Dischi Che Escono – 05/11/2017

Undici dischi per ripulirsi dallo smog cittadino. (29/10/2017 – 04/11/2017)


Maroon 5
Red Pill Blues

Pop, Interscope Records

L’highlight
Lips On You

Per chi apprezza
Immaginare come sarebbero oggi Ryan Atwood e Marissa Cooper

Sarò onesto: poco prima di approcciarmi ai cinque Maroon, avevo da poco concluso l’ascolto di “Red Before Black” dei Cannibal Corpse. L’effetto è come quello di ricevere la comunione in chiesa quando cinque minuti prima avevi conquistato il primo posto alla gara di bestemmie creative in canonica (secondo posto ad onorem per Don Lurio). La copertina stile “effetti snapchat but send nudes, please” è affascinante, nel senso che non riesci a capire se fa cagare o se è fin troppo hipster-pop (ci consulteremo con Tommaso Paradiso, promesso). “Red Pill Blues” è un discreto album, ed è un risultato della Madonna per una band che ha dispensato quasi solo merda negli ultimi anni. Certo, fa molto “O.C. 2.0”, ma meglio di niente. Se siete simpatiche ragazzine quasi maggiorenni che vogliono fare le grandi, è il disco che fa per voi. Se volete fare all’ammmore con una parvenza di romanticismo e dolcezza, leggete l’highlight. – Andrea Mariano


Sam Smith
The Thrill Of It All

Pop/Soul, Universal

L’highlight
No Peace

Per chi apprezza
Lenire le ferite lasciate da storie d’amore andate a finire male

Certo che Mr. Smith ne ha fatta di strada. Come una Adele al maschile, da ragazzotto impacciato dalla voce divina, il buon Sam si è ritrovato a collezionare successi di scala mondiale, diventare punto di riferimento per la comunità LGBT, dimagrire vistosamente e, last but not least, vincere svariati Grammy e un Oscar per la colonna sonora di “007” (ascoltate la sua “Writing’s On The Wall”: brividi a profusione). Dopo due anni di silenzio, arriva anche per lui il momento di mostrare di che pasta è fatto, con un album che, rispetto al predecessore, si pone obiettivi decisamente più alti. Non più il pop scontato di una “Stay With Me”, non più le concessioni all’electro-pop e le collaborazioni con i Disclosure, ma la solennità gospel di “Too Good At Goodbyes” a introdurre un disco che sembra essere stato scritto con il solo intento di curare le ferite di amori passati, ispirandosi alle grandi voci del soul. Un’atmosfera malinconica sempre più marcata che mostra la vulnerabilità dell’artista e trasmette un senso di solitudine a tratti consolatorio; una voce sempre più avvolgente e matura e, soprattutto, una manciata di pezzi toccanti come “Burning”, “HIM” e il meraviglioso duetto con YEBBA sulle note di “No Peace”. Persino laddove “The Thrill Of It All” cede il passo a sonorità più disimpegnate (“Baby, You Make Me Crazy”), o strizza l’occhio alle ballad radiofoniche di Ed Sheeran (“Palace”), Sam padroneggia la sua musica con una classe che soltanto i grandi artisti possiedono. NB: Quattro pezzi bonus arricchiscono l’edizione deluxe del disco, per un’esperienza emotiva ancora più intensa. – Marco Belafatti


Deep Purple
A Fire In The Sky

Rock, Rhino Records

L’highlight
Come cazzo faccio a scegliere la migliore, scusate?

Per chi apprezza
Godere del proprio godimento godendo di rock

Un’antologia. Una raccolta. Un best of. Chiamatelo come best vi pare, ma qui siamo dinanzi a un’impresa titanica. Quasi cinquant’anni di rock in tre ciddì (o uno sterminato elenco di emmepitrè o un’oscenità di numero di vinili) che vanno a ritroso nel tempo, dal 2013 fino al millenovecentosessantotto. Porca puttana, la goduria in più generazioni. Scusate la scurrilità del mio registro, ma i Deep Purple che si presentano così sono da orgasmo, anche perché è bello e interessante riscoprire tutte le loro trasformazioni (sì, sono “rock classico”, ma non sono mai stati immobili, MAI). Non interessa come possiate godere, ma godete, godetene tutti. Solitamente sono restio a consigliare raccolte, ma qui è stato fatto un lavoro certosino. Bello bellino. Ned Flanders & Otto Disc Approved. – Andrea Mariano


