Dischi Che Escono – 18/02/2018

Dieci album da tradurre in romanesco per il De André di Marinelli. (04/02/2018 – 17/02/2018)


Franz Ferdinand
Always Ascending

New-wave/Alternative rock, Domino Records

L’highlight
Finally

Per chi apprezza
Le scritte al neon

I libri non si giudicano mai dalla copertina, tanto meno gli album, ma questa volta una parola vorrei spendercela: ma quanto fa vintage il font con effetto neon ed alone esterno su sfondo nero usato per il titolo? Sembra la slide di una presentazione base creata con l’ormai datato Windows Movie Maker. Alex Kapranos e compagnia bella, proseguendo sulla vena retrò dell’artwork, con Always Ascending hanno eseguito un loro classico cavallo di battaglia, una produzione rock/dance pregna di tratti new-wave, che arriva ad oltre cinque anni di distanza dall’ultimo Right Words, Right Thoughts, Right Action. L’anima della band è questa: chitarre e sintetizzatori a iosa, che, sull’orme del detto più ce n’è, meglio è, abbonda piuttosto che deficere di schitarrate e echi (esiste un plurale di “eco”?). Soprattutto quando l’obiettivo è far danzare. – Francesco Benvenuto


GoGo Penguin
A Humdrum Star

Jazz (?), Decca

L’highlight
Raven

Per chi apprezza
Il futuro

I pinguini sono stati di recenti a Milano per promuovere il loro nuovo disco, hanno fatto gli spaghetti suonando per 70 minuti risicati prendendosi comunque ovazioni quasi da musicali messia. Il jazz è morto da tempo, ma i pinguini ci portano il jazz del 2018. O del 2049, tipo Blade Runner. Dita sfrittellanti sul contrabbasso, altre più morbide sul piano, spazzole rapidissime sulla batteria: gli ingredienti basic che in A Humdrum Star si fondono in trame mostruose, sempre folgorante nel loro educato strisciare fuori da pattern indemoniati per frequenti spasmi di cinematografico romanticismo. Fatevi un regalo, spegnete tutto il resto e sentitelo. Con le cuffie. Buone. – Riccardo Coppola


Annalisa
Bye Bye

Pop, Warner

L’highlight
Il mondo prima di te

Per chi apprezza
Andare dentro qualche parte

Giusto il tempo di dire che sul palco dell’Ariston ne veniva valorizzata poco la sensualità con ballate in ingessato stile italico, che il sodalizio con il disastro Nicola Canova rende Annalisa un’internazionalissima bagasciona. Il suo sesto album, con l’elegante hit sanremese e poco altro che stanno a loro agio come pianoforti negli aeroporti di Napoli, è un compendio di derivazioni nefaste del pop moderno, tra il raggaeton in lingua sbagliata del primo singolo Destinazione La Vita (e non certo la terza elementare, a giudicare dalla grammatica), spasmi dubstep e minchiate hip-hop. In poche parole, una porcata. Menzione d’onore per i testi turistici di Nali, ospite educata e gentilissima. Ora e per sempre ti chiedo di entrare. Prova a farti sentire dentro. Ti porto a fare un viaggio dentro di me. Saluta tutti. BAI BAI. – Riccardo Coppola


Belle & Sebastian
How To Solve Human Problems pt. 3 [EP]

Indie Pop, Matador

L’highlight
Good Boy

Per chi apprezza
Consigliare terapie

I Belle & Sebastian completano il loro tuffo nell’amarcord (e anche una lunga serie di EP tramutatasi quasi in un supplizio) buttandosi fin dall’inizio in una sorta di cover di My Sharona con acutissime voci femminili. Robette da Wham stilizzati e un reprise di uno dei pochi pezzi buoni estraibili dai due precedenti minialbum chiudono un cerchio che probabilmente non aveva neanche troppo bisogno di essere aperto: mettere tutti e quindici i pezzi in fila adesso, piuttosto che regalare un full album coeso e organico, offre più che altro un inutile dischetto di vecchie suggestioni sparse, e financo realizzate maluccio. Qualcuno risolva i loro problemi, adesso. – Riccardo Coppola


Pop Evil
Pop Evil

Alternative Rock, Entertainment One

L’highlight
Nothing But Thieves

Per chi apprezza
Andare sul sicuro

Il panorama alternative e post-grunge a stelle e strisce sembra ormai ricordare sempre più quello del Sunset Strip dei ruggenti anni Ottanta: saturo all’inverosimile. Tra i complessi che possiamo dire però essere riusciti nella difficile impresa di emersione a suon di cazzotti e gomitate tra la ressa ci sono sicuramente i Pop Evil, che oggi dopo una lunga gavetta e tre dischi, tornano belli carichi con una nuova batterista (Hayley Cramer). Come siamo messi al quarto giro? Di certo, poche novità: il sound è quello più che tipico, a tratti più pesante in altri più melodico. Ma va benone così. Ottima la prova vocale di Leigh Kakaty; buono anche il supporto generale della band, che si atteggia da vera gabbia di leoni inferociti, come il felino in copertina. Peccato soltanto per quella scivolata in “When We Were Young”, troppo Imagine Dragons -oserei dire- per questo contesto. Con le potenti “Waking Lions”, “Art Of War” e, sicuramente, “Nothing But Thieves” si chiude comunque il match con esito positivo, nonostante la sbavatura, dimostrandosi all’altezza della nomea che si sono riusciti a costruire. – Giulio Beneventi


Good Tiger
We All Be Gone

Alternative Metal, Metalblade

L’highlight
Such a kind stranger

Per chi apprezza
Una buona alternative metal band moderna che ha, come limite, contaminazioni metalcore un po’ troppo manifeste

Dopo l’esordio autoprodotto il salto qualitativo per la band americana avviene grazie alla firma con storica etichetta los angelina metal blade, sotto contratto della quale viene nel giro di pochi mesi pubblicato “We all be gone”. I Good Tiger suonano un moderno alternative metal (esatto quello da cappello NY, risvoltino, vans e piercing), influenzati da evidentemente da gruppi come dance gavin dance (con i quali vanno in tour) e between the buried and me, sono caratterizzati da tempo dispari, riff distorti, intermezzi con chorus a iosa e cantato femmineo. Ecco, il cantato stile metalcore fa storcere il naso e probabilmente, come i The Ocean Collective in Pelagial o i Tesseract di One, avrebbero potuto pubblicare anche la versione strumentale del disco. Perché la sezione ritmica è originale, i riff sono variegati nel bel fluire dei dieci pezzi presenti in “We all be gone”. A volte le linee vocali si sposano bene con il pezzo, nel caso di “Such a kind stranger” ad esempio, altre volte il voler imitare Chino Moreno lascia emergere qualche dubbio sulle scelte stilistiche della band. – Matteo Galdi


Pinky Pinky
Hot Tears

Alternative Rock, Innovative Leisure

L’highlight
Robber

Per chi apprezza
La carne fresca

Io a 18 anni avevo la mia bella band con la quale si suonava sì e no quattro pezzi. Le due ore in sala prove trascorrevano nel delirio più totale, senza aver ancora capito quale obiettivo si inseguisse. Oggi invece i tempi sono drasticamente cambiati, la musica è diventata accessibile a tutti ed ovunque: altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che stia ascoltando un EP di tre ragazze di Los Angeles appena maggiorenni. Il secondo lavoro delle tre s’intitola “Hot Tears” e, ad esser sinceri, non è per niente male; un alternative rock tendente alle sonorità punk, senza tenersi troppo distante dal quelle del movimento Riot Grrrl, al quale non può non farsi riferimento in presenza di una band all-female. Un godibilissimo ascolto di quindici minuti che, se si è alla ricerca di quel pizzico di novità, vale la pena spendere. – Francesco Benvenuto


Dita Von Teese
Dita Von Teese

Alternative, Record Makers

L’highlight
Un altro album

Per chi apprezza
L’eccesso di presunzione

Dagli spettacoli di burlesque alla sala di registrazione il passo è breve: forse lo è un po’ meno per Dita Von Teese vista la metrata e mezzo di gambe che si ritrova, ma il concetto non cambia. Il primo lavoro musicale della modella rispecchia l’essenza dell’eleganza, di cui la Queen of the Neo burlesque ne è appunto regina incontrastata. Ma l’eccesso stroppia e qui di eccessi ce ne sono tanti, partendo da quello di presunzione: che Dita Von Teese fosse brava nel rotolarsi con grazia in una vasca, era ben noto a tutti, ma la musica è tutt’altra cosa e di certo la sua presenza in questo mondo risulta essere superflua. Ma eccessiva è anche la dimensione raggiunta dai miei testicoli a fine ascolto, che con il senno di poi, avrei sicuramente evitato. A Roma si direbbe: “Che du’ palle. Esci ‘sta zinne e falla finita.” – Francesco Benvenuto


Rigolò
Tornado

Pop Rock, Antropotopia

L’highlight
Mexico

Per chi apprezza
Sinceramente stupirsi

Raramente mi è capitato di incontrare in campo italiano un lavoro così placido, così completo e così sicuro dei propri mezzi, tanto da potersi permettere di procedere pacato sui suoi eterei binari diretti verso uno sperimentale synth-pop, senza dover scendere a compromessi con alcun cliché o banalità commerciale. La scelta di sicuro paga: è un disco senza ombra di dubbio ben assemblato -oserei dire “montato”, dato l’imprinting quasi cinematografico delle otto tracce-, quello dei Rigolò, complesso ravennate guidato da Andrea Carella e dalla violoncellista Jenny Burnazzi. E, di conseguenza, spazio di critica ce n’è ben