Dischi Che Escono – 24/09/2018

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Dieci fra singoli e dischi per dare il benvenuto a un autunno che non arriverà mai (17/09/2018 – 23/09/2018)


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Chris Cornell
When Bad Does Good (Singolo)

Rock, UMG

L’highlight
Gli acuti da primi 2000

Per chi apprezza
La musica

Quasi un anno e mezzo fa mi trovai annegato nel post-apocalisse della morte della più grande voce di un secolo di rock, e per la prima volta – pur avendo sempre schifato i codazzi di release postume che buonanime come Hendrix o adesso Prince si stanno lasciando dietro – mi ritrovai a supplicare: adesso tirate fuori tutto, pubblicate ogni b-side, ogni demo e ogni gargarismo di riscaldamento che Chris ha fatto in studio e che non è mai finito su un supporto ottico. Il 14 novembre uscirà l’eponimo e gigantesco box set celebrativo di Cornell e, leggendo la tracklist, sono stato inevitabilmente deluso dal fatto che sarà soltanto uno il brano inedito: When Bad Does Good. Ma ora che ce l’hanno già dato in pasto, santoddio, che pezzo. La quintessenza del Cornell degli anni dieci: voce caldissima e capace di raggiungere note alte come ben di rado negli ultimi tempi, una romance da cantautore d’altri tempi ad accompagnare testi sempre oscuri e impenetrabili, le acustiche punzecchiate alla fine anche da un assolo di elettrica. L’ennesima, forse ultima lezione di buon gusto per una scena musicale orfana di qualcosa di mai più ritrovabile. Solo il titolo, tristemente sbagliato: a volte da qualcosa di brutto il bene non si può tirar fuori neanche sforzandosi. Hai lasciato il vuoto, Chris. – Riccardo Coppola


Avril Lavigne
Head Above Water (Singolo)

Pop, BMG

L’highlight
Avril Lavigne

Per chi apprezza
Avril Lavigne

Dopo 5 anni Avril torna con un singolo. In questo lustro non se l’è passata benissimo: una malattia, un divorzio (quel Chad doveva avere doti nascoste, perché ha la faccia da bertuccia con quoziente intellettivo Non Disponibile). E una raffica di album insulsi. Sì, il self titled album del 2013 era una schifezza kitch di prim’ordine, il precedente Goodbye Lullaby aveva del potenziale nascosto che è rimasto tale. A salvarsi, francamente sono sempre stati solo Let Go e Under My Skin, ovvero musica da sedicenni scritta da una sedicenne/diciottenne. Ma in questo Head Above Water intravedo una speranza. Tra quelle onde di banalità, tra quei violini ed effetti made-in-Casio noto un picolo passo avanti. Che sarebbe dovuto venire a galla 10 anni fa, ma meglio tardi che mai. Head Above Water, la testa fuori dall’acqua. Forse, scrivo FORSE, ha mandato a quel paese i mala-consiglieri. Forse, scrivo FORSE, ha capito che continuare a fare la ragazzina per forza, alla fine dei giochi, logora. Non è un brano eccezionale, ma per il sottoscritto ascoltare Avril senza bestemmiare né farsi venire l’orticaria per lo schifo è già un traguardo incredibile. – Andrea Mariano


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Mark Knopfler
Good On You Son (Singolo)

Folk Rock, Will D. Side

L’highlight
I soli di sax e chitarra, pochi cazzi

Per chi apprezza
Riappropriarsi di quello che è proprio

(traduzione sommaria, al netto di bestemmie) “Ma chi … è quel … che ha mixato ‘sta … di traccia? Cosa … ci azzecca questa base à la … di David Guetta in apertura? Ma ti sei …? …, è inascoltabile. Toglila, porco … . Toglila, ho detto. Cosa vuol dire che non puoi toglierla dalla intro? Ti ammazzo, toglila. Porca …, dammi quella … di chitarra. Levati da ‘sta … di postazione. Vattene. Ciao, ciao. Mandami la parcella. Sì sì, credici che te la pago. Ciaone. Allora, vediamo. Possibile che debba fare tutto io? Basta cambio tutto, al diavolo. Lascia l’intro modaiola, che vuoi che ti dica, non me ne frega un …, davvero. Ora cambio tutto, sì: ci metto un groove anni ’70, un pò alla I Shot The Sheriff con batteria drittissima, chorus in levare da festicciola. Eccolo, così. Madonna, mi ricorda tipo… i Dire Straits. Che forti che erano quelli. Che ne dici, Guy? Forti, sì, erano forti. Ma aspetta, non è tutto: a … i dj e le produzioni del …, qui ci ficco pure quel super solo di sax, che Rolling Stones levatevi proprio. Roba che fa venire anche chi ci è rimasto coi glitter e non gli viene più duro. Poi ancora, due note con ‘sta … di seicorde, che qualcosa la so ancora fare. Voilà, cotto e mangiato. Altra hit delle mie. Gliela faccio vedere io a ‘sti … che vogliono che tiri fuori una canzoncina moderna. Mica sono un … di McCartney, io, che …, eh dai. Toh, capolavoro! – Giulio Beneventi