Vasco Rossi
Vasco Rossi

Rock, This Product

L’highlight
Sensazioni Forti, sempre e comunque

Per chi apprezza
Mistero

Vengo attratto dalla segnalazione del disco (?) in questione tra le novità su Spotify. Cado dal pero. In rete e sui siti ufficiali non vi è una singola informazione a riguardo di questa fantomatica uscita. Cerco, googolo, investigo. Arrivo a fare il numero di Enrico Ruggieri pur saperne di più. Non risponde. Niente, temo che mi rimarrà il dubbio se davvero si ha avuto il coraggio di stampare l’ennesima raccolta strappadinero omonima (manco si sono degnati di tirar fuori uno straccio di titolo) la cui unica vera utilità sarebbe quella di far riscoprire i pezzi più sconosciuti dei primi cinque storici album (il vero Vasco, qualcuno potrebbe dire) ai ragazzini di oggi che scrivono sui diari di scuola (si usano ancora, vero?) “Vasco è vita” con mille cuoricini e ghirigori. Peccato che neanche due anni fa sia uscito un altro best of (e Dio sa solo quanti prima) con praticamente la stessa identica scaletta. Si faccia avanti chi sa qualcosa, dobbiamo andare a fondo di questa storiaccia. – Giulio Beneventi


Jack Savoretti
Songs From Different Times

Folk, De Angelis

L’highlight
Lucy

Per chi apprezza
Il nostalgico autunno

Dieci anni di attività discografica sono comunque un traguardo importante. Il “nostro” Giovanni Edgar Charles Galletto stappa lo champagne dando alle stampe una raccolta di composizioni ed esecuzioni unplugged dei primi anni (precisamente nell’era di “Between The Minds” e “Harder Than Easy”) che non hanno trovato ai tempi spazio su compact disc, se non parzialmente nella versione deluxe dell’esordio. La fattura è ottima, profonda, sentita; l’atmosfera da folk autunnale estremamente avvolgente, specialmente nelle pregiate occasioni dell’apripista “One Man Band”, la munifica “Lucy” e la nobile title-track. Degna di menzione anche quella vecchia parigina “Ring Of Fire”, che rende omaggio al man in black con un piglio estremamente personale e riuscito. Insomma, se non siete fan sfegatati che sanno già a memoria anche queste perle più rare e siete rimasti affascinati dal tocco amorevole di “Sleep No More”, è sicuramente una perfetta occasione per conoscere meglio il lato più intimo di un artista in esponenziale crescita. Provatelo con caminetto acceso, in un giorno di pioggia, magari in romantica compagnia. Farete un figurone. Almeno fino al petting. – Giulio Beneventi


Kansas
Leftoverture Live & Beyond

Prog Rock, InsideOut

L’highlight
Carry On Wayward son… e vabbè

Per chi apprezza
La magnificenza del prog

Dopo l’iconico “don’t you cry no more…” c’è una pausa di qualche secondo dove senti il pubblico ruggire; dove senti gli impulsi nervosi del tuo triste cervello che rumoreggiano a loro volta, facendoti a loro modo passare quel messaggio “cazzo, quanto dovevamo esserci, a questo live” che è tipica risposta dei sensi ai più grandiosi dei live album. In quel listone di live pubblicati dai Kansas (più lungo di svariate discografie) questo qui si distingue infatti per la presenza alla voce del nuovo vocalist Ronnie Platt (in squadra dal 2014 ma mai registrato per materiale d’antologia), per la presenza dell’intero Leftoverture, di cui celebra il quarantennale con un anno di ritardo, per una post-produzione spaventosa affidata a Jeff Glixman, per le mani del quale passarono i nastri del Leftoverture originale. È un live che scorre vellutato come uno studio album, con quel volume in più che possono dare i suoni da palco e un sapiente dosaggio dei contributi ambientali. Ottima anche la scaletta, che pesca abbondantemente anche dalle release più recenti, sempre di buonissimo livello: ad averne, in giro, di vecchi proggers che si mantengono bene come i Kansas. – Riccardo Coppola


Cannibal Corpse
Red Before Black

Brutal, Metal Blade

L’highlight
Only One Will Die

Per chi apprezza
Tornare al primordiale stato brado

I Cannibal Corpse non si discutono. In primis, massima stima per l’immobilismo cronologico degli artwork, con quel disegno a matita esattamente come agli esordi. In secundis, perché sono strafedeli a se stessi. Uno dei casi in cui l’immobilismo stilistico è solo un bene. In più col passare degli anni il cantato è diventato quasi comprensibile al primo colpo. “Sì, ciccio, ma come è ‘sto Red Before Black?”. Cicci miei, è ruvido, viscido, violento, selvaggio, primordiale. Esattamente come i Cannibal Corpse da millemila anni a questa parte. Alti e bassi? Magri e grassi? Chi cazzo se ne fotte, come dicono a Versailles. Quando partono i Cannibal Corpse, parte anche l’headbanging automatico (e per colpa di ciò dovrò comperarmi un nuovo monitor). – Andrea Mariano


Nic Cester
Sugar Rush

Rock, Sester Music

L’highlight
Hard Times

Per chi apprezza
Le sorprese, ma non quelle del Kinder Sorpresa

“Sugar Rush”. Sì, zucchero, come no. Però una volta l’ho aspirato davvero, fa un male cane se non è semolato bene. Probabilmente Cester ne sta abusando, perché dopo i Jet uscire con questa roba è assurdo. Assurdo quanto sia distante dai Jet e gettarsi in qualcosa di così strano e così di qualità. Non che coi Jet (l’ho già scritto Jet?) abbia fatto schifezze, ma qui c’è così tanta varietà realizzata con qualità, che si rimane storditi. Un po’ come quando un grumo di zucchero rimane incastrato nel setto nasale se non stai attento. Cavolate a parte, è un gran disco, molto disteso, molto bello, con potenziali hit radiofoniche (“Eyes On The Horizon”) e altre gemme più particolari (“Hard Times”). Musica d’altri tempi e d’altri lidi. Musica suadente e di qualità. Come lo zucchero semolato extrafine. – Andrea Mariano


Von Hertzen Brothers
War Is Over

Prog Rock, Mascot Label Group

L’highlight
Jerusalem

Per chi apprezza
L’epicità e le voci incredibili

Ho sempre tenuto i Von Hertzen Brothers come carta jolly per quando si blatera di band prog contemporanee misconosciute ma assolutamente imperdibili; per continuare a fornire materiale a quelli come me, i fratelli finlandesi si impegnano e tirano fuori quello che è probabilmente il miglior album della loro carriera, e sicuramente un forte candidato alla palma di miglior album del genere di questo comunque munifico 2017. War is Over, più solido dei due leggermente dispersivi predecessori, ed epico quanto gli esordi seppur prodotto infinitamente meglio, è una raccolta di dieci stupendi pezzoni di epic rock, al tempo stesso complessissimi e catchy. Una serie senza fine di riffoni granitici è ammantata da atmosfere tastieristiche finissime e intervallata da solismi di grandissimo pregio, mentre il frontman Mikko -coadiuvato da puntuali climax corali- sfodera una prestazione vocale assolutamente da brividi. Loro il successo lo meriterebbero, qualora non lo avessero segnateli anche sul vostro taccuino e tirateli fuori anche voi ogni volta che volete fare gli intenditori fighi. – Riccardo Coppola


U-Men
U-Men

Grunge, Sub Pop

L’highlight
Them

Per chi apprezza
Il grunge parecchio grunge

Ci sono nomi che si perdono nella storia, pur avendo contribuito a modo loro a forgiarla. Gli U-Men non fecero parte dell’orgia di sporcizia sonora e siringhe, di band depresse e squattrinate che bazzicava Seattle nei primissimi anni ’90. Arrivarono appena a sfiorarla, nel 1988, col loro unico full album; ma il grosso del loro lavoro fu sparso per compilation, singoli, split e tanti altri strani mezzucci di pubblicazione che andavano quando non andava Spotify. È un alternative rock grezzissimo: canto stonato e anche disallineato con le partiture, cambi di tempo praticamente casuali, linee di basso scordate e grattate. E rumore, un sacco di rumore. Gli U-Men si sciolsero prestissimo, alcuni di loro fecero parte di band fondamentali come i Mudhoney, la loro musica ebbe un importante ruolo nel fare definire “grunge”, immondizia, il genere. Sub Pop riedita oggi, su triplo LP, la loro opera omnia: se del grunge siete amanti (ma amanti davvero appassionati) tenetevi caldi per qualcosa di ancor più squinternato degli esordi dei Soundgarden o della roba dei The Jesus Lizard. Se invece siete occasionali, statene a debita distanza. – Riccardo Coppola


Folkstone
Ossidiana

Folk Metal, Folkstone Records

L’highlight
Anna

Per chi apprezza
Essere metallari col pellicciotto sul pacco

Conobbi i Folkstone nel 2011 al Live Club di Trezzo sull’Adda. Sarà stata la fatica accumulata in un giorno di viaggio Oviedo-Barcellona-Concerto-Bergamo-Concerto, ma ‘sti ragazzotti che fanno Folk Metal, che si vestono da unni e paiono la versione più sobria dei Korpiklani mi piacquero subito. In più, per accentuare l’aspetto folkloristico, cantano in italiano, e fa strano. Il buono dei Folkstone è che i testi sono sempre buoni, scritti con un registro solenne e mai ridicolo e, soprattutto, si sposano bene col genere, cosa assai difficile di base. “Ossidiana” conferma tutto questo, e a 6 anni di distanza posso affermare che sti ragazzotti, dopo qualche cambio di formazione e qualche capello in meno, continuano a convincere. In alto i corni e abbasso le corna, che altrimenti non passiamo dalle porte. – Andrea Mariano

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
Il Branco

About Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *