Dischi che escono – 29/01/2017

Contrabbando musicale per i più beceri apparati auricolari (22/01/2017 – 28/01/2017)

 


A.A.V.V.
Trainspotting 2 (OST)

OST, Polydor

L’highlight
Silk

Per chi apprezza
Farsi di musica. O di gente. O di altro.

In fondo, nulla è cambiato dal 1996. I poster dei Nirvana e di Pulp Fiction sono ancora appesi alle pareti, il disagio joydivisioniano ci accompagna sempre con passione davanti ai nostri maxitelevisori del cazzo. C’è ancora quel desiderio di piacere, persi nell’oceano di miseria, disperazione, morte e merdate del genere. C’è ancora voglia di una siringata welchiana, ancora una volta preparata con i due tossici marchi di fabbrica Iggy Pop (ripompato per l’occasione dal remix Prodigy) e Underworld sempre da botta generazionale. Anche la “base” di qualità è di nuovo assicurata attraverso l’insano speedball intriso di un nostalgico “spasso di classici a spasso” (dai Clash ai Queen) e allucinogeni moderni di buona intensità (dai Wolf Alice all’hip hop degli Young Fathers). Cosa manca all’appello è soltanto la magica compattezza da primo trip, che dava ad ogni traccia quella sensazione orgasmica da rete di Archie Gemmill con l’Olanda nel ’78. Resta solo più l’effetto da bicchierata in piena faccia. Severa ma giusta. Oserei dire più che sufficiente. – Giulio Beneventi


Rose Elinor Dougall
Stellular

Indie Pop, Vermilion Records

L’highlight
Strange Warnings

Per chi apprezza
L’ammaliante bellezza di voci anacronistiche.

Indie Pop. Dio, quanto odio questa etichetta, un ossimoro se si legge indie come indipendente o underground e pop come popolare, (alla ricerca) di successo. Oppure può essere letto come indipendente, underground e popolare nel senso “del popolo”, di quella subcultura (in senso sociologico) in cui ci identifichiamo. Dunque “Stellular” di Rose Elinor Dougall ci porta nel pop un po’ elettrico da tinte anni Settanta. E ammalia. Saranno i suoi occhi azzurri, sarà la sua voce così sensualmente anacronistica. Sarà quel che sarà, ma quest’album si insinua sottopelle con subdola maestria. Internet è un posto meraviglioso perché ti sorprende, e perché ti dà la possibilità di supportare belle musiciste che sono anche brave. Uscite da YouPorn e andate a comperare “Stellular”, fatevi una cultura. – Andrea Mariano


John Garcia
The Coyote Who Spoke in Tongues

Rock, Napalm Records

L’highlight
Space Cadet

Per chi apprezza
Il suono della chitarra acustica rimbombare nella propria depressione

Serviva un altro album di cover? Serviva un altro album acustico? Serviva per l’ennesima volta ripercorrere le desolate e polverose lande sonore dello stoner più radicale e primigenio per dare alle stampe questo “nuovo” lavoro di John Garcia? “The coyote who speaks in tongues” non è il vinile che tramanderete ai vostri figli come una sacra urna, come un’arca alla quale affidare il destino delle orecchie dell’umanità, però non fa nemmeno schifo, anzi. Nella sua incarnazione streaming vi accompagnerà per più di “qualche ascolto” perché la chitarra del Sig. Ehren Groban vale la pena di essere sentita e ascoltata. – Davide Fadani


The Great Old Ones
EOD – A Tale of Dark Legacy

Post-Metal, Seasons of Mist

L’highlight
Shadow over Innsmouth

Per chi apprezza
La musica oscura come le atmosfere che evoca

Lo splendido artwork dalle tinte rosso fuoco ben rappresenta il contenuto di “EOD: A tale of dark legacy”: un disco infernale, di cupo ed oscuro black metal. Doppio pedale di batteria ultraveloce e martellante, chitarre acide e distorte che abbassano di colpo i bpm e sfociano in un unico riff del doom più funereo e depressivo. Il disco è incentrato sulla figura di Chtulhu, essere mostruoso creato dalla mente del celebre scrittore H.P. Lovecraft. Un semi-dio che dorme nelle profondità degli oceani, il quale risveglio provocherebbe la distruzione dell’umanità (per quanto è celebre e venerato il mito di Chtulhu a questo punto circa il 70% di voi avranno smesso di leggere e saranno andati a sentire il disco in questione). Passaggi ed atmosferee sulfuree, una produzione – come da tradizione nel black metal – non delle migliori, con i suoni forse troppo ovattati che tendono a volte a rendere il sound impastato e confuso nel suo insieme. Ma la qualità si sente comunque: “EOD: A tale of dark legacy” è un lavoro dotato di grande fascino, che riesce a soddisfare chiunque cerchi l’eleganza anche all’interno di un genere davvero di nicchia e collegato troppo spesso (per pura ignoranza) a satanismo e chiese bruciate. Si, va bene che è successo davvero, ma come può questo condiozionarne l’ascolto? – Matteo Galdi


Infected Mushroom
Return to the Sauce

Trance, HOMmega

L’highlight
Groove Attack

Per chi apprezza
Le tamarrate particolari ma sempre tamarre

Sono una creatura strana gli Infected Mushroom, una di quelle specie protette di cui un singolo esemplare è sufficiente. Da quasi vent’anni il duo israeliano porta avanti, con rarissime variazioni sul tema, quella sua bizzarra declinazione psichedelica della musica trance fatta di beat violenti, campionamenti vocali gorgoglianti, pause atmosferiche e vaghi accenni di musica popolare. “Return to the sauce” non fa eccezione e conferma lo spirito e le qualità della band, la capacità di tirare fuori 50 minuti di battiti velocissimi capaci di non stancare, e quella sensazione di disarmante inquietudine all’ascolto che fa controllare i propri speaker pensando che siano stati sostituiti da un orrendo, viscido e pulsante manufatto alieno. Qualche chitarra e qualche momento atmosferico non cambiano la natura dell’uscita, che rimane inevitabilmente per ascoltatori già assuefatti o per clubbers privi di ogni facoltà di intendere e di volere. – Riccardo Coppola


Japandroids
Hang

Punk Rock, Epitaph

L’highlight
Arc of Bar

Per chi apprezza
Il punk rock dei quarantenni

“I used to be good but now i’m baaaaad”: la chiosa (tanto adolescenziale da far sorridere) al termine del ritornello della opener, singolo e title track contiene praticamente tutta l’essenza di questa release. Un motto perfetto per i punkrockers ultraquarantenni in incurabile sindrome da Peter Pan. I japandroids sono all’ottavo album, stanno su etichette che gli consentono di prendersi svariati anni tra un disco e l’altro, hanno molta meno energia che nei tempi passati (anche se una combo batteria chitarra e basta dovrebbe garantirne per definizione), hanno anche dichiarato che quest’album costituisce per loro una svolta Classic rock. Ma in fondo quest’album non contiene nulla di nuovo e/o scioccante, e viene fuori come il solito (pur godibile) mischione di terzine e scimmiottamenti dei Ramones, solo un po’ meno urgenti, un po’ meno sbattuti, un po’ meno urlati. Ma va bene così: in un mondo che non ha ancora minacciato il carcere ai Green Day come pena della rottura del silenzio, gli onestissimi androidi giapponesi hanno più che il diritto di continuare per la loro allegrotta strada. – Riccardo Coppola


Kreator
Gods of Violence

Thrash Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Death Becomes my Light

Per chi apprezza
Fare headbanging fino a staccarsi la testa

I tedeschi Kreator sono una band da sempre tra le più crude nel Thrash metal, ancor più che gli Slayer hanno mostrato elementi gore e splatter nei temi e nelle grafiche, risultando sicuramente meno accessibili delle band di punta del genere. Il cantante Mille Petrozza canta sporco e graffiato, e nei Kreator più che nel “big 4” americano (a cui a loro volta si sono ispirati) si sperimentano soluzioni che sono alla base del più moderno death metal. “Gods of violence” è un buon album suonato da questi ormai padri di famiglia, che un tempo urlavano senza remore quanto sia piacevole uccidere mentre ora… continuano a farlo. Al lavoro più sperimentale “Endorama” è seguito un periodo di vero e proprio ritorno al Thrash, che vede forse come miglior risultato lo scorso “Phantom Antichrist” e questo “Gods of violence”. La violenza c’è, i brani sono corposi ed intricati, nei testi si scorge qualche influenza power e i brani risultano epici, dando conferma di quanto già sentito nei singoli che avevano anticipato l’opera, tra cui l’enigmatico ed inquietante video ufficiale della title track. Al netto di sostanza e qualità, la carneficina è assicurata. – Matteo Galdi


Max Richter
Three Worlds – Music From Woolf Works

Classica, Deutsche Grammophon

L’highlight
L’album

Per chi apprezza
Emozionarsi, senza aver vergogna di lacrimare

Piangi,nei riverberi della pioggia, tra le fronde della foresta che attutiscono le gocce figlie di lacrime di un dio minore, ma hanno su di te la potenza di un abbraccio appena percepito, leggero, quanto basta per renderti felice. La felicità di goderti quel momento, questo momento, senza rimpiangere nulla, ma guardando il passato con un sorriso e un tocco di melanconia, leggera, quanto basta per accorgerti che l’importante è il qui et nunc, perché è grazie a ciò che è accaduto nel passato che ora sei così. Ecco, questo è quello che il sottoscritto ha percepito durante l’ascolto di “Mrs Dalloway, In The Garden” di Max Richter. E, si, è esattamente dai lavori di Virginia Woolf che il compositore tedesco trae ispirazione per questo “Three Worlds – Music From Woolf Works”, ed è tutto estremamente emozionale, emozionante. Fa vibrare le membra, sussultare l’animo, emozionare l’anima. Classica, Classica moderna, chiamatela come volete. Ma la bellezza è pur sempre bellezza, in qualsiasi maniera la vorrete mai chiamare. – Andrea Mariano


Rockin’1000
That’s Live

Rock, Sony

L’highlight
Learn to Fly

Per chi apprezza
I falò di ferragosto na chitarra e na biretta

È uscito l’album dell’evento “That’s live – Live in Cesena 2016” targato Rockin’1000. In questo caso “è uscito”, mal si adatta al significato migliore che darei solitamente a questa frase. Finalmente è uscito, speriamo che non torni. Invece no. Nella musica “finalmente è uscito” equivale a “finalmente è arrivato” e quindi “purtroppo te tocca!”. Rockin’1000 è un bellissimo progetto. L’ho personalmente sostenuto e finanziato (poco, ma la bocca del cavallo è off limits) e mi ha fatto gustare un concerto dei Foo Fighters come mai e poi mai avrei pensato di potermelo vedere. Detto ciò ho visto il concerto che ne è seguito a Cesena ed ho ascoltato l’album che esce oggi. Il Rock non dovrebbe avere nulla a che fare col Maosimo e comunque l’album che è scaturito da questo esperimento social(e) non centra l’obiettivo di richiamare l’impatto sonoro e visivo che fanno mille persone che suonano all’unisono. Sicuramente questa recensione non piacerà ad almeno 1000 persone. – Davide Fadani


Ty Segall
Ty Segall

Garage Rock, Drag City

L’highlight
Orange Color Queen

Per chi apprezza
La psichedelia affogata nel fuzz

A pochi mesi dall’ultima uscita discografica, il giovine Marc Bolan della post-generazione X torna alla velocità della luce con un nono ed eponimo album prodotto da Steve Albini, confermandosi vero campione di prolificità. In campo anche questa volta ci sono tutte le sue ossessioni: l’hard rock nudo e crudo (l’opener a tutta birra “Break a Guitar”, “The Only One”), la psichedelia al sapore di Big Babol (“Take Care [To Comb Your Hair]”) e l’attitudine strafottente da punk rocker (“Warm Hands [Freedom Returned]”). Insomma, la formula alla base è sempre la solita ma, nella sua forma primordialmente potente, funziona sempre, in studio. Dal vivo, come minimo spacca. – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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