Dischi Che Escono – 28/01/2019

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Nove cose prodotte da esseri umani rispettabili e il nuovo disco di Fedez (21/01/2019 – 27/01/2019)


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Fedez
Paranoia Airlines

Schifo, Universal

L’highlight
Chiara Ferragni

Per chi apprezza
Chiara Ferragni

Brutto. Proprio brutto. Poi sti cazzo di vocoder e autotune sparati a tremila sono fastidiosissimi, fanno rivalutare l’opera omnia della trap italiana. E se inizi a dire che tutta la trap italiana è meno fastidiosa di Paranoia Airlines, la strada verso il baratro è terminata. Dai, peggio c’è solo Young Signorino. Ma non è di certo una consolazione così grande.- Andrea Mariano


Backstreet Boys
DNA

Pop, Sony

L’highlight
Chances

Per chi apprezza
Fare il giovane pur avendo il catetere

Diciamolo chiaramente: non ce la fanno più. DNA è un disco moscio, peggio di un Cremino Algida sciolto sotto il sole di ferragosto, più della propria carica erotica mentre guardi la messa su Tele2000. Hanno tentato l’esperimento, quella delle ballad minimali che tanto sono di moda tra i giovani che vogliono smettere di limonare con la propria mano. Ma per 11 canzoni su 12 diventa una rottura di coglioni immane. Peggio che guardare le televendite su DMax quando il televisore non prende il segnale causa meteo avverso. Bah. Spotify ha anche smesso di funzionare a un certo punto. Segni del destino. – Andrea Mariano


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Rival Sons
Feral Roots

Hard Rock, Atlantic

L’highlight
Too Bad

Per chi apprezza
Riguardare i propri alberi genealogici

La band di Jay Buchanan riesamina le proprie belluine origini e si rende conto che c’è solo ferale, scintillante hard blues. Nient’altro. Feral Roots aveva preso per il culo con il quasi-folk della title track, ma alla prova dell’ascolto completo rivela d’essere nient’altro che un bombardone amarcord di rock pompatissimo. Nessuna concessione alla psichedelia, pur vagamente accennata, che traspariva negli album precedenti: un classicone, con tutte le accezioni positive e negative annesse e connesse. – Andrea Mariano


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Dua Lipa
Swan Song (Singolo)

Pop, Warner

L’highlight
Frame a 2:54 del video

Per chi apprezza
Le colonne sonore poco calzanti

Dua Lipa diventa Dua Alita e compone una colonna sonora hyperpowered e largamente carezzata dai ProTools per l’imminente cafonata sci-fi di James Cameron. Swan Song non si piega più di tanto alle logiche cinematografiche ed è una canzone nel pieno stile della mezza britannica/kosovara, per l’appunto con una sensualità strabordante e apparentemente ingiustificata se giustapposta agli occhi dolci del (della?) droide protagonista del film. Ma per noi, a cui di Alita non fotte un cazzo, è indubbiamente meglio così. – Riccardo Coppola


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Foals
Exits (Singolo)

Pop, Warner

L’highlight
La versione corta

Per chi apprezza
Band alternative rock che reinventano i synth e le ruote

I Foals stanno facendo le cose in grandissima: quest’anno pubblicheranno non uno ma due album, e si sono già premurati di assicurare che ci sarà una grande differenza stilistica con gli ultimi due, a detta loro fin troppo simili. E succedono cose mai sentite: in Exits spariscono le chitarre e viene adottata un sacco di elettronica. Un colpo di genio. Non abbiamo mai visto band alternative rock buttarsi nell’elettronica. Incredibile. E a parte l’inventiva, a Exits manca il piglio – se non violentissimo come nella titletrack dell’ultimo – estremamente catchy di una Birch Tree o Mountains at My Gates. Male ma non malissimo: su due full length ci sarà spazio per rimediare. Forse. – Riccardo Coppola


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Frank Turner
Don’t Worry (EP)

Folk, Xtra Mile Recordings

L’highlight
How it Began

Per chi apprezza
Le uscite a sorpresa

Un inaspettato EP dal titolo Don’t Worry. Questo è il regalo fatto da Frank Turner ai propri fan, impaziente di assistere alle numerose date “europee”, se di Europa si può parlare visto che si tratta solo di Regno Unito e Portogallo. Quattro miseri brani che però valgono veramente tanto. Questa pubblicazione arriva a soli 7 mesi dall’ultimo album Be More Kind, ma riesce a convincere ed emozionare. Nel brano How it Began, già rilasciato in versione vinile tempo addietro, si può ascoltare uno splendido Frank Turner in versione voce e chitarra, portando ad un livello superiore il concetto di cantautorato. Spicca a modo suo anche la rivisitazione di Little Changes in versione corale, nemmeno si stesse assistendo ad una messa gospel. L’opening track Don’t Worry – che tratto alla fine per così mi gira – è ripresa dall’album Be More Kind, lasciando così il ruolo di unica vera novità a Bar Staff: puro rock’n’roll dai tratti swing. In conclusione Frank Turner è riuscito a mettere in mostra le sue qualità in pochissimi brani, spaziando tra sonorità differenti, a tratti perfino pop. Pollice all’insù. – Francesco Benvenuto


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Weezer
Weezer (Teal Album)