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Suede
The Blue Hour

Alternative rock, Suede LTD Warner Music

L’highlight
As One, Wastelands, Cold Hands, Tides, All the Wild Places… e potrei continuare

Per chi NON apprezza
I dischi allegri

Quasi 5 mesi dall’annuncio, e pensare che sembrava ieri. Stavolta i cari Suede pare abbiano davvero alzato – e di parecchio – il livello d’ombra che caratterizzava i loro lavori post reunion. Lo hanno fatto gradualmente, ad essere onesti. Ed ecco quindi che la trilogia si conclude con questo “The Blue Hour”, che signori miei, è un disco sublime. Non che ci fossero dubbi, specie per me (fanboy dichiarato della band britannica). Quest’ultimo lavoro ci racconta una storia, introspettiva ed emozionante, pareggiata da un’orchestrazione senza pari e vocals che si arrampicano e si contorcono con una grazia senza pari, per tutta la durata del disco (complimenti ai 50 anni suonati di Brett). La chitarra, per quanto sia sempre onnipresente e luccicosa, passa leggermente in secondo piano rispetto al passato, nonostante non manchino momenti altissimi come il finale del disco, “Flytipping”. E, non a caso, la seconda metà dell’album è un climax assoluto, complice la doppietta “Dead Bird” + “All the Wild Places”.
Per me Natale è già arrivato, insomma. – Jacopo Morosini


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The Chainsmokers
Sick Boy…This Feeling

Elettro-pop, Disruptor Records / Columbia Records

L’highlight
Everybody Hates Me

Per chi apprezza
La stessa canzone in tutti gli album

Sick Boy…This Feeling è il titolo dell’ultima accozzaglia di roba spacciata dai The Chainsmokers. Un miscuglio di elettronica, pop, hip-pop con tracce prese da precedenti pubblicazioni tanto per far numero. Perché altrimenti rilasciare un lavoro con tre sole tracce nuove avrebbe fatto storcere il naso a molti. E pensare che nei primi anni 2000, quando ancora andavano di moda i singoli in CD, si trovavano “singoli” con due o tre tracce. Bei tempi quelli. I The Chainsmokers sono il classico gruppo che ti passano in palestra, che ti rompi le palle ad ascoltare perché li ha ascoltati – forzatamente – la volta prima. E così fino a che non viene meno l’hype dell’unica traccia ascoltabile. Qualcuno più avvezzo al genere potrà considerarlo un “bell’album” o perlomeno una discreta pubblicazione. Io rientro tra coloro che lo ritengono passabile: sì, passabile sotto un autotreno. Semplicemente sembra essere sembra la solita solfa commerciale, tutto qui; soprattutto quando la traccia migliore è Everybody Hates Me, inserita già in diverse altre pubblicazioni. – Francesco Benvenuto


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Avenged Sevenfold
Black Reign (EP)

Alternative Metal, Warner

L’highlight
Not Ready To Die

Per chi apprezza
“Hail to the king” ed altre banalità

“The stage” fu un gran bel disco. Non mi vergogno ad ammettere che anche io, come molti detrattori della controversa metal band americana, ne rimasi sorpreso durante l’ascolto. Gli Avenged Sevenfold sono maturati di colpo, dopo anni di alti e bassi vertiginosi, passando dall’essere amata/odiata band di punta del metalcore ad oscena cover band dei Metallica. Ed ora band di tutto rispetto, heavy metal con influenze… prog. O almeno così sembrava ascoltando brani come “Exist” e “Fermi paradox”. Ma gli AX7 ci sono ricascati, o meglio, sono sicuramente maturati, ma continuano a voler essere una band per ragazzini. “Black Reign” è un EP uscito sicuramente per mantenere un contatto con la fanbase dei tempi d’oro (o bui, a seconda dei casi), quattro brani tra cui “Mad Hatter” che figura come OST di “Call of duty: Black Ops”. Va ammesso che la band in questione potrebbe tirar fuori il discorso dei valori legati alla tradizione, che da sempre li accosta al celebre videogioco sparatutto: hanno infatti composto un brano per ogni edizione della saga bellica. Certo, avrebbero potuto far meglio, piuttosto che comporre uno scialbo brano melodico e stucchevole. Ed in “Black Reign” nel complesso le cose non migliorano, i brani potrebbero essere tutti scarti degli scarti delle registrazioni di “The Stage”, ad eccezione di “Not ready to die” che sarebbe solo un B-side. – Matteo Galdi


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Hardcore Superstar
You Can’t Kill My Rock ‘N Roll

