Dischi Che Escono – 25/06/2018

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Una marea di singoli e qualche scoglio di album per battezzare l’estate (18/06/2018 – 24/06/2018)


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Paul McCartney
Come On To Me (Singolo)

Pop, Capitol

L’highlight
L’attesa. Che è essa stessa il piacere, no?

Per chi apprezza
Il proprio delicato cuore beatlesiano. E i propri calzetti.

Questa volta non lo farò. E’ ancora troppo vivido il ricordo di quanto fu arduo da ingoiare quel rospo. Ho ancora impresso in mente il giorno in cui gridai al capolavoro e all’imminente miracolo ascoltando quel gioiellino di stampo revolveriano che risponde al nome di New, rilasciato in anticipo in estate, a cui poi fece eco in settembre quell’a malapena discreto guazzabuglio di tracce moderne che mi lasciò il perenne amaro gusto tutt’oggi imperante nella mia gola. Avete presente quando papà (perché sempre di padre si tratta, Paul è il terzo dei miei ascendenti diretti) arrivava a Natale con un enorme pacco da acquolina in bocca, che poi si rivelava però essere, una volta scartato, una cataclismatica confezione annuale di calzini? Vi è mai capitato? Un pacco proprio, letterale, che avremmo usato soltanto da grandi come copri-pacco per attraversare nudi le strisce di Abbey Road con Anthony Kiedis in testa. No, questa volta non lo farò. Dirò soltanto che l’anthem quasi-mantra centrale “If you come on to me, will I come home to you?” (con gli immancabili do-do-do-do di accompagnamento) mi lascia un più che onesto presupposto ed una parvenza di ottimismo. E da primo dei critici dell’ultimo Macca è tantissimo, fidatevi. Per il resto aspetto gli ultimi giorni estivi, per il disco (spero, Il Disco), per il momento della verità. L’ennesimo. – Giulio Beneventi


Paul McCartney
I Don’t Know (singolo)

Pop, Capitol

L’highlight
Il tasto repeat

Per chi apprezza
Qualche parola in più

…va bene, aggiungo qualcosa. Sennò poi mi dicono che non lavoro, che occupo a sbafo le scrivanie di In Media Rex, che rubo le gallette di riso dei colleghi per usarle come sottobicchieri, eccetera. Dunque, il singolone doppio Lato A, dicevamo. Se “Come On To Me” è il frutto del Macca più commerciale stile Coming Up che colpisce maggiormente al primo impatto col suo basso ben posato, è però l’elegante ballad in questione ad occupare la posizione di punta di diamante. Gli ascolti reiterati non lasciano dubbi. Qui il baronetto inglese canta davvero. I versi introversi poi, “But it’s alright, sleep tight, I will take the strain”, regalano una atmosfera esemplare, più avvolgente, come una flebile lullaby erede delle antiche e dorate strofe di Golden Slumbers. Meglio di così. Un plauso inoltre per i suoni, in entrambi i casi: Kurstin più che promosso. Credo, o meglio, spero, che siamo nella giusta direzione. Ad ogni modo, per ora i miei applausi al ragazzo d’oro di Forthlin Road e al suo immortale animo giovanile che Tom Cruise e Gianni Morandi levatevi proprio. Come te nessuno mai, Sir. – Giulio Beneventi


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Toni & Chris Cornell
Nothing Compares 2 U (Singolo)

Pop, Autoproduzione

L’highlight
Le tenui backing track

Per chi apprezza
La festa del papà

“Recording this song with you was a special and amazing experience I wish I could repeat 100 times over and I know you would too. Happy Father’s Day daddy, nothing compares to you”. Ci sarebbe soltanto da leggere la descrizione del video, stare zitti, e piangere. Soprassedendo sul fatto che nel mix Chris non si sente neanche ed è sommerso dall’algida vocina della figlia Toni. E sul fatto che da ancora increduli fanatici si spera che il solito macabro tributo postumo a ogni idolo porti in dote qualcosa in più di una cover di Prince. Ma basta: nel frattempo stiamo zitti, e piangiamo. – Riccardo Coppola


