito il prog moderno. Bowness è compassato, elegante e integralista, ha una voce che gli permette di districarsi nel range che va dal sussurro leggero al sussurro forte. Questo suo quarto album da solista è possibilmente il più convincente pubblicato finora dal musicista britannico: e chitarre suonano fluidissime imbarcandosi in assoli sognanti, si danno al cambio con pezzi al piano da sala ballo, con fiati da album degli Yes e con synth e bassi da atmosfera dei Foreigners. Leccornie amarcord probabilmente indigeribili per i non-nostalgici. – Riccardo Coppola


Elodie
Tutta Colpa Mia

Pop, Universal

L’highlight
La cosa che Rimane

Per chi apprezza
Le grandi interpreti della musica italiana di ieri e di oggi

Nutrire pregiudizi, in ambito musicale, è fin troppo semplice. Soprattutto quando ti ritrovi ad ascoltare l’album di una cantante uscita da Amici o X-Factor. Perché, diciamocela tutta, chi non si nutre di pane e talent deve osservare con estrema attenzione i nomi e le foto stampate sulle copertine prima di accorgersi della differenza tra i dischi dell’una e dell’altra. Ma – sorpresa delle sorprese – Elodie Di Patrizi, oltre agli iconici capelli rosa e al sorrisino malizioso, ha davvero una marcia in più. Una voce sorprendentemente rotonda, retrò, da grande interprete sanremese (e sì, sul palco dell’Ariston quest’anno non ha affatto sfigurato). Poi le canzoni, confezionate su misura per lei da autori di tutto rispetto, tra cui Ermal Meta, Giovanni Caccamo e Zibba. E se di pop radiofonico stiamo pur sempre parlando, fa piacere riscoprire, tra un cliché sull’amore e l’altro, una piacevole dimensione artigianale e un gusto per la melodia new soul per nulla scontato. Queste canzoni metteranno d’accordo tre diverse generazioni di ascoltatori, me lo sento. I pregiudizi mi abbandonano. Ed è tutta colpa tua, Elodie. – Marco Belafatti


Jesca Hoop
Memories Are Now

Folk, Sub Pop

L’highlight
Cut Connection

Per chi apprezza
Il folk più anticonvenzionale

Stimata da personaggi del calibro di Tom Waits e Peter Gabriel, Jesca Hoop si candida da anni a diventare una delle voci più originali del folk contemporaneo. Ascoltata di recente in coppia con Sam Beam (in arte Iron & Wine) su “Love Letter for Fire”, la cantautrice condensa oggi le più disparate influenze musicali nella sua quinta fatica discografica, “Memories Are Now”. Anche a questo giro, il folk di Hoop tradisce pretese artistiche forse troppo elevate e sfocia in arrangiamenti bizzarri e sconclusionati, distogliendo l’attenzione dagli aspetti più viscerali dei pezzi, laddove presenti. Per quanto ci si sforzi di apprezzare i gorgheggi partoriti dall’ugola cristallina di Jesca o le sinuosità chitarristiche disseminate nella prima metà dell’album, sono il mantra ossessivo di “Cut Connection”, l’etereo indie pop alla First Aid Kit di “Pegasi” e l’oscura “The Coming” a palesare le solide capacità comunicative della cantautrice. “Memories Are Now” è uno di quei casi lampanti in cui il talento dell’autore è fin troppo ermetico per essere non solo etichettato ma addirittura messo a fuoco. Per autentici e tenaci avventurieri delle sonorità folk. – Marco Belafatti


Amy MacDonald
Under Stars

Pop, Mercury

L’highlight
Never Too Late

Per chi apprezza
La Dolores O’Riordan più acustica e il pop radiofonico che strizza l’occhio al folk

A pronunciare il nome McDonald viene subito in mente il colosso americano della ristorazione fast food. Poi ti ricordi della bella Amy, che è scozzese e di cognome fa MacDonald (una a in più, ma siamo lì), e ti domandi cosa mai potrebbe spartire col progenitore del cibo spazzatura. Di certo non la qualità del prodotto: la musica di Amy, dai tempi della travolgente “This is the Life”, imperversa nelle radio col suo pop rock d’ispirazione vagamente celtica. E talvolta è talmente convincente da farci battere il piedino e canticchiare motivetti per giornate intere. La storia si ripete ad ogni album, compreso il recente “Under Stars”. Fino a quando ti stufi e decidi di provare qualcosa di meglio – tipo Lisa Hannigan. Un po’ come accade con i panini dello zio Ronald: che sia Big Mac, Big Tasty, Crispy McBacon, il gusto è sempre lo stesso. Alla fine entri in una vera hamburgeria, ordini un doppio black angus con cipolle caramellate, bacon croccante, salsa BBQ artiginale ed ogni ben di dio che ti passa per la testa. E ti dimentichi tutto ciò che è venuto prima. Enigma risolto. – Marco Belafatti