Sleaze Rock, GAIN / Sony Music

L’highlight
My Sanctuary / The Others

Per chi apprezza
L’ignoranza, quella bella, quella grezza

Da paladini dell’Hard&Sleezy a dei dell’Hard&Sleezy. Perché, laddove gli Steel Panter scimmiottano con estrema perizia un certo stile Eighties, gli Hardcore Superstar ce l’hanno nel nel sangue sin dagli albori; l’hanno masticato, digerito e risputato a loro modo. Nessuna pantomima, solo predisposizione genuina. Oramai non sono più dei giovani nordici che si divertono a fare gli ammmmmeregani, ma sono quello che serve per la scena musicale (deceduta) in cui militano: vitalità e una certa dose di originalità intesa come stile riconoscibile. Da questo punto di vista, gli scandinavi hanno sempre fatto centro, anche agli albori. Con You Can’t Kill My Rock ‘N Roll strillano e convincono di nuovo, come (quasi) sempre. Un album carico dall’inizio alla fine, che non stanca e che soprattutto rimane in mente. Dannazione, è in heavy rotation nella mia testa da almeno 36 ore. Ascolto altro e tornano loro. Caciaroni fino allo sfinimento, ma non sfiniscono. Chapeau. E sono invidioso dei vostri capelli, maledetti. – Andrea Mariano


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The Paper Kites
On The Corner Where You Live

Rock, Nettwerk

L’highlight
Mess we made

Per chi apprezza
I ritorni dalle vacanze

Io i Paper Kites me li ricordavo perfetti esemplari di indie bi-folk, quelli tutti chitarrine delicate e doppie voci che si arrabattano per salire sul carro dei figli di Mumford. Questi qua invece a salire sul carro ci hanno rinunciato, eccome, e la loro coraggiosa operazione del doppio LP in un solo anno (On the corner where you live arriva a soli 6 mesi dal precedente) è stata resa ancora più impavida da un marcatissimo switch stilistico, che li ha visti approdare a un tripudio di elettriche iperprodotte. Come dei War on Drugs ancora più anni ’80, ancora più piacioni, ancora più contenti di essere languidi e stanchi. Niente più musica da falò e polaroid, ma roba da 500 Spiaggina e filtri su Instagram. E va bene così. – Riccardo Coppola


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Toby Driver
They are the Shield

Art Rock, Blood Music

L’highlight
Scaffold of Digital Snow

Per chi apprezza
Le messe

Della carriera solista di Toby Driver (che non avevo particolarmente seguito con i suoi pur visionari Kayo Dot) venni a conoscenza l’anno scorso, quando il titolo dell’esordio madonnawhore mi saltò agli occhi, per ovvi motivi, dal discover di Spotify. Entrai in un vortice di canzoni malatissime, ossessive, che suonavano come oscure ma al tempo stesso ammalianti celebrazioni funebri. Questo secondo LP, che per svariati motivi si configura come una seconda parte del debutto (cover rossa contro la prima blu, stessa lunghezza, uscita in tempi brevissimi) ne riprende l’essenza messianica ma la rende ancora più rarefatta, eleggendo il violino come totalitario protagonista al posto del piano, e spargendogli sopra delle voci leggermente più ottimistiche, in un episodio anche femminili. Il risultato, malgrado il deciso cambio di mood, è lo stesso: They Are The Shield è un trip ingiustificato dai singoli fattori di cui è composto, un album che consciamente risulta prolisso e noiosissimo ma che all’ascolto assorto (e intorpidito, possibilmente) viene percepito come un capolavoro. Accendete incensi vari e provatelo, poi eventualmente datemi torto. – Riccardo Coppola


Nosound
Allow Yourself

Prog Rock, KScope

L’highlight
Miracle

Per chi apprezza
Errare

Avere un capofila continentale del proprio genere musicale (oltreché padre fondatore della propria discografica) che tira fuori Permanating deve essere qualcosa che ti fa tremare il terreno sotto i piedi. Giancarlo Erra sceglie il 2018 come anno in cui venir fuori – non del tutto, ma quasi – dalla propria comfortzone fatta di chitarre suonate con archetti, voci basse e sussurrate e atmosfere da depressione galoppante, e il risultato è incommentabile. Allow Yourself si ammanta per una buona metà di elettroniche assolutamente discutibili, che se agli Anathema riescono (per maggior gusto, ma indubbiamente anche per i portafogli più gonfi da svuotare in fase di produzione) qui sembrano realizzate con una trial di Fruity Loops. E il meglio arriva nella seconda metà, quando – come a testimoniare di avere rinunciato alla svolta in corso d’opera – tornano a suonare i violini e le tastiere fisiche e si prova, anche se troppo tardi, a recuperare. Errare humanum est, Giancarlo: ritorna presto nei ranghi però, o per fare il campanilista mi toccherà fare il tifo per le imbarazzanti lagne di Corde Oblique. Per favore. – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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