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Mogwai
We’re Not Done (singolo)

Post-rock, Rock Action Records

L’highlight
Il chorus

Per chi apprezza
La malinconia del post-rock

C’è poco da fare, i Mogwai suscitano fin troppe emozioni. Saranno le atmosfere nostalgiche, le vocals sottilissime… Insomma, è impossibile restare impassibili con canzoni del genere.
Qualche tempo fa era uscita la bellissima “Donuts”, che assieme a “We’re Not Done” anticipa “Kin” prossimo album del gruppo scozzese, le cui note accompagneranno l’omonimo film.
La canzone è più breve rispetto agli standard del gruppo (quasi sempre oltre i 5/6 minuti), ma non per questo banale. Un muro del suono quasi rarefatto e le chitarre tutte effettate danno una carica sentimentale al brano, condita dalle lyrics che ricordano quasi i MBV. “Where are you now? Open my eyes, for the final time. For the finale time”, ed in effetti si respira shoegaze da ogni dove. – Jacopo Morosini


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Nine Inch Nails
Bad Witch

Industrial, The Null Corporation

L’highlight
Shit Mirror

Per chi apprezza
Gli EP che in realtà sono pregevoli album

Sì, d’accordo: 6 brani non fanno un album vero e proprio. Tuttavia, non sono neppure pochissimi per un EP. Soprattutto, la qualità è indubbiamente equiparabile a quella di un ottimo album senza filler (per gli ignoranti: brani “riempitivi” inseriti nella tracklist giusto per allungare il brodo). Trent Reznor è un bastardo, lo amiamo e lo odiamo perché non riusciamo a capire come diavolo faccia ad avere ancora una vena creativa che va dal qualitativamente accettabile alla genialità. Ancora. Dopo più di trent’anni. Bad Witch mette a dura prova le orecchie dei poveri inetti inesperti, farà godere come caimani gli estimatori di lunga data. – Andrea Mariano


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Panic! At The Disco
Pray For The Wicked

Pop, Warner Music Group

L’highlight
No

Per chi apprezza
Avere ricordi distorti

Nn mi sono mai dispiaciuti. Rock adolescenziale, con una sua ragion d’essere. Poi rock con tentativi di essere ancora giovanile, eppure con una ragion d’essere. Ora arriva questa mazzata pop danzereccia, tutti campionamenti e fastidio infame. Per farvi capire, “Roaring 20s” potrebbe essere stata rubata dal cassetto dei desideri di Enrique Iglesias. Ascoltare per credere. Ragazzi, la crisi di mezza età arriva per tutti (io ho subito pesantemente quella dei 25 anni, quindi vi capisco), ma questo disco può essere giustificato solo dopo la dodicesima caipiroska bevuta a Copacabana. – Andrea Mariano


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Bebe Rexha
Expectations

Pop, Warner Bros

L’highlight
I’m a mess, anche se ha rotto il cazzo

Per chi apprezza
Combattere contro gli stereotipi sessisti e perdere di misura

Il cognome parla chiaro: Bebe Rexha è soltanto l’ultima emersa da quel malefico progetto di pop-star export partito dal Kosovo sotto colpevole silenzio dei media. Va a finire che mentre Shaqiri e Xhaka sbattono in faccia l’aquila ai tifosi serbi, questo esercito che annovera Rita Ora (in realtà già da qualche anno), Dua Lipa, quella della canzone dei mondiali invade il discover weekly degli Spotify di tutto il pianeta. Bebe, in particolare, è all’esordio discografico dopo una manciata di EP, il diffusissimo singolone I’m a Mess, e una caterva di apparizioni varie: la stessa pagina wiki a suo nome dice che è “conosciuta principalmente per le collaborazioni con altri artisti”, cosa che incoraggia a bollarla sbrigativamente a figurina tettona da feat. Il disco non fa in realtà granché per smentire il tutto: dietro c’è la Warner e una produzione mirabolante, la voce di Bebe è ammantata di autotune e procede senza infamia senza lode, senza affondare troppo in orrori da rich kid of Instagram (opener “Ferrari” a parte). Il livello è quello di una Jessie J, tutto sommato: se per voi, come per NME, c’è da gridare al miracolo, fatevi aiutare. – Riccardo Coppola


