Dischi che escono – 22/01/2017

Dieci dischi che suggeriamo a Trump dopo il rifiuto de Il Volo (15/01/2017 – 21/01/2017)

 


The Blood Album

AFI
AFI (The Blood Album)

Emo, Concord Records

L’highlight
Still A Stranger

Per chi apprezza
L’emo testardo ma non piagnone (giuro, esiste)

Una delle poche band realmente Emo che nel pieno revival del genere (prima metà degli anni 2000) tornò con merito sotto i riflettori. Nel frattempo il revival è redeath, ma loro imperterriti continuano per la propria strada. Bravi, applausi. Anche perché quest’album è proprio bello, e dà scappellotti a destra e a manca, soprattutto a quei tizi che vogliono raggiungere Marte in 30 secondi (Joker, non sai quanto devi a loro – e invece lo sai). Ogni tanto credono di essere ancora nel 2004 (“Hidden Knives” sarebbe potuta essere la colonna sonora dell’inverno di Seth Cohen), ma, ehi, ci sta. Continuate a percorrere la vostra strada, Afi, e fottetevene di chi dice che non esiste una scena musicale adeguata alla vostra proposta. Io mi sono ricreduto, si ricrederanno anche gli altri. – Andrea Mariano


Triple Threat

Annihilator
Thriple Threat

Thrash Metal, AFM Records

L’highlight
Crystal Ann (Acoustic)

Per chi apprezza
Gli Annihilator… più chiaro di così.

Da tenere in considerazione. A prima vista, leggendo i titoli dei grandi classici sul retro del disco verrebbe da pensare al solito, inutile quanto squallido “Best Of”, ma non è esattamente così. “Triple Threat” è una raccolta di pezzi davvero storici degli Annihilator composti dal carismatico leader Jeff Waters, e rielaborati in un set acustico insieme a Aaron Homma e Richard Hinks, il batterista Marc LeFrance ed il turnista Pat Robillard. Progetto che riesce alla grande: i momenti emozionanti sono molti, c’è intesa all’interno della band, ed atmosfera. Un’uscita dedicata decisamente ai fan storici: inutile infatti dire che per apprezzare al meglio le varie sfumature della controparte acustica dei brani bisogna conoscerne la versione originale. Il secondo ed il terzo disco sono il live della scorsa estate al Wacken Open Air, con tanto di documentario. Un’ottima uscita, per rispolverare ancora una volta quanto (tanto) di buono prodotto dagli Annihilator. Se già avete amato la band in passato un ascolto doveroso, se non conoscete la band ascoltate prima tutta la discografia e ripassate da qui. Tappa obbligatoria. – Matteo Galdi


Future Politics

Austra
Future Politics

Synthpop, Domino

L’highlight
Freepower

Per chi apprezza
Il synthpop più sperimentale

Il terzetto di Toronto si è già fatto notare per via di un revival synthpop sbandierato con orgoglio ma rivisitato in un’ottica indie dai tratti decisamente “artigianali”. Vuoi per i suoi synth dannatamente avvolgenti e multiformi, quasi Depeche Mode prima maniera. Vuoi per la voce di Katie Stelmanis, una sorta di Florence Welch più spudorata e meno tecnica. Oppure per l’ottimo lavoro in fase di mixing, che poco ha da spartire con i suoni freddi e cristallini di CHVRCHES, Banks e Tove Lo. Per attitudine, “Future Politics” prende le distanze da quanto ascoltato in passato e si avvicina maggiormente all’ala sperimentale e innovativa del genere. Senza dimenticare l’importanza di scrivere canzoni più immediate con le quali sfondare nei dancefloor (la title-track su tutte). Per estimatori del genere; ma anche per estimatori della buona musica. – Marco Belafatti


N.3

Dot Hacker
N°3

Rock sperimentale, ORG Music

L’highlight
We’re Going Where

Per chi apprezza
L’essenziale (non quello di Mengoni, eh)

