Dischi Che Escono – 29/10/2018

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Dieci album da usare come sottofondo al confezionamento di originali costumi DIY di Joker o Harley Queen (22/10/2018 – 28/20/2018)


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5 Seconds of Summer
Killer Queen

Pop Rock, Virgin Emi Records

L’highlight
Almeno conoscono (?) i Queen…

Per chi apprezza
Ascoltare l’inutile

Sì, è uscito (in Inghilterra) Bohemian Rhapsody, il film sui Queen. Filmone, ho potuto apprendere da alcune fonti, o quantomeno superiore alla media dei biopic. Non vedo l’ora che arrivi in Italia, manca poco, dopotutto. Ascolto un po’ di brani a caso, giusto per rinfrescare la memoria e l’animo. La buona musica fa sempre bene. Ascolto… “Sheeeesss aaa Killler Queeeennn”. Ma non è la voce di Freddie. Spotify, che cazzo stai combinando? Perché mai devi scatenare il Mario Magnotta che è in me? Chi diavolo sono? Ah, 5 Seconds Of Summer. D’accordo. Bravi, avete voluto omaggiare (leggasi: cavalcare l’onda) i Queen e Freddie Mercury, ma che cazzo è quel basso e quella cassa a la Muse tutta effettata? Ok, è il vostro stile. Bravi, avete dato ulteriore possibilità a baristi tamarri di mettere ulteriore musica inutile mentre preparano un aperitivo di merda alla ragazza che hanno adocchiato al bancone del bar. Beh, vediamola ottimisticamente: su Spotify c’è la bella opzione “non consigliarmelo più”. Click. – Andrea Mariano


Thom Yorke
Suspiria (Music fot the Luca Guadagnino Film)

Soundtrack, Unsustainabubble

L’highlight
Voiceless Terror

Per chi apprezza
Non riuscire a trattenersi per l’ansia

C’è riuscito. Dopotutto se chiedi a uno come Thom Yorke di occuparsi della colonna sonora del rifacimento di Suspiria, uno dei più grandi esempi di cinema horror di tutti i tempi, non puoi aspettarti qualcosa di scialbo. È come chiedere a me una mano per sbarazzarsi dell’ultimo chilo e mezzo di Galak: non solo accetto, ma faccio un lavoro certosino, come se quel chilo e mezzo non fosse mai esistito in quella stanza. Il Dottor Yorke sguazza in orchestrazioni ed elementi elettronici, già Hooks crea un brivido lungo la schiena. Suspirium è dolce, eppure inquietante. Mio Dio. Non ascoltatelo nel chiaroscuro del vostro studio. Potreste fare la fine del protagonista de Il Corvo di Poe. O, più prosaicamente, cagarvi addosso. – Andrea Mariano


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Ace Frehley
Spaceman

Hard Rock, Entertainment One Music

L’highlight
Your Wish Is My Command

Per chi apprezza
Il solito groove di NY

Un affetto particolare mi lega allo SpaceMan. Ne abbiamo passate tante assieme, io e l’Asso: fu lui a crescermi decadi or sono con le cuffie nelle orecchie, tra baci (a-ehm) e comete; fu lui a guidarmi tra i fiumi di cover band acerbe in cui approdavo (e poi naufragavo) in adolescenza; fu ancora lui infine a traghettarmi come un sogghignante Caronte dotato di remi a sei corde nelle lande del giornalismo musicale, fatte di pecore e caproni. Da liberto del rock, i legami di patronato mi impediscono dunque di scrivere del Maestro in modo del tutto imparziale. A chiamata di rock soldiers però, dinnanzi alla ottava uscita da solista, rispondo con il massimo della sincerità di cui attualmente dispongo: trovo in tutta onestà che la natura grezza e ottantiana delle nove tracce in scaletta, il featuring col nuovamente compagnone Gene e la chitarra che graffia sempre siano come al solito una solida garanzia appagante, specie per chi è rimasto ai tempi di Trouble Walkin’; devo segnalare altresì una minor varietà e una modesta ed innegabile dose di anonimato tra i diversi spunti in gioco, soprattutto rispetto ai precedenti Anomaly e Space Invader. Che però, ad onor del vero, erano decisamente di un altro pianeta. Insomma, era irreale pensare che non ci sarebbe stata una planata dopo i recenti ottimi risultati. Siam tornati dall’eccellenza rockettara al campo della buona qualità hard n heavy, nulla di più, nulla di meno. L’uomo dello spazio qui fa rifornimento, quasi svogliato, con pezzi coesi ma non troppo incisivi (Your Wish Is My Command e Pursuit of Rock n Roll ottime eccezioni), e una coda strumentale di prassi stranamente non esaltante. Poco importa, tornerà a decollare, statene certi. Per ora, “accontentiamoci”, che diamine. – Giulio Beneventi