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The Sea Within
The Sea Within

Prog Metal, InsideOut

L’highlight
The Void

Per chi apprezza
I dinosauri progressive… o per chi è una groupie di Daniel Gildenlow

“I Sea Within sono un amalgama di incredibili talenti, non il solito supergruppo”. Così si presenta sul fresco sito internet il progetto guidato da Roine Stolt, mastermind dei Flower Kings, instancabile rivisitatore della tradizione progressive rock settantiana.
Ci verrebbe voglia di dargli ragione, se non fosse che la pietanza è cucinata sì ottimamente, ma il sapore speziato, che avrebbero dovuto aggiungere i singoli componenti del gruppo, non si sente fino in fondo. L’album, pur suonato divinamente, non si discosta particolarmente da stilemi consolidati e il contributo degli artisti coinvolti non brilla per coinvolgimento emotivo: la voce di Daniel Gildenlow (Pain Of Salvation) si adatta fin troppo all’ariosità della direzione compositiva generale, senza creare quel contrasto emotivo che, da una delle voci più personali e versatili della scena rock, ci si aspetterebbe; il batterista Marco Minnemann, mancato sostituto di Mike Portnoy nei Dream Theater, non riesce a sprigionare la funambolica verve rintracciabile nel progetto Aristocrats.
In “The Sea Within” troverete lo stato dell’arte del classicismo (staticità?) prog, sfortunatamente senza quella forte componente carismatica che i singoli avrebbero dovuto portare al collettivo. – Davide Bragagna


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Achille Lauro
Pour l’amour

Hip hop, Epic Records

L’highlight
Un qualunque brano che non sia di Achille Lauro

Per chi apprezza
Achille Lauro

Va bene, dai. “Facciamo questo sforzo di ascoltare Achille Lauro”, mi sono detto. Chi sia non ci tengo a saperlo, tantomeno mi interessa sapere da dove sia uscito. Sicuramente proviene da una vagina, come madre natura ha deciso, ma come sia arrivato alle mie orecchie rimane un mistero. Pour l’amour è una roba, e roba è l’unico termine del vocabolario che credo adatto a tali suoni immondi.
Trap, elettronica, dance, rap: non saranno un po’ troppe le strade che si sta cercando di seguire?
Young Signorino a confronto pare essere un esteta della musica, un nuovo Foscolo con l’abilità di comporre musica pari a quella dei Pink Floyd. Nel mentre che scrivo queste poche righe però, vengo tristemente a conoscenza di altri lavori di codesto Achille. Ahia ahia ahia. Roba francese, una delle tracce presenti nell’album, è l’apoteosi del niente, un po’ sulla scia degli altri capolavori.
Come ho fatto per così tanti anni a vivere all’oscuro di tutto ciò? Come si può tornare a vivere nell’ignoranza? – Francesco Benvenuto


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Gang Gang Dance
Kazuashita

Sperimentale, 4AD

L’highlight
Lotus

Per chi apprezza
L’interior design

Gang Gang Dance è un progetto di musica sperimentale, con influenze dance, elettroniche e psichedeliche. Da una tale combinazione prende forma una musica intensa ed elegante, di quelle che colpiscono ed emozionano fin dal primo ascolto. È incredibile come l’utilizzo dell’eco riesca a colmare i momenti di silenzio apparente con quel suo propagarsi di più ed ancora di più nel tempo. La Gang Gang Dance andrebbe valutata nel complesso della sua produzione discografica, avendo già alle spalle diversi lavori, ma qui siamo atipici, siamo dalle braccia corte come i veri T-Rex e ci limitiamo a ciò che riusciamo ad afferrare: Kazuashita è un lavoro che intriga, senza forse piacere del tutto ai fan sfegatati del progetto musicale. Ma questo album è la conferma del fascino che possiede la musica ambientale. – Francesco Benvenuto

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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