Prendete il chitarrista dei Red Hot, quello col cognome impronunciabile pure per un addetto del catasto di SanPietroburgo, mettetelo a capo di un progetto tutto suo, e capirete perfettamente perché era il pupillo del signor Frusciante. Sperimenta, si perde anche nel banale rock sintetico ed etereo, ma ci mette l’anima. Sintetica. Ma non intesa come “finta”, bensì come “summa” di ciò che è dal punto di vista musicale. Essenziale, ecco. Rock etereo, sferzate di vaga new wave, e una doppia mandata per tenere fuori tutta la baraonda funk dei suoi nuovi genitori peperini. Strano e straniante, se amate i Red Hot Chili Peppers evitatelo, se amate l’essenziale i The Gaslight Anthem e una certa produzione dei Radiohead, fatelo vostro. – Andrea Mariano


Hang

Foxygen
Hang

Indie Rock, Jagjaguwar

L’highlight
Rise Up

Per chi apprezza
Fare il giro del mondo in 80 secondi

Avete presente quei film imprevedibili e hipstericamente sfarzosi à la Wes Anderson che anche se ti sforzi non riesci minimamente a prevedere dove diavolo ti stiano conducendo? Ecco, “Hang” è la perfetta trasposizione in musica di quelle vertiginose e stravaganti svolte psichedeliche inaspettate che ti traghettano a ipnotica velocità di genere in genere, dagli Steely Dan e Bowie a Elton John e gli Abba, con otto difformi composizioni che si fondono in un’unica pomposa suite, come una vera rappresentazione teatrale accompagnata da orchestra che punta ad inseguire tutti gli eccessi immaginabili del pop, in un pazzo sentiero tortuoso così multicolorato da avere come unico punto di riferimento possibile soltanto una versione folle ed esageratamente strafatta del Sgt. Pepper. Celebrativo sì, ma mai emulativo. Fuori di testa sì, ma perfettamente lucido nell’esecuzione. In breve, alla quinta cavalcata, i due Foxygen osano tantissimo, ben lontani dalla loro comfort zone indie rock. E assestano il miglior lavoro in carriera. Chapeau. – Giulio Beneventi


Dear Avalanche

Lights & Motion
Dear Avalanche

Post Rock, Deep Elm Records

L’highlight
DNA

Per chi apprezza
Paradisiache gioiosità

L’avevamo lasciato sperduto, con l’unica guida costituita dai suoi riverberi chitarristici, tra cieli lotturni, chiarori lunari e siderali sporadiche luminescenze. Al suo quarto studio album lo svedese Christoffer Franzen riabbraccia invece l’alba e coloriture ancora più eteree e dal sapore (ancor più) shoegaze: è un disco disteso, gioioso e inevitabilmente un po’ meno affascinante del suo notturno predecessore. Ma solo un poco: il progetto rimane comunque uno dei più eloquenti esempi di cosa è il cosiddetto “cinematic post-rock”, e “Dear Avalanche” riesce sempre incredibilmente ad essere, al tempo stesso, epico e misuratissimo. Metaforicamente, per avere tra le mani un trionfo sarebbe bastato cercare un po’ più di movimento, invece che soltanto luci. – Riccardo Coppola


Marbles in the Park

Marillion
Marbles in The Park

Progressive Rock, earMusic

L’highlight
The Only Unforgivable Thing

Per chi apprezza
Il romanticismo progressivo

Rivitalizzati dal riuscitissimo diciottesimo album in carriera “F.E.A.R.”, e con uno Steve Hogarth fresco di nomina come miglior vocalist del genere del 2016, i Marillion decidono d’aprire il 2017 concedendosi un mastodontico live album celebrativo: “Marbles”, tra i fan favourite del nuovo corso, riprende vita nella sua interezza e viene immortalato in occasione del Marillion weekend del 2015, tenutosi nella suggestiva cornice del Center Park di Port Zelande. Un tributo magistrale alla declinazione più romantica del progressive rock, da vivere lasciandosi portare per mano dal sempre vellutato e strabiliante guitarwork di Steve Rothery. Ma non chiudete gli occhi: i coloratissimi tripudi di luci e laser rendono la release uno spettacolo anche per gli occhi. D’altri tempi. – Riccardo Coppola


The search for everything

John Mayer
The Search for Everything – Wave One

Soft Rock, Columbia Records

L’highlight
Changing

Per chi apprezza
John Mayer quando non gioca a fare la ridicola copia di Eddie Van Halen

Sono passati ben quattro anni dall’ultimo “Paradise Valley”. Ma sinceramente non mi sento di rimproverare nulla all’asso della sei corde: del resto, ha avuto moltissime cose da fare… tra cui Katy Perry. Come se Jennifer Aniston e Cameron Diaz non fossero già abbastanza. Ma vabbè, va tutto bene. Anzi, va tutto perfettamente bene se dopo questo tempo il poveraccio si ripresenta con nelle mani un Ep che presenta splendidamente il nuovo disco in arrivo, con quattro tracce di meravigliosa fattura, eleganti sia nei ritmi funky (“Moving On and Getting Over”) che in quelli lenti da piano ballad (“Changing”, “You’re Gonna Live Forever In Me”), con un tocco di chitarra struggente e un taglio di pura bellezza italiana. A pensarci bene, forse è giusto che sia così: è dannatamente meglio andare in giro, trombare, far festa, e incidere ottima musica solo quando hai l’ispirazione (anche se avviene ogni morte di Papa), piuttosto che sfornare anonimamente tutto di getto o con costanza. Mayer docet. – Giulio Beneventi


Return to Ommadawn

Mike Oldfield
Return to Ommadawn

Progressive Folk, Virgin/EMI

L’highlight
Return to Ommadawn (Pt. I)

Per chi apprezza
La pelle d’oca mai passata dai tempi de L’Esorcista

Tutti tornano alle origini, prima o poi. Forse Oldfield ci è tornato qualche volta di troppo con le sue campane tubolari per generare un notevole effetto-sorpresa. Ma di certo anche a questo giro riesce sempre ad assicurare una buona dose di genuino stupore, nell’ennesima tappa di Eterno Ritorno al format bicamerale di Ommadawn (1975), suo storico terzo studio album diviso in due vaste suite. Come facilmente intuibile, tutti gli strumenti sono affidati gelosamente alle sapienti mani del compositore di Reading come vuole la quarantennale prassi, con la sua chitarra ovviamente nel ruolo di star centrale in entrambe le lunghe tracce. Le melodie sono di ampio respiro, l’ispirazione è tanto per cambiare settantiana, il punto di riferimento è sempre il dio del prog. Tutto splendidamente prevedibile. Prevedibile nell’estrema ottima qualità dei 42 minuti e 7 secondi di brividi musicali.  – Giulio Beneventi


Closure

Piano Magic
Closure

Indie Rock, Second Language Music

L’highlight
Let Me Introduce You

Per chi apprezza
Addormentarsi a metà dei dischi

Arrivati a quasi vent’anni di attività e con una lunga serie di dischi sul groppone, i Piano Magic decidono di sciogliersi e di dare contestualmente alle stampe un lascito per chi li ha accompagnati lungo questo viaggio. Narrando di relazioni amorose che terminano e di desolanti abbandoni, la voce di Glen Johnson (attenzione! Non l’ex terzino del Liverpool) si erge assoluta protagonista, e ci dà dentro di piattissimo e atonale crooning mentre le chitarre riverberano di sparute reminiscenze post, e le vere fila del discorso sono affidate (guarda un po’) al piano. Elegante, intellettuale, ma troppo, troppo lento e pesante. Qualche buono sprazzo quando il tutto si fa più rock e in qualche buio momento che sa di The Cure. – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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Siamo senz’altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

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