Alternative Rock, Crush Music / Atlantic Records

L’highlight
Billie Jean

Per chi apprezza
delle inutili cover

Tra le numerose uscite musicali di questo fine gennaio spiccano decisamente i Weezer, autori di un album di sole cover. E che cover. L’opening track del lavoro che prende il titolo di Weezer (Teal Album) è, neanche a dirlo, Africa dei TOTO, brano ormai famoso per essere stato reinterpretato da un’infinità di gente diversa ed in tutti i modi possibili: patate dolci e boomwhackers sono solo alcuni degli strumenti utilizzati per le cover caricate in rete. Quando si decide di rilasciare un album con solo ed esclusivamente brani altrui, si cerca sempre di aggiungere un proprio tocco personale all’esecuzione. In questo caso però i Weezer sembra fossero abbastanza svogliati: nonostante l’ottimo gusto nello scegliere le canzoni da inserire, non c’è nulla di più. Sweet Dreams, Take on Me, Paranoid, Billie Jean: belle sì, ma già sentite. Insomma una pubblicazione decisamente evitabile, fine a se stessa, senza un alcunché di nuovo. Nulla da eccepire circa l’esecuzione, ma cosa me ne faccio? Meglio le originali. – Francesco Benvenuto


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Steve Hackett
At the Edge of Light

Progressive Rock, Inside Out

L’highlight
Peace

Per chi apprezza
Il more of the same, ma un po’ meglio

Lecito è chiedersi dove l’ex membro dei Genesis e leggenda assoluta della chitarra Steve Hackett abbia trovato il tempo e l’ispirazione per scrivere e registrare il terzo album di inediti in quattro anni, considerando che ha passato l’ultimo decennio tra tour, viaggi con la moglie e cene nei migliori ristoranti del nordest italico.
La risposta in realtà è semplice, dal momento che Steve e Roger King, tastierista, produttore e coautore di tutti gli album di Hackett dal 1999, sono ormai affetti da quella sindrome tipica di gran parte delle – più o meno – vecchie glorie del progressive per cui la struttura, i suoni e la produzione dei brani pubblicati negli ultimi anni sono sempre uguali, perché tanto ai fan va bene così.
Tuttavia, nonostante le ormai insopportabili orchestrazioni digitali che King mette un po’ ovunque e assoli suonati con lo stesso preset ed un unico spartito, At the Edge of Light è un bell’album, probabilmente migliore dei precedenti Wolflight (2015) e The Night Siren (2017).
Al netto infatti di pezzi inutili come Descent e Conflict, i restanti otto brani riescono a dire qualcosa di interessante per quanto derivativo dei dichiarati ascolti di Hackett, con a dividersi la palma di migliori momenti il progressive di matrice Yes di Under the Eye of the Sun, l’acoustic blues misto gospel misto Jimi Hendrix di Underground Railroad, gli epici undici minuti di Those Golden Eyes, l’allegra Hungry Years – la cui melodia iniziale starebbe molto bene in un tutorial di giardinaggio su YouTube – e la conclusiva Peace, ibrido tra Imagine di John Lennon e i Muse sinfonici di Resistance. – Marco Del Longo


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MONO
Nowhere Now Here

Post-rock, Pelagic Records

L’highlight
Breathe, Parting

Per chi apprezza
Il cinematico portato a livelli estremi

Ci sono due correnti -chiamiamole “scuole di pensiero”- nella musica post-rock, che differenziano il genere in modo particolare: c’è quello più commerciale, fatto di canzoni stringate, e quello mastodontico, se così possiamo chiamarlo (Godspeed You! Black Emperor Docet). E poi, tra le due, se n’è annidata in sordina una terza, da almeno un decennio. Potrei definirla una via di mezzo tra le due, e i MONO la rappresentano quasi al meglio. Tant’è che arrivati alla decima prova discografica, si inizia quasi a sentire un certo senso di ripetitività e di prevedibilità, quasi. Non tanto una loro colpa, quanto più del genere in sé: “Nowhere Now Here” è fatto di un’infinità di crescendo esplosivi (lodevole Meet Us Where the Night Ends), atmosfere oscure e chitarre così piene di effetti da perderne il conto…. Tutto bellissimo, ma niente di nuovo se siete habitué della band, o del genere. Però, un apprezzabile dose di elettronica -seppure minimale- e, udite udite, la voce di Tamaki Kunishi in Breathe, rendono Nowhere Now Here un buon disco di passaggio per i fan del quartetto giapponese, ma non on un disco must-have del genere, o del loro repertorio. La maledizione della comfort zone colpisce ancora. – Jacopo Morosini


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Giancarlo Erra
VII (Singolo)

Post-rock/musica classica (?), Kscope

L’highlight
I violini

Per chi apprezza
L’inibizione

Solito, noioso recap: i Nosound sono un gruppo, o forse IL gruppo, che qui in Italia rappresenta al meglio quella scena musicale, nata ormai da oltre un ventennio, nota come “neo-prog”. Dopo un disco un disco decisamente sotto le aspettative (almeno per me) e fin troppo differente da ciò a cui eravamo abituati, mi ritrovo sulla home di Facebook un link per YotuTube: Giancarlo Erra (leader e mente creativa della band) e lì, a fianco, “End VII”. Incuriosito, scopro di questo sua prima prova da solista in uscita e, senza indugiare un secondo di più, mi catapulto all’ascolto di questo singolo, pochi secondi la sua uscita. A brano terminato posso solo dire di essermi sentito strano. Spiazzato da tanta bellezza. Con la sensazione di aver perso qualcosa a metà strada, senza sapere nemmeno cosa. Tutto questo senza una parola, ma con un armonico connubio, a dir poco catartico, di violini e pianoforte. Non ho molte altre parole per descrivere questi 6 minuti. So poco per ora di questo “Ends” in uscita, posso solo dire che il buon Giancarlo si è fatto perdonare nel migliore dei modi esistenti per un album non proprio riuscito, ed è bastato soltanto un solo brano. – Jacopo Morosini

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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