Marianne Mirage
Le Canzoni Fanno Male

Pop, Sugar

L’highlight
Le Canzoni Fanno Male

Per chi apprezza
Voci femminili al servizio di un pop sensuale e sofisticato

Prendi la penna magica di Francesco Bianconi dei Baustelle e mettiti a cantare di canzoni che fanno male perché “troppo emozionanti”, con un timbro retrò quanto basta e lo sguardo da malinconica diva anni ’60. Aggiungici la produzione di Tommaso Colliva, uno che ha lavorato fianco a fianco con gente come Muse e Damon Albarn dei Blur, e spera di fare il botto tra le nuove proposte di Sanremo 2017. Peccato, vieni eliminata dopo una sola puntata. Ma poi pubblichi un EP di soli cinque pezzi e nel giro di 15 minuti fai il culo a tutti. Ti chiami Marianne Mirage e sei tra le voci più promettenti del pop italiano. Sticazzi. – Marco Belafatti


Overkill
The Grinding Well

Thrash, Nuclear Blast

L’highlight
Goddamn Trouble

Per chi apprezza
Scapocciare con sicurezza

Gli Overkill non si smentiscono nemmeno questa volta. “The Grinding Well” dimostra di essere fedele ai canoni del genere, pur apportando qualche piccola novità nel sound della band. Non aspettatevi chissà quale rivoluzione, ma una piacevole e rassicurante conferma due punti gli Overkill ci sono, sono tosti, e hanno una gran voglia di far scapoccia re fan e meno fan. D’altra parte, sono almeno 10 anni che la band non sbaglia un colpo, e se e se lo ha sbagliato in passato, non sono mai stati errori madornali. Thrash metal, speed metal, chiamatelo un po’ come vi pare. L’unica cosa certa è che gli Overkill ci sono. Anzi, non sono mai andati via. Non hanno mai dato alcun segno di cedimento particolare da da più di 2 lustri. – Andrea Mariano


Radical Face
SunnMoonnEclippse [EP]

Indie Folk, Autoproduzione

L’highlight
Moonn

Per chi apprezza
L’elettronica mischiata con gusto al folk

Ben Cooper è un po’ il Samwell Tarly dell’indie/folk/rock. Con quella corporatura tutt’altro che gracile avvolta nella barba e nella flanella, che te lo farebbe immaginare a spezzare abeti a mani nude, e poi quella spiazzante voce flebile, quella insospettabile delicatezza negli arpeggi. Dopo aver raccontato la storia di una stirpe di immigranti nel nuovo mondo con la saga “Family Tree” (mai troppo celebrata, a mio avviso), Faccia Radicale si affranca dal vincolo autoimposto di suonare solo strumenti d’epoca (dall’800 agli anni Cinquanta) e celebra uno sposalizio tra la propria minimale compostezza e un’inedita elettronica. Qualcuno potrebbe dire “embè, l’ha già fatto Bon Iver manco sei mesi fa”. Rispondo che qui è fatto con più gusto, e che un intero album così massacrerebbe “22 a million”. Fanculo, Bon Iver. E a te, caro Faccia, facendo il verso ai raddoppiamenti nei titoli delle canzoni e dell’EP (se stai leggendo, cerca la mia mail e scrivimi che senso hanno; va bene anche in chat su Facebook): bbene, bbravo, grazzie. – Riccardo Coppola


Rag’n’Bone Man
Human

Dark Wave, Sacred Bones

L’highlight
Ego

Per chi apprezza
Guardare avanti

Aspettavo un album del genere da tempo immemore: un disco che potesse unire sonorità in voga oggi e un orientamento jazz-soul dal sapore ancestrale. In poche parole, un hip-hop dal portamento blues, un gospel attuale poi non così distante dai singoli dell’Avicii di “True”. Ebbene, la botta arriva inaspettatamente da un losco figuro dal fisico gracile à la Hodor, piercing al naso e tatuaggi da gang del ghetto che a prima vista diresti sia il nuovo arrivato del fight club rappettuso, giunto ad umiliare i Club Dogo e compagnia bella. Invece, il ragazzone straccivendolo (rag-n-bone man, ndr) è niente di meno che la nuova leva dalla voce potente su cui puntare nel futuro della musica pop commerciale. In “Human “c’è tutto quello che necessita un grande lavoro del genere. C’è in più il sapore di vinile del passato, ci sono eccezionali spunti innovativi e, soprattutto, c’è quella scintilla – facilmente percepibile, ma difficilmente identificabile – che ti rincuora e che ti fa ancora ascoltare fiducioso a occhi chiusi. E che ti fa ancora sperare che la tanto auspicata ondata di qualità da troppo tempo assente sia infine giunta alle porte del nostro Impero (mi auguro) alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi Barbari bianchi. (cit.) – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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