Dischi Che Escono – 30/07/2018

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Sottofondi per guardare gli altri che vanno in vacanza (16/07/2018 – 29/07/2018)


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Imagine Dragons
Natural (singolo)

Pop, Interscope

L’highlight
PUM PUM PUM

Per chi apprezza
Le rese incondizionate

La mia recensione dell’ultimo Imagine Dragons – invero abbastanza incarognita – suscitò un impressionante coro di indignados che mi davano dell’imbecille, pari solo a quello che si alzò quando un mio compagno delle superiori si mise a sparare ai piccioni a piazza San Pietro. Nei mesi ammetto di avere dato qualche altra chance a questa band, di avere anche trovato vagamente apprezzabile fare tornanti di montagna a ritmo di Walking The Wire. Gli Imagine Dragons hanno un groove che evidentemente prende, sono cool, sono un vago rock per le masse: alzo le mani. Natural non necessita d’altra descrizione se non dell’evidenza che è un pezzo degli Imagine Dragons: è riempita di batoste sui timpani, ha quella nauseante progressione stridula sul ritornello che va avanti dai tempi di Radioactive. Ma evidentemente è cool, prende. Ci sono miliardi di fumatori che fumano sigarette sempre uguali pur sapendo che fanno schifo, non sono nessuno per dirvi di smettere di ascoltare canzoni sempre uguali pur sapendo che fanno schifo. Fate il cazzo che volete. – Riccardo Coppola


Death Cab For Cutie
I Dreamt We Spoke Again (Singolo)

Indie Rock, Atlantic

L’highlight
L’attesa, piacere dannunziano

Per chi apprezza
Abbreviare tutto

Chissà perché quando ascolto i DCFC (ma quanto diamine hanno rotto gli acronimi?), mi viene ogni maledetta volta in mente Cabin Fever. Stramba associazione. Stramba davvero, roba da psicolabili. Però, ai miei occhi, un punto in comune pellicola e artisti curiosamente ce l’hanno: col tempo, li ho rivalutati entrambi. Se nel lato della settima arte non so bene come diavolo abbia fatto, con i DCFC (oh, e basta, dai) penso di aver seguito una discreta dosa di razionalità. L’ultimo singolo mid tempo dei DCFC (ultimo avvertimento), di shakespeariana fattura col suo tragitto sognante e tranquillamente zigzagante tra l’indie più pacato e il pop macchiato di psych, mi ha fatto completamente dimenticare l’oscuro passato emo e confermato definitivamente che Ben Gibbard e compagnia bella ne sanno eccome. Le premesse per il nuovo album, in uscita a Ferragosto, sono buone, non c’è che dire. Ben fatto, DCFC… boh, stop, ciaone. – Giulio Beneventi


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The Chainsmokers
Sick Boy… Side Effects (EP)

Elettropop, Disruptor

L’highlight
Sick Boy

Per chi apprezza
La domenica

Sicché non sono un recensore, mi permetto di ascoltare e di scriverne rincorrendo i fatti e i guai miei, come il Blasco. E, vi dirò, facendo gli addominali mattutini à la American Psycho per quantomeno contenere le conseguenze della serata precedente passata tra tequila e teglie di pizza pagate in nero alle cinque del mattino, il duo di Portland accompagna proprio bene. Lo so, lo so: dovessi analizzarli in servizio, non sarebbe possibile non seguire lo ius cogens ed inderogabile di farli a pezzi. Ma è domenica. E siamo in vacanza. Easy, dai. Presi in una prospettiva loro consona, ossia cazzara, i fumatori di catene fanno il loro dovere. Lo dico sinceramente: Sick Boy con (per l’ennesima volta) la bella Warren e quel non so che (oltre al nome) di trainspottiniano tira (mi calo anche nel gergo), il nuovo singolo Side Effects pure. E mi dicono che all’Umbria Jazz hanno fatto anche un figurone. E allora, che dire. Anche se Baggio non gioca più, alcune domeniche sono sempre oneste. – Giulio Beneventi


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Riverside
Vale of Tears (singolo)

Prog, InsideOut

L’highlight
Il triste ritornello

Per chi apprezza
Lo spaesamento

Contendendosi con i Pineapple Thief la pressante palma di disco di prog-rock europeo più atteso del 2018, i Riverside hanno dei trascorsi che conferiscono loro un elevatissimo coefficiente curiosità: dalla sostituzione forzata dello scomparso chitarrista Piotr Grudzinski, alla multiforme attività del leader e (adesso) polistrumentista Mariusz Duda, immersosi da solista in un’elettronica sempre più spinta. Sfidando ogni possibile logica, Vale of Tears emerge come uno dei pezzi più chitarristici e metal-oriented di tutta la carriera della band, con le sei corde – prima d’ora sempre melliflue e gilmouriane – a spargere riff che paiono pressati in un amplificatore da 5W, prima di attorcigliarsi in un improvviso assolo shreddato. Cose ancora più strane: il riffone e le strofe, insolitamente cadenzate, da Muse pre-metamorfosi estiva in Jason Mraz. Non c’è tempo per essere perplessi, però: il ritornello, quello 100% Riverside, è lì dietro l’angolo, per ricordarci che noi moderni presunti progger possiamo fare gli snob quanto vogliamo ma non possiamo che sbarellare davanti a siffatta morbidezza, a questi controcanti. Che siamo delle inguaribili, piagnucolose femminucce. Che il 28 settembre è ancora troppo distante. – Riccardo Coppola


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Still Corners
The Photograph

Indie/Dream pop, Wrecking Light Records

L’highlight
La colorata malinconia di tutto il brano

Per chi apprezza
Fare l’hipster, ma in modo sofisticato, e prendersi gioco degli altri hipster

“Forti questi Still Corners”, è stata la prima cosa che avevo pensato tra me e me mentre vagavo in cerca di qualcosa di più leggero del solito, qualcosa di nuovo, un po’ di pop… ma niente ABBA o niente Carpenters, loro li avevo ascoltati fin troppo. Ed è così che, dal nulla, scopro questo bizzarro duo britannico. Finora devo ammettere che mi hanno sempre colpito, e anche questa volta si son rivelati due ragazzi con la testa a posto: un bel brano, breve, semplice, ma carico di emozione; sembra di ascoltare i Cocteau Twins, modernizzati all’inverosimile, coi sintetizzatori alle mani al posto degli effetti chorus alle chitarre. Elizabeth Fraser, sempre che vi conosca, sarà fiera di voi. – Jacopo Morosini


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Lori McKenna
The Tree

Folk, CN Records

L’highlight
The Fixer

Per chi apprezza
I campi di granturco e il cielo azzurrissimo

Le cicale, una distesa di granturco che si staglia a ridosso di un cielo azzurrissimo. Il vento tra i capelli, l’auto che viaggia ad andatura costante. Nulla attorno. Se non Lori che canticchia col suo Country cantautorale, un po’ pop (ma di gusto). O non pensi, o pensi troppo. L’importante è avere un campo di granturco e un cielo azzurrissimo. Solo così The Tree può essere apprezzato appieno. Ricordi, una batteria placida, una chitarra che accompagna una voce calda, un pianoforte che viene lambito delicatamente, solo quando serve. Cosa volete di più? Andate, andate pure all’ombra dello stabilimento a magiucchiare il vostro gelato e a provarci col bagnino di turno. Noi rimaniamo qui tra i campi di granturco, pensando di essere in Kentucky anche se siamo vicino Cologna Paese. – Andrea Mariano


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Mike Patton
1922 (OST)

Soundtrack, Ipecac Recordings

L’highlight
Mea Culpa

Per chi apprezza
Non capire mai cosa aspettarsi da un genio fulminato

Mike Patton è pazzo. Lo sostengo da sempre. Una persona normale non può andare in tour con un progetto come Mondo Cane (in cui canta la storia della musica leggera italiana) con la stessa naturalezza con la quale decide di suonare Hardcore estremo con Dave Lombardo. Poi si butta anche a fare il compositore di colonne sonore. Malate, ovviamente. Così, al soldo del mecenate Netflix, accetta di comporre le musiche di 1922, film tratto da un racconto di Stephen King. Roba leggera, più o meno quanto una cassapanca con 12 cadaveri. Non è la colonna sonora perfetta per una giornata al mare mentre si dissotterra l’anguria dalla sabbia e si tirano fuori le Peroni 0,66cl dal mini frigo, ma il sudore che certi momenti avverti a causa dell’angoscia fa il suo dovere.
Hideaki Anno potrebbe pensare di contattare il buon Mike per qualche parte di colonna sonora per il futur(issim)o Evangelion 3.0+1.0. Folli come sono, per motivi diversi, potrebbe uscire un capolavoro. – Andrea Mariano


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Ty Segall
Joy

Indie, SubPop

L’highlight
Body Behaviour

Per chi apprezza
Non giudicare un album dalla copertina. Però azzeccarci lo stesso

L’allegria che l’artwork sprigiona è pari solo alla bellezza estetica del volto sorridente di Dario Argento. “Beginning” non fa molto per quantomeno illudermi. C’è da dire, però, che questo stile da soft porn anni ’60 non dispiace moltissimo, fa quasi passare inosservato il fatto che il minutaggio medio di ciascuna composizione si aggiri al minuto e mezzo scarso. La qualità non è questione di centimetri, direbbe qualcuno, figuriamoci se è questione di minuti (Beh…). Joy è un album strano, stranissimo. Sei concentrato a capirlo, a sviscerarlo, ed è già finito (la questione dei minuti, ricordate?). Si rimane con l’asciutto in bocca, come quando chiedi un Campari Spritz e il barista, furbo, ti propina un Campari con acqua tonica: buono, ma manca qualcosa e sbarello non per il motivo giusto. Il messaggio di fondo del qui presente scribacchino, infine, è: basta spacciare per “attimi di genio” la non-voglia-di-sviluppare-idee-per-carità-buone. – Andrea Mariano


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DRAM
That’s a Girl Name (EP)

Hip Hop, EMPIRE

L’highlight
Io che mi vado a impelagare in dischi del genere

Per chi apprezza
Odiarsi per andarsi a impelagare in dischi del genere

“Che figo, si chiama quasi come un tipo particolare di memoria delle componenti per computer”, disse la sezione nerdacciosa del mio cervello. “Che figo, vediamo cosa combina”, disse la sezione musicale del mio cervello”. “Che figo, sembra perfetto per un porno anni ’80”, disse la sezione irrazionale del mio cervello”. “Che figo, finalmente posso andare al bagno”, disse la sezione razionale del mio cervello. Ma diamo a DRAM quello che è di SDRAM, prima che la memoria RAM si esaurisca: “Sundress” è un bel brano. Uno su quattro. Come le mie risposte esatte in uno degli ultimi compiti di fisica ai tempi del liceo. – Andrea Mariano


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The Internet
Hive Mind

Neo-Soul, Columbia

L’highlight
Immagino ci sia qualcosa di bello lì nel mezzo

Per chi apprezza
Rimanere affascinati dalle copertine brutte

Questa non è la recensione di un disco. Questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata, capovolta sottosopra. Questa è l’assoluta ammissione di come io sia rimasto intrappolato nella bellezza della copertina. Siamo onesti: è una copertina inutile, scialba. Qualcuno potrà dire addirittura che sia una copertina dimmerda. Ma per me è fantastica, mi ha catapultato dentro la sigla del Principe di Bel Air in un nano secondo. Quei vestiti che non si vedevano da settembre ’92, quel fondo completamente bianco nemmeno se fosse il set della sigla di Friends, quei colori sgargianti degli abiti manco se Will Smith avesse incotrato i Living Colour. Eppure vedo Carlton sulla destra, un po’ accovacciato, che cerca di fare il piacione. Vedo Jazz sulla sinistra, col piede sulla batteria, col suo fare da spaccone. Vedo zio Phil che se ne sta stravaccato sulla poltrona rossa, in pace con se stesso e fiero di aver ritrovato le sue radici pre-borghesi. Vedo Will, stravaccato per terra con dei pantaloni larghi quanto l’Emilia-Romagna. Vedo Vivian che scambia una chitarra per una scopa. È tutto dannatamente perfetto. Voglio che rimanga così, nella mia mente. “Sì, ma il disco come è, bello?”. Fatemi sapere. Io sono ancora qui che miro e rimiro la copertina. – Andrea Mariano


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Carne Doce
Tônus

Indie Pop, Tratore

L’highlight
Brincadeira

Per chi apprezza
I copricapezzl

Far uscire un album in pieno periodo estivo è una di quelle cose che un musicista avveduto dovrebbe evitare come un matrimonio il 14 agosto. Come si può competere contro le Summer Hits quali sono Italiana di J-Ax/Fedez e La Cintura di Alvaro Soler? A prescinderere da quale sia il bacino d’utenza, non si può. Ma eccomi ugualmente qui ad ascoltare per voi Tônus dei Carne Doce, un complesso brasiliano che di brasiliano ha quasi tutto, a partire dalla lingua portoghese. Non manca un leggero, ma percettibile tocco di samba, sufficiente a far muovere il culo a suon di musica con indosso esclusivamente dei copricapezzoli rotanti a mo’ di Carnevale di Rio. Carne Doce è giri di basso e batteria, voce e chitarra quanto basta, tante parti strumentali eseguite da quella che è una piccola orchestra in grado di manifestare elegantemente l’essenza brasilera. – Francesco Benvenuto

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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