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Tom Odell
Jubilee Road

Cantautorato, Sony

L’highlight
Son of a Only Child

Per chi NON apprezza
Rassegnarsi

È un dato di fatto: Tom Odell è bravo. Non c’è modo di far vincere quel moto del cuore e degli occhi che ti porta a detestarlo, per quel suo bel faccino e il ciuffo da personaggio di OC, mentre il cervello e le orecchie ti dicono che non c’è niente da fare, è davvero un cantautore di livello assoluto. Jubilee Road estende lo spettro di strumenti dei precedenti lavori del britannico, limando angosce adolescenziali e stemperandole in un gospel completo di cori multi-voce e in sax da rappresaglie sessuali di film di trent’anni fa, in un esito che pare impossibile per un ventottenne. Un po’ di noia verso la fine, che non rischia però d’annebbiare tanta, tanta classe. – Riccardo Coppola


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John Legend
A Legendary Christmas

Pop, Soul, John Legend Music / Columbia Records

L’highlight
Christmas Time is Here

Per chi apprezza
Le musiche per il compleanno di Gesù

Fermi tutti, attenzione attenzione. Potremmo essere di fronte ad un vero competitor di Michael Bublè e delle sue canzonette natalizie. John Legend entra a gamba tesa nel settore delle “canzoni per festeggiare Gesù” e lo fa con l’album A Legendary Christmas, un lavoro per niente malvagio da ascoltare con una bella fetta di pandoro in mano e tanta tanta gioia nel cuore. Perché alla fine è quello l’intento di ogni canzone natalizia, portare un mezzo sorriso sui volti sconsolati della gente. La comparsata di Stevie Wonder nell’opening track What Christmas Means to Me è sicuramente un qualcosa in più ad un album già di per sé apprezzabile, con brani dai titoli stereotipati come No Place Like Home o Christmas Time is Here, ma, diciamocelo, chi se ne può lamentare? L’elegante voce di John Legend smorza finalmente quella, a tratti erotica, di Michael Bublè, ed aggiunge un pizzico di novità alle playlist degli ultimi due mesi dell’anno: un tentativo di certo rischioso quello di pubblicare un album per le festività, vista sopratutto la difficoltà del pubblico ad affezionarsi a nuove musiche. Qui vince sempre la tradizione, ma chissà: forse questa sarà la volta buona. Ah, e per i meno attenti faccio notare come il titolo del lavoro sia un mero gioco di parole. – Francesco Benvenuto


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Black Eyed Peas
Masters of the Sun Vol. 1

Hip-pop, Interscope Records

L’highlight
4Ever (feat. Esthero)

Per chi apprezza
Le lunghe attese, ripagate a metà

Nel 2010 i Black Eyes Peas rilasciavano il loro ultimo lavoro in studio, The Beginning, nel 2018 i Black Eyes Peas tornano sugli scaffali dei negozi di dischi con Masters of the Sun Vol. 1. Un’attesa paragonabile a quella per il nuovo album dei Tool, ma sia chiaro: solo per la durata. A scrivere sarà pure un nostalgico delle canzoni primi anni 2000, quelle che ancora si ascoltavano solamente alla radio o tuttalpiù con il CD, masterizzato o originale che fosse, ma questo nuovo lavoro sembra un passo indietro rispetto ai precedenti. E se i tempi di Pump It e I Gotta Feeling erano ben altri rispetto a quelli delle nuove tracce, oggi prive della voce di Fergie, ecco che ci sono grandi momenti di qualità con il brano 4Ever: un tocco soul e blues in un mare di hip-pop ostentato, ma mai esagerato. Manca di certo la vera hit, la traccia da sparare in macchina a volume esagerato, tanto da far girare per strada persino eventuali soggetti deboli d’udito, ma il flow dei Black Eyed Peas resta inconfondibile e sempre d’attualità. Insomma poco di rilevante, ma altrettanto poco di scadente: il ritorno di will.i.am e soci raggiunge un’abbondante sufficienza senza però eccellere. – Francesco Benvenuto


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Timoria
Viaggio Senza Vento (25th Anniversary Edition)

Rock, Universal Music

L’highlight
Le lacrime per un capolavoro troppo poco valorizzato

Per chi apprezza
Avere la pelle d’oca, ancora una volta

Venticinque Anni. Pedrini e Renga l’hanno passati da un pezzo. Venticinque Anni. Anche i miei sono passati da un po’ (non troppo). Venticinque anni di un capolavoro che personalmente ritengo eccessivamente stigmatizzato: Viaggio Senza Vento è forse nella top 3 dei dischi italiani ROCK degli anni ’90. Questa edizione speciale non fa altro che confermarlo, ed è anzi una occasione per chi all’epoca per motivi anagrafici lo perse. È un’occasione per ribadire che in Italia, in fin dei conti, non facciamo solo cagate inenarrabili. A impreziosire il tutto ci sono le versioni demo di Sangue Impazzito, Senza Vento, Taruni Taruni, Verso Oriente e altre, ma attenzione: sono provini ottimamente registrati, non i soliti audio di bassa qualità ripescati da chissà quale mangianastri. Ed è qui che si estrinseca l’eccellenza del disco: anche in versione più scarna, più grezza e meno limata, i brani possiedono una potenza e una efficacia pazzesche. Pelle d’oca. Pensate: in Italia possiamo creare qualcosa di bellissimo, ogni tanto. – Andrea Mariano


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Anathema
Internal Landscapes

Art Rock, KScope

L’highlight
Distant Satellites

Per chi apprezza
La morale strappalacrime di Interstellar

C’erano due volte gli Anathema, per usare un’introduzione che nel mondo del metal e di generi limitrofi può usarsi fino alla nausea. I fratelli Cavanagh, di Liverpool e talmente alternative da tifare Everton, cominciarono decenni fa come Gothic rockers con tanto di ruvidissimi growl. Poi a una certa si sono innamorati e rammolliti, e sotto la KScope di Dr. Wilson sono diventati i maggiori esponenti della più eterea delle varianti del pop Prog. Internal Landscapes ne ripercorre gli ultimi dieci anni di carriera, dal tagliente ma impalpabile We’re here because we’re here al recente monopolio vocale femminile di Lee Douglas, in una raccolta che è qualitativamente ineccepibile ma omogenea in maniera preoccupante: se il meglio di quattro studio album sembra suonare bene anche come un disco normale, il timore che l’evoluzione stilistica sia leggermente andata a farsi fottere è più che fondato. Ma rimane un viaggio poetico, lacrimevole, bellissimo: se non li conoscete siete dei barbari e questa uscita è un’ottima spinta per avvicinarvi alla civiltà. – Riccardo Coppola


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Bloodbath
The Arrow of Satan is Drawn

Death metal, Peaceville

L’highlight
Bloodicide

Per chi apprezza
Il classico suono death metal made in sweden, con il doom come unico compromesso

Il supergruppo più splatter del millennio torna con una nuova uscita discografica. Tanti erano gli interrogativi sui Bloodbath, tante le perplessità ed un adeguata curiosità andava crescendo di giorno in giorno. Bisogna chiarire che il terzetto death metal svedese si è adeguato alla tonalità di voce del britannico Nick Holmes. Ed “Old Nick” è un personaggio di tutto rispetto nella scena, frontman dei Paradise Lost e vera e propria icona del doom. Rimpiazza il sempre più ammaliato dal prog Mikael Akerfeldt e non convince nel precedente disco dei Bloodbath. Ma in “The arrow of satan in drawn” tutto è collaudato, a partire da un’ottima produzione ed una buona quantità di massicci riff dalla giusta dose di pesantezza sonora che sempre aggrada il pubblico. Certo, l’originalità non traspare, ma almeno la band è coesa. “Bloodicide con Walker dei Carcass come guest è una mina a frammentazione che esplode tra i denti. E per una band che era nata come scherzo non è male. – Matteo Galdi


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Gorod
Aethra

Progressive technical death metal, Overpoweredrecords

L’highlight
The Sentry

Per chi apprezza
La nuovo ondata progressive metal che la Francia sta meravigliosamente sfornando a partire da questo nuovo millennio

Chitarre ultratecniche, come il resto degli strumenti. Ma non sono esercizi tecnici fini a sé stessi, sono semplicemente solizioni complesse usate ed abbondate piuttosto che centellinate. Ed infatti il nuovo disco dei Gorod rientra nell’ambito del technical progressive death metal: e se addirittura esiste un genere apposito per descrivere il tutto…
Sono francesi e si sente. Il tocco Djent tipico dei Gojira, che in Francia hanno fatto scuola, palm muting e plettrate furenti, corde a vuoto martellanti, bpm altissimi.
Le linee vocali in growl di ”Aethra” sono efficaci, ma lo sono sicuramente di più i chorus cantati in pulito. La voce nel breakdown di “The sentry” ad esempio è una perla, epici versi sussurati riecheggiano in lontananza, evocativi e da brividi. Certo a volte le battute si ripetono un po’ troppo, risultando stucchevoli. Basterebbe alleggerire un po’ il carico di lavoro e tagliare parti eccessivamente ridondanti (ma proprie del genere). Però ci siamo, “Aethra” convince ad ammalia, come la splendida cover artwort che ne rispecchia appieno il contenuto. – Matteo Galdi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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