Dischi Che Escono – 11/03/2018

Dischi per togliersi di dosso il malsano olezzo di mimosa. (25/02/2018 – 10/03/2018)


The Zen Circus
Il fuoco in una stanza

Alternative Rock, Woodworm

L’highlight
Questa non è una canzone

Per chi apprezza
I rimorsi

Qualche tempo fa lessi tra le varie nerdate che seguo una cosa molto lunga e triste, che in sostanza diceva che a un uomo di 30 anni restano circa 300 libri da leggere e meno del 30% totale del tempo insieme alla la propria famiglia. Roba pesante. Il disco nuovo degli Zen Circus mi fa lo stesso effetto, malgrado una fase centrale all’insegna dell'”oh ricordiamoci del nostro punkettone e facciamo urlare ooh alla gente ai concerti”, e un (secondo) singolone dolce fin quasi al melenso e dalle vocali luuunghe (tra l’altro il disco è stato da loro stessi definito una “esplorazione pop”). Forse perché Appino, diminutivo ancora di nome ma non più di fatto, si è reso conto che gli resta meno del 30% di carriera e ha deciso di tirar fuori code strumentali da lacrime agli occhi. Sicuramente perché il leit-motiv dell’intero album è di rivisitazione del proprio passato, dei propri rammarichi, di rapporti incrinati con persone talvolta scomparse. Ascoltatelo bene, Il fuoco in una stanza, e usatelo come colonna sonora presente per i vostri previsti rimpianti futuri. – Riccardo Coppola


Judas Priest
Firepower

Heavy Metal, Sony Music

L’highlight
Rising From Ruins

Per chi apprezza
Le divinità immortali

Costoro, figlioli miei, sono in giro da quando molti di voi non erano neppure nei pensieri dei propri genitori. Costoro, figlioli miei, sono in giro da quando i vostri stessi genitori erano almeno adolescenti. Costoro, figlioli miei, continuano a tirare schiaffi e cazzotti a destra e a manca manco fossimo in una compilation di schiaffi e cazzotti di Bud Spencer e Terence Hill. Costoro, signori miei, sono i Judas Priest e hanno tirato fuori dal taschino un disco coriaceo, mastodontico, aggressivo, da hadbanging continuo. E mandando a Quel Paese (provincia di Fanculo) qualsivoglia di anacronismo, ribadendo ancora una volta che possono fare metal senza troppi richiami agli anni d’oro, ricamando anzi loro stessi una nuova golden age, pur rimanendo fedeli a se stessi ma non scimmiottando i loro stessi di trent’anni fa. Che disco, figlioli miei. Che mazzate sulle gengive. Che potenza di percosse. I Judas vi chiamano al loro cospetto. A loro cospetto bisogna solo inchinarsi con rispetto. E va bene anche far scendere una lacrima che scalfisca i nostri brutti musi da metallari: questa è classe, classe tellurica, classe metallurgica. – Andrea Mariano


I Ministri
Fidatevi

Alternative / Indie Rock, Woodworm

L’highlight
Tienimi che ci perdiamo

Per chi apprezza
Andare sul sicuro

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Questa volta però ho deciso di fidarmi ad occhi chiusi, perché i Ministri sono diventati una vera garanzia. Quindici anni di attività si sentono in questo ultimo lavoro “Fidatevi” e si vedono sui visi di Federico, Davide e Michele, diventati ormai uomini da giovani ragazzini che erano all’inizio di questa avventura musicale. C’è chi li definisce troppo politici, quasi citando il buon Caparezza, ma basta poco per rendersi conto di come i Ministri non raccontino altro che la dura realtà, alle volte fin troppo triste. Fidatevi dunque altro non è che una richiesta di contatto con noi che siamo da quest’altra parte, dall’altro capo del telefono per intenderci: una richiesta di fiducia per rafforzare quel legame con i tre + uno (Marco Ulcigrai de Il Triangolo) di Milano. Fidatevi allora, perché la fiducia unisce anziché separare e mai quanto ora c’è bisogno di fiducia nel prossimo, visto che i Tempi Bui sembra non siano ancora finiti. – Francesco Benvenuto


Negrita
Desert Yatch Club

Rock, Universal

L’highlight
Non Torneranno Più

Per chi apprezza
Andare in direzione ostinata e contraria

Sì, la citazione deandreiana potrebbe far discutere accostata ai Negrita, ma calza a pennello, perché Pau e soci continuano per la loro strada, sbattendosene abbondantemente l’apparato riproduttore a cavallo tra gli arti inferiori dei giudizi altrui. D’altronde hanno anche ragione, dopo 25 anni e più di carriera potranno fare un po’ quel che cazzo gli pare, no? No problem, man. Lo stile non è più il rock classico, non è più contaminato. È il loro stile negrita post 2005, un “rock caraibico” se vogliamo proprio etichettarlo. Non dispiace neppure, invero. Alla faccia dei “puristi” che il più delle volte altro non sono se non poser di fascia media. È interessante sapere come il materiale presente in Desert Yacht Club suoni dal vivo, se possa davvero avere quella potenziale “botta” che faccia guadagnare un po’ il sound generale. Che non è da buttare su disco, ma a tratti pare un po’ troppo scarico. Non torneranno più i Negrita di una volta, ma non è necessariamente un male, sappiatelo. Vorreste qualcosa di diverso o qualcosa che scimmiotti qualcosa che non esiste più? – Andrea Mariano


Moby
Everything was beautiful and nothing hurt

Elettronica, Little Idiot Mute

L’highlight
A dark cloud is coming

Per chi apprezza
Le sconfitte

Si è arreso, Moby. Aveva tirato fuori due dischi in rapida successione per provare a fermare Trump, spostando l’asticella della sua elettronica verso una indole quasi punk (e non era nemmeno la prima volta) ma ovviamente non era servito a nulla. L’america è tornata grande di nuovo. E Moby resta lì a raccogliere i cocci, davanti al suo seitan e più triste di esso, a comporre un disco di canzoncine lente e malinconiche da affidare a un drappello di guest vocalist di ambo i sessi. C’è un rappettino poco convinto, ci sono un po’ di campionamenti loopati un po’ troppo, c’è la classe, quella sì indiscutibile e indiscussa dai tempi di Play, ma rimane davvero troppa poca carne al fuoco (ehm, in effetti nessuna) per avere un disco che non sia tristemente interlocutorio. O per meglio dire, né carne né pesce. Ok basta. – Riccardo Coppola


Jimi Hendrix
Both Sides of the Sky

Rock, Experience Hendrix LLC

L’highlight
Hear My Train A Comin’

Per chi apprezza
Profanare tombe (la uno, la due o la treh?)

La tecnologia fa cose incredibili. Rendere pulitissime le registrazioni vecchie 50 anni, per esempio. Rendere la voce di Jimi Hendrix cristallina e la registrazione degli strumenti così incredibilmente odierna nel suo essere smaccatamente vintage. Che diavoleria è mai questa? Far credere che Jimi sia entrato in studio da poco e che abbia registrato un nuovo disco alla vecchia maniera? Blue & Lonesome dei The Rolling Stones pare essere registrato decisamente “peggio”, giusto per darvi un metro di paragone. Faccio fatica a capire dove sia la linea di demarcazione tra l’esclamare giustamente “Che meraviglia” e l’esclamare altrettanto giustamente “Vogliamo smetterla di continuare ad aprire la bara e fare mambassa del cadavere?”. Both Sides Of The Sky è un documento prezioso, che ancora una volta ribadisce (se mai ce ne fosse stato ulteriore bisogno) dell’estrosità e del genio di Hendrix, ma la domanda è sempre quella: è giusto o non è giusto continuare a scavare negli archivi e pubblicare tutto il materiale inedito possibile, fosse anche uno starnuto registrato in stereofonia? Perché sono registrazioni ripulite, quasi cristalline, degne della più mirabolante perizia tecnica in fase di restauro e remastering, ma pur sempre dei provini. Ottimi, incredibili. Il dubbio etico rimane. E fa ancora strano sentire Hendrix così definito, (quasi) più definito dei Black Keys. – Andrea Mariano


David Byrne
American Utopia

Retro Pop, Todomundo Ltd

L’highlight
Gasoline And Dirty Sheets

Per chi apprezza
Le Seat degli anni ’80

Nonno David ha colpito di nuovo. Grande album, punto. Retrò come pochi altri, o meglio, stilisticamente arretrato e piantato negli anni Ottanta nemmeno se fosse una Seat Fura impantanata nel fango tra le curve del passo delle Capannelle tra Teramo e L’Aquila, ma è proprio quest’immagine che trasuda una certa poetica. Decadente, bellissima, fuori tempo massimo, ma immagine di un tempo passato eppure ancora presente. Grande classe, tra crooner, predicatore, conga Eighties e messaggi politici e sociali. Un presente di merda, presentato su un vassoio d’argento e una spruzzata di Air Wick. Ci vuole classe anche per descrivere una situazione non esattamente meravigliosa. Chapeau. – Andrea Mariano


Tedua, Chris Nolan
Mowgli

Trap, Sony

L’highlight
Cucciolo d’Uomo

Per chi apprezza
Incassare

Sapevo che sarebbe successo, prima o poi. Ero certo che prima di aver lasciato definitivamente questa valle di lacrime avrei incontrato sulla mia barcollante strada un decente album trap. Ma mi immaginavo vecchio e con la barba lunga per quel catartico momento: un ex-soldato nero sarebbe giunto durante una tempesta di neve nel mio luogo di riposo solitario a dirmi che se lo era fatto succhiare dal mio figlio scomparso per vendicarsi delle mie tendenze razziste verso la tecktonik, prima di condannarlo al freddo siderale; sarei a quel punto andato sconfitto a mettere sul piatto un disco a caso e mentre mi infilavo la pistola in bocca avrei sentito -quasi a sfregio- questi suoni trappanti che mi comunicavano, mentre il proiettile perforava le cervella, che avevo sbagliato tutto nella vita. E invece no, dei (per me) sconosciuti Tedua e Chris Nolan (il regista? boh) giungono da me già in gioventù, nel principio del 2018, ad aprirmi gli occhi e mostrarmi che ci può essere del bene anche nel male. La morale è impartita con un lavoro fiero, fieristico, ficcante, fuorviante, se vogliamo; quasi un concept album alimentato dalla metafora di un Ryan Atwood a cui tocca farsi strada nella giungla urbana e dare la scossa al rap, trap, drill, quello che volete, con musica e flow nudi e crudi. I soliti cliché del genere ci sono in abbondanza (l’incipit “Che ore sono Chris? È ora di fare cash” basta e avanza) ma tutto mi appare in qualche modo (non chiedetemi quale) fresco. Oserei dire, illuminante. Big up.
Ps. : ditemi che i campionamenti di Burnout sono davvero i corni di guerra de Il 13esimo Guerriero. – Giulio Beneventi


Ron
Lucio!

Cantautorato, Sony

L’highlight
Canzone

Per chi apprezza
Le questioni di cuore

Secondo la regola modestamente ferrea del buio universo musicale, i tributi agli artisti scomparsi hanno inderogabilmente due sole funzioni (civili e nominabili): da poggia tavolo per i calcio balilla sbilenchi nei bar di periferia dove ti fanno il caffè ancora a 80 centesimi o come mezzo di risparmio nel semplice tiro al piattello. Punto. Ad ogni norma però, come i maestri Mendel e Berlusca insegnano da tempo immemore, vi sono delle eccezioni: quello appena confezionato da Ron in onor dell’inobliabile Lucio, nel suo essere un lavoro rispettoso, delicato e, soprattutto, emozionante, ne è un fulgido esempio. L’imparruccato-storico amico-collaboratore riesce infatti a seguire credibilmente la scia della fuga da etichette e generi di quella magica discografia felsinea, aggiungendo nel percorso delle ottime trovate, come i tocchi mandolin-folkeggianti in “Canzone” o i ritmi classicheggianti in “Attenti Al Lupo”, che quasi strizzano l’occhio al primo Sting jazzista. Come a dimostrare, per l’ennesima volta, che in un mondo tristemente retto dai freddi numeri, l’impresa eccezionale (datemi retta) è firmare dischi dettati dal cuore. – Giulio Beneventi


Pearl Jam
Can’t Deny Me [Singolo]

Alternative Rock, Autoproduzione

L’highlight
I caffettini

Per chi apprezza
I giochi aperitivo con Vedder e Trump

Domenica mattina. ”Mi bagno, mi tuffo, mi giro e mi rilasso”. Doccia ghiacciata per eliminare le scorie alcoliche di poche ore prima. “Mi bagno, m’asciugo e inizia qui lo spasso”. Caffettino con solito check delle mail accumulate durante la settimana. “E mi ribagno, mi rituffo, mi rigiro e mi rilasso”. Chissà, magari ho vinto una Stelvio con il Solero che ho mangiato l’altro giorno. “Mi ribagno mi riasciugo e ricomincia qui lo spasso”. Spam, spam, milionesimi visitatori, allungamento del pene (eh, magari), ancora feste della donna, Ten Club. Cristo, una mail dal Ten Club. La musica mentale si interrompe, salta la puntina cerebrale. Nuova canzone. Fermi tutti. La prima traccia originale che i PJ pubblicano dal loro decimo album in studio, Lightning Bolt, dal fottuto settembre del 2013. Play selvaggio, sperando non sia più oscena di Olè. ”Mi bagno, mi tuffo, mi giro e mi rilasso”. Ma che diavolo? “Mi bagno, m’asciugo e inizia qui lo spasso” Ma è Vedder o Britti? Mi sono fottuto il cervello? “E mi ribagno, mi rituffo, mi rigiro e mi rilasso” C’è un’allusione anti-presidente imparruccato. E’ proprio Vedder. “Mi ribagno mi riasciugo e ricomincia qui lo spasso”. Scusate io interrompo qui, vado a scrivere la lettera d’addio per la figlia che non avrò mai. Proseguite voi, miei prodi. Ciao Alex. – Giulio Beneventi

Il Branco

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
Il Branco

Latest posts by Il Branco (see all)

About Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *