Dischi Che Escono – 02/04/2017

Dieci dischi per riprendersi dalle false speranze date da svariati pesci d’aprile (26/03/2017 – 01/04/2017)


Bob Dylan
Triplicate

Traditional Pop, Columbia

L’highlight
Sentimental Journey

Per chi apprezza
Le degne vecchiaie

Non c’è due senza tre. Dopo “Shadows In The Night” e “Fallen Angels”, il menestrello di Duluth mette in piedi un nuovo album di cover. Un triplo album, per la precisione, traboccante di amore vintage ed eleganza tipica dell’ancestrale Songbook a stelle e strisce. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando sei un eroe della patria e della storia in generale? Dylan non si modernizza, anzi all’esatto contrario indossa le vesti insolite di crooner incravattato e tributa le sue origini, il suo universo personale e le “canzoni di ingiustizia” che hanno forgiato il suo animo di combattente. E lo fa in una maniera rilassata, naturale, vera. Il sentimento generale che ne deriva è indiscutibilmente affascinante. Certamente non un acquisto doveroso, ma estremamente consigliato se volete scaldarvi nelle ultime fresche notti senza accendere il caminetto. – Giulio Beneventi


Fletwood Mac
Tango In The Night

Rock, Warner Bros

L’highlight
Tango In The Night (Demo)

Per chi apprezza
Rispolverare vecchi capolavori

Come nella recente storia videoludica, il caso delle versioni rimasterizzate di alcune opere emblematiche è spesso oggetto di discussione. Lo stesso, seppur in termini meno incandescenti, può essere applicato in ambito musicale. “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac torna in una fulgida versione ripulita e cristallina, con il suo sound 100% anni ’80 che brilla dalle cuffie da 9,90€ di una generazione che non ha idea cosa diavolo sia l’alta fedeltà. Questa nuova edizine del secondo album più venduto della band ha la peculiarità di avere al suo interno anche le demo e versioni alternative dei brani, ed è incredibile come la title track sia ancora più evocativa nella sua forma più grezza e meno rifinita. Alla fine sì, questa remastered ha un suo perché, ma fatemi un favore: rispolverate il vecchio impianto Thechnics di vostro padre e sparatevelo nell’edizione non digitale. D’accordo essere al passo coi tempi, ma ogni tanto è necessario rendere onore al passato con i giusti mezzi. – Andrea Mariano


Nelly Furtado
The Ride

Pop, Nelstar

L’highlight
Pipe Dreams

Per chi apprezza
Le svolte vintage delle pop star sulla strada del declino

Protagonista di svariate metamorfosi musicali negli ultimi due decenni – dal pop solare ed esotico degli esordi alle influenze folk del secondo album, dal successo stratosferico di “Loose” (con le azzeccate collaborazioni con Timbaland) al più blando r&b del recente “The Spirit Indestructible” – Nelly Furtado è diventata una presenza fissa ma sempre più irrilevante nella scena internazionale. Nel tentativo di risollevare la propria carriera dal baratro in cui colleghe più talentuose l’hanno confinata a forza, la cantante canadese si gioca la carta della svolta analogica e vintage, dai chiari riferimenti synth-pop. Ecco quindi “The Ride”: una manciata di pezzi iper-prodotti (in senso buono) ma privi di vitalità, con tanto di sintetizzatori e linee vocali ardite che rimandano alle sperimentazioni di Lorde (sicuramente più interessanti) e persino all’ultima Lady Gaga (sicuramente più travolgente). In cuor mio so che Nelly Furtado potrebbe osare molto, molto di più e pezzi come “Pipe Dreams”, “Tap Dancing” e “Phoenix”, con il loro candore dreamy e il loro fascino psichedelico, lasciano intravedere spiragli di evoluzione più rosei e originali del previsto. Per il resto, “The Ride” non è altro che l’ennesima battuta d’arresto per un’artista che rischia seriamente di scomparire dalla memoria collettiva. – Marco Belafatti


Goldfrapp
Silver Eye

Electro-Pop, Mute

L’highlight
Zodiac Black

Per chi apprezza
Il trasformismo e la classe dell’elettronica in gonnella

Una sola certezza accompagna da sempre la musica dei Goldfrapp: per un breve istante sembra di sognare ad occhi aperti su eteree suite di violini, un attimo dopo ci si ritrova immersi in un oceano di sintetizzatori dalla forte carica erotica. Forse perché lo schema si ripete da anni, dopo un disco cinematografico ed acustico quale “Tales of Us”, era lecito aspettarsi un ritorno alle sonorità electro-pop che nei primi anni 2000 resero celebre il duo formato da Allison Goldfrapp e Will Gregory. Discorso che, per il nuovo “Silver Eye”, vale soltanto a metà. Questo non è il nuovo “Supernature” e nemmeno il fratello adulto dello sciapo “Head First”. È, piuttosto, un album che abbraccia entrambe le anime del progetto creando un unicuum accattivante e inaspettatamente attuale. È l’anima dark del duo (finora poco esplorata) ad insinuarsi nelle trame sintetiche dei vari pezzi, sottomettendo la leggerezza pop delle linee vocali di Allison alla maestosità di arrangiamenti ambient di prima classe (“Faux Suede Drifter”, “Zodiac Black”). L’operazione “revamp” può considerarsi riuscita anche grazie alla produzione di John Congleton e Haxan Cloak (ricordate il contributo magistrale sull’ultimo di Björk?) e al mixing di David Wrench (già al lavoro per The xx e FKA Twigs). Ma anche le chitarre di Leo Abrahams (uno che ha collaborato con Mr. Brian Eno, tanto per intenderci) fanno la loro figura. La quadratura del cerchio è stata finalmente trovata. – Marco Belafatti


I Am The Polish Army
My Old Man

Rock, Self-Released

L’highlight
Dead Cat (e la copertina)

Per chi apprezza
Il rock femmineo particolarmente raw

Un progetto a lunga fermentazione che, da bio, è nato nel lontano 2005, quando la cantautrice Emma DeCorsey si rese conto di essere in grado di votare la sua ugola agli déi del rock. L’esordio arriva quasi dodici anni dopo, autodescritto sul Bandcamp ufficiale come “emotional rock cacophony and fervor”: un biglietto da visita incoraggiante quasi quanto la copertina, un ragionevolissimo primo piano su una scollatura. Tutto questo “My Old Man” è di simile schiettezza e disattenzione agli inutili orpelli: un rock spesso grezzo e statico nelle sue dinamiche, spesso rumoroso e ben all’interno dei territori grunge (con gli educati assolini in background alla Gossard o Thayil), asservito a dissertazioni a la PJ Harvey, spesso catartiche, a volte anche un filo stonate. E l’ascolto scorre fluido e piacevole fino alla fine: malgrado ci saranno senz’altro tante German Army e Russian Army capaci di prenderla qualitativamente e contenutisticamente a schiaffi, la DeCorsey riesce indubbiamente a farsi ascoltare. – Riccardo Coppola


Jamiroquai
Automaton

Acid Jazz, Virgin

L’highlight
Superfresh

Per chi apprezza
Gli scherzoni, quelli belli

Sulla via del ritorno, cercando di riprendermi dall’orrore cinefilo di Ghost In The Shell, metto in sottofondo il nuovo album di Jay Kay e soci. L’ottavo in carriera, ladies and gentlemen. Dopo sette anni di silenzio. Sarà una bomba. Bam, le ultime parole famose. Non ci voglio credere: un altro guscio vuoto. Un’altra bellezza senza spirito. Si chiama “Automaton” e, in effetti, procede come un automa, in maniera disumanamente fredda e poco emotiva, come il più gelido dei cd mp3. Non è possibile, è una congiura. Serata da dimenticare. Ah no, aspetta. Ora cambia. Forse sono solo le prime tracce. Dai, dai, dai. Arriva “Superfresh”. Si, ci siamo finalmente. Dio grazie, era solo un simpatico (?) pesce d’aprile in apertura. Il calore dei Jamiroquai c’è ancora. C’è la solita acida ricetta. E c’è anche di più: c’è il reboot di “Virtual Insanity” (“Vitamin”). C’è del synthpop macchiato di dance rumeno (“Hot Property”). Ci sono addirittura i Daft Punk (“We Can Do It”). Ma davvero? Giuro. E quindi? Con tutta questa roba, com’è nel totale? Ma che ne so, qui nessuno ci capisce più nulla. Eppure il mio piede non smette di tenere il tempo. Vuol dire che funziona. – Giulio Beneventi


Aimee Mann
Mental Illness

Folk, Super Ego Records

L’highlight
Rollercoaster

Per chi apprezza
La piacevole brezza della malinconia

La copertina è inquietante, la melodia di “Goose snow cone” crea un’atmosfera sognante e malinconica. Tutto “Mental Illness” è sognante e malinconico, con uno sbalzo di corrente che ha messo fuori uso le distorsioni di Aimee Mann e che le ha fatto riscoprire la bellezza del folk acustico. Classe, malinconia e nuvole che scorrono veloci durante una giornata primaverile fresca, piacevole, e sempre con quella sottile, sottocutanea sensazione di aver lasciato qualcosa alle spalle, bello o brutto che sia. Aimee Mann è in giro da oltre 35 anni, ha 57 anni e la voce da trentenne, un gusto musicale classico e una statura artistica enorme. La copertina è inquietante, “Mental Illness” è magico. – Andrea Mariano


Paola Turci
Il Secondo Cuore

Pop, Warner Music

L’highlight
Tenerti la mano è la mia rivoluzione

Per chi apprezza
La bellezza di un’emozione non da poco

Il mese di aprile è appena iniziato, e abbiamo già il disco italiano del mese. Il secondo cuore di Paola Turci è la musica, e non a caso tra i “big” di Sanremo è forse colei che ha impressionato maggiormente al di là del tormentone del karma occidentale. Sì, meglio della Mannoia, perché qui non si fa catechismo, qui si sprona a volersi bene senza piangersi addosso (“Fatti bella per te”, “Ci siamo fatti tanti sogni”, la title track), si decanta l’amore, tema fin troppo utilizzato e banalizzato nel pop-medio e qui invece dannatamente d’impatto (“Tenerti la mano è la mia rivoluzione”). E poi “Un’emozione da poco”, quel pezzo immenso di Anna Oxa a cui la cantante Romana dà eccelso nuovo fulgore. E la conclusione con “Ma dimme te”, il ritorno e l’omaggio alla sua romanità, alla sua essenza. Un disco sublime, potente, delicato, un’emozione NON da poco. Come il calice di buon vino assaporato al bagliore caldo di una luce soffusa mentre si è felici con se stessi. – Andrea Mariano


Warbringer
Woe to The Vanquished

Thrash, Napalm

L’highlight
Spectral Asylum

Per chi apprezza
Ascoltare uno dei più grandi album di puro thrash americano del nuovo corso

I Warbringer si sono fatti strada nell’immensità delle band thrash post-2000, giungono al quinto album con grande consapevolezza di sé stessi e decisamente più maturità. E “Woe to the vanquished” è il disco della maturità. Sembra frase fatta – analizzando la carriera di una band arrivata ormai nel pieno della stessa – ma è così. È uno dei più bei dischi thrash revival made in America. C’è tutto quello che un masterpiece dovrebbe contenere, riff originali e micidiali, un drumming serratissimo, linee vocali aggressive e assoli glaciali. Un disco velocissimo, un lampo, una tempesta sonora, con breakdown e mid tempo che bloccano il respiro. Basta ascoltare “Spectral asylum” e la successiva “Divinity of flesh” per capire la varietà delle soluzioni, la qualità e complessità delle composizioni e del missaggio. Monumentali in chiusura i dieci minuti di “When the guns fell silent”, una suite thrash in onore dei Metallica dei bei tempi che furono. Se siete confusi ed indecisi su quali delle trilioni di (nuove) band thrash investire il proprio tempo: Warbringer. FTW. – Matteo Galdi


The Wise
DOOE

Folk/Indie Rock, Marvis LabL

L’highlight
Tree of Life

Per chi apprezza
L’indie folk sognante e passionale

I The Wise avevano fatto una “toccata e fuga” negli studi di X Factor nel 2014 ma a parte Morgan, lungimirante come sempre, se li erano filati veramente in pochi. Nulla di grave: chiusa la breve parentesi televisiva, il trio originario di Riva del Garda ha avuto modo di crescere e respirare aria buona, tra i richiami ancestrali delle montagne e le romantiche rive del lago della terra natia, lontano dai riflettori e dai dettami commerciali delle major. Scongiurato il rischio di diventare l’ennesima meteora del pop italiano, Pietro Porretto (voce e chitarra) e Tommaso Straffellini (basso) – ai quali è andato ad aggiungersi Max Granata (batteria) – si sono chiusi in studio e hanno dato vita a “DOOE”, album d’esordio che condensa in 11 versatili pezzi le influenze folk e indie rock che da sempre descrivono l’anima del progetto. Realizzato grazie a una campagna di crowdfunding su Musicraiser, “DOOE” mostra un talento non comune nello scrivere ed arrangiare i pezzi, che partono dalle intuizioni folk di Fleet Foxes e Bon Iver per esplorare territori ambient ed elettronici, con uno sguardo rivolto al cielo di notte, come nella bella “Interstellar” o in “Major Tom”. La già affascinante “All In Me” (uno dei pezzi più datati della band) si trasforma nel folk rock primaverile di “Tree of Life”, mentre “November” (anch’essa recuperata dagli archivi della prima formazione) chiude con piglio cantautorale e malinconico un disco carico di passione giovanile e amore sconfinato per la musica e per la vita. – Marco Belafatti

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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