Dischi Che Escono – 26/03/2017

Dieci album per accompagnare pontefici in visita (19/03/2017 – 25/03/2017)

 


James Blunt
The Afterlove

Pop, Atlantic

L’highlight
Make me better

Per chi apprezza
I suicidi artistici

James Blunt è evidentemente uno di quei tizi che si addormenta leggendo i libri di Barrie ed è cresciuto travisando il significato di Hook. Morale della favola, si ritrova a quarant’anni suonati a sognare di schiacchiarsi di nuovo i brufoli e giocare a fare l’Ed Sheeran di turno. Ne risulta un insulso stil novo racchiuso in un lotto di canzoni immature, inoffensive, insensate e banali, degne del peggior Justin Bieber. Se è questo il suono dell’ “after love” di Blunt, stiamo messi davvero male. Ed Sheeran stesso, impietosito, partecipa alle registrazioni e firma l’unico pezzo decente in scaletta (“Make Me Better”, che pallidamente e paradossalmente ricorda il vecchio orientamento), invitandolo addirittura in tour assieme a lui. In apertura, certo. Quanta amarezza. Siamo arrivati all’elemosina, pur di rimanere in incognito nelle playlist delle serate in discoteca dei più giovani. Forse è davvero tempo di tornare all’istituto psichiatrico di Bedlam. – Giulio Beneventi


Clementino
Vulcano

Rap, Universal

L’highlight
Cenere

Per chi apprezza
Vedere Fedez piangere

Il qui presente scribacchino musicale ha una sincera stima per Clementino per tre motivi: è genuinamente umile, non cerca di fare il duro sfoggiando l’ultimo trasferello comprato in edicola e cerca di scrivere testi che non parlino di rolex o robe che vorrebbe ma non può postare. Forse è l’ultimo dei baluardi del rap genuino in Italia insieme al redivivo Fabri Fibra, e proprio per questo merita rispetto e stima anche da chi non bazzica i lidi delle rime e dei versi e dei campionamenti. Quaranta spanne sopra Fedez, al quale avrebbe tanto da insegnare, meno rime alla membro di segugio in primis. – Andrea Mariano


Desperate Journalist
Grow Up

Indie Rock, Fierce Panda

L’highlight
Radiating

Per chi apprezza
La serendipità nella musica

La primavera da queste parti non si è ancora fatta vedere. Eppure i suoi effetti già cominciano a farsi sentire. Iniziano a fiorire i bei dischi, quelli perfetti nel loro piccolo, quelle gemme che brillano del loro quid pluris nel grigiore generale. Cosa sia quel qualcosa in più nel caso dei londinesi Desperate Journalist al loro secondo appuntamento discografico è difficile da qualificare nei dettagli ma è chiaramente pregno dell’anima più pura di Robert Smith nelle sonorità e dello spirito più incontaminato di Morrissey nelle liriche. Vi è profonda maturità in ogni svolta nonché impressionante naturalezza di transizione dai momenti sporchi e diretti (“Hollow,” “Why Are You So Boring?”) alle vere perle di eleganza (“Radiating”). Del resto, «la linea di separazione tra la felicità e la malinconia non è più spessa della lama di un coltello» diceva Virgina Woolf. Che mi citano pure. Ma cosa altro devo dirvi? – Giulio Beneventi


Johnny Flynn
Sillion

Folk Rock, Transgressive

L’highlight
Barleycorn

Per chi apprezza
Il vento che soffia tra gli alberi nel silenzio delle montagne

A pochi giorni dal comeback discografico dell’amica e collega Laura Marling, ecco spuntare un nuovo album di Johnny Flynn. Volto meno noto della scena che lo scorso decennio portò al successo, tra gli altri, anche i Mumford & Sons, Flynn incarna l’anima più intransigente di questa famiglia espansa. Nessun ritornello facile per lui, nessuna tentazione pop; il suo è un folk rock volutamente aspro e minimale, quello che solo un menestrello in camicia di flanella e scarpe sporche di terra potrebbe suonare. Un folk rock vicino a certe fasi della carriera di Bob Dylan o, per rimanere attuali, The Tallest Man on Earth, sebbene il timbro del cantautore inglese risulti più profondo e meno scanzonato. Alla tentazione di suonare forzatamente vintage (con tanto di rumori in sottofondo a mò di registrazione in presa diretta, vedi “Heart Sunk Shunk”), Flynn contrappone aperture melodiche di indubbio gusto e spessore (“Barleycorn”, “Jefferson’s Torch”), progressioni strumentali avvolgenti (“The Night my Piano Upped and Died”, “The Landlord”), ballate d’altri tempi (“Hard Road”) ed arrangiamenti ariosi (“In Your Pockets”), elementi che mostrano la versatilità e la maturità artistica raggiunta con il quinto tassello di una discografia sempre interessante. Primordiale come l’immagine in copertina, la musica di “Sillion” rinconcilia con un’idea di folk selvaggia e priva di orpelli purtroppo andata perduta negli ultimi anni. La colonna sonora ideale per le vostre avventure nei boschi. – Marco Belafatti


Steve Hackett
The Night Siren

Prog Rock, InsideOut

L’highlight
El Nino

Per chi apprezza
Il barocchismo prog e le chitarre vellutate

Molto più che Genesis Revisited: Steve Hackett, sotto la florida ala di InsideOut, ha trovato negli ultimi anni un’invidiabile prolificità, e svariate nuove sfaccettature compositive che l’hanno affrancato dall’essere semplice menestrello ripropositore dei fasti di una volta. “The Night Siren”, che arriva a soli due anni dall’ottimo “Wolflight”, è un concept di spessore sulla multiculturalità, sulla pace e sulla fratellanza, e in quanto tale affronta in tracklist suggestioni e sonorità da world music: le percussioni da corrida di “El Nino” a far da base a cavalcate di chitarra neoclassica, gli scampanellii gaelici paradossalmente sparsi su “Inca Terra”, le declamazioni arabeggianti dell’opener “Behind The Smoke”. E’ un album pieno e pomposo, forse anche troppo: il tocco sulle sei corde di Hackett è forse troppo fine e prezioso per essere solo ciliegina di composizioni tanto roboanti da far sembrare a tratti di ascoltare gli Ayreon. – Riccardo Coppola


Maldestro
I Muri di Berlino

Cantautorato, Warner

L’highlight
Che ora è

Per chi apprezza
La sincerità

La sua Federica è stata poco tempo fa Sanremo. Non quella Federica, dice. No, Federica è una bella donna, innamorata della vita e di tutti i suoi guai. E della vita oggi Maldestro, al secolo Antonio Prestieri, di anni trenta, nato a Scampia e figlio di un ex-boss, ha molte cose da dire e lo fa molto bene. In questo secondo album, l’artista napoletano si racconta e allo stesso tempo racconta noi, con una lucidità narrativa che tanto ricorda Gaetano e Gaber: amore (“Tu non passi mai”, “Tutto quello che ci resta”), disagi sociali (“Sporco clandestino”) e legami con la terra natale sparsi ovunque. Un album maturo e sincero, fatto di abbracci in canzoni e di solidarietà, il cui ascolto pare abbattere, seppur per pochi minuti, quei “muri di Berlino” che ci dividono quotidianamente. – Giulio Beneventi


Mount Eerie
A Crow Looked at Me

Lo-Fi, Autoproduzione

L’highlight
Emptiness, Pt.2

Per chi apprezza
Niente

La risposta al lutto e alle cose belle che la vita elargisce in copiosa quantità è cosa da sempre del tutto soggettiva. Qualcuno annega pensieri e farmaci nella vodka alla pesca del Lidl e si toglie il pensiero senza rinunciare ad un sapore fruttato. Qualcuno si fa le spade nei sottopassaggi. Qualcuno degenera, si chiude in camera e comincia ad ascoltare, o peggio ancora a registrare lo-fi dalle tematiche depressive e funebri. “Death is real / Someone’s there and then they’re not / And it’s not for singing about / It’s not for making into art / When real death enters the house, all poetry is dumb” va biascicando Phil Elverum, con il trasporto e la convinzione di un poveraccio già in overdose cui abbiano lanciato per caso una vecchia chitarra acustica inaccordabile: i suoi Mount Eerie di oggi sono i più spogli di sempre, non hanno né distorsioni né elettroniche, né riverberi doomy né aggraziate voci femminili. Paradossalmente così, depauperata d’ogni afflato di vitalità, la sua musica riesce ad essere in un suo modo malsano anche toccante; resta il fatto che ogni singola traccia -anche in edizione digital- è di tale pesantezza che una moderna Virginia Woolf potrebbe trovarla utile per riempirsi le tasche. – Riccardo Coppola


Omini Gommini
Omini Gommini [EP]

Funk, Autoproduzione

L’highlight
Rosie King

Per chi apprezza
Il funk riproposto in chiave moderna. Il groove e l’adrenalina

Originali come il nome che portano, si formano a Roma nel 2014 come progetto funk strumentale. Molti i concerti e molte le collaborazioni che li vedono calcare i palchi della capitale fino ad arrivare ad esibirsi a villa Ada nella caratteristica manifestazione “Roma brucia”. L’EP omonimo esce solamente ora, racchiude l’essenza della produzione artistica degli Omini Gommini ed essendo una raccolta di inediti, rappresenta i momenti salienti di quanto prodotto dalla band dalla formazione. Si apre con “HüaH”, un pezzo prevalentemente funk con influenze speed rock che esplica l’intenzione del sound degli esordi. Impronta funk che resta evidente in “Eejit” sebbene il pezzo si evolva fino a raggiungere i confini del classic rock. “Rosie King” rappresenta al meglio l’evoluzione stilistica della band. Energica, distorta e con una spolverata di psichedelia roboante. Le ultime due tracce “L’Onda” e “Mettiti Comodo “ sono collegate da sfumature fusion, la seconda mostra come particolarità la collaborazione con il rapper romano Pseudo, per l’ultima traccia non strumentale del lotto. Questo è il primo lavoro in studio, ne seguiranno altri? Per adesso mettetevi comodi ed ascoltate il flusso. – Matteo Galdi


Sleepmakeswaves
Made of Breath Only

Post-Rock, Pelagic

L’highlight
The Edge of Everything

Per chi apprezza
L’inverno, l’energia

No, non di solo respiro. E per fortuna: il nuovo Sleepmakeswaves è una sinfonia di pochi strumenti, di un paio di chitarre, di tanti effetti che dilatano le note e di slide sulle parti basse dei manici che dilaniano l’anima, di colpi secchi e marziali sulla batteria che preludono a riaperture magnificamente atmosferiche. Sono gli ingredienti tipici del post-rock, quello più canonico, ma il risultato è qualcosa di straordinario, qualcosa che non si sentiva -a simili livelli d’eleganza- da parecchio tempo. “Made of Breath Only” è l’inverno perfettamente cristallizzato in musica, è il librarsi su meravigliosi panorami artici per sentire la devastante armonia di correnti polari che si scontrano e di ghiacciai che si disintegrano, è l’abbandonarsi alla furia controllata del rock strumentale e lasciarsi pervadere d’ottimismo e d’energia. Che meraviglia, che meraviglia. – Riccardo Coppola


Take That
Wonderland

Pop, Polydor

L’highlight
Lucky Stars

Per chi apprezza
Non arrendersi all’evidenza del tempo che scorre

Se fossero nati in terra abruzzese, sarebbero diventati i “Pijt Quò”, che tradotto in italiano corretto e corrente sarebbe “Prendi Questo”. E noi ce li prendiamo, anche se sarebbe più corretto dire che ci accontentiamo dei resti di quello che prima era un quintetto, poi un quartetto, poi di nuovo un quintetto con Robbie “vi faccio un favore perché così non mi rompete più le palle” Williams, poi di nuovo un quartetto e oggi un trio (Jason Orange ha abbandonato nel 2014 per frantumazione gonadi). “Wonderland” al netto di tutto ciò è comunque un buon album pop, lontano da quella sorpresa qualitativa che fu nel 2006 “Beautiful World”, tuttavia leggermente superiore rispetto la media radiofonica attuale, il che è di per sé gran cosa. Certo, “Giants” scassa un po’ le balle con la ripetizione all’estremo di “We are giants, we are giants”, ma le melodie sono quasi sempre azzeccate (“Luky Stars” ha una linea funky easy e accattivante) piacevoli, e fa anche tenerezza quel rimando naturale (leggasi disperato) a quelli che erano i Take That degli anni ’90. Ora sono un trio, non sono la Trinità della musica, ma almeno i trentenni/quarantenni di oggi hanno ancora un motivo per cercare di sentirsi ancora sedicenni. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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Siamo senz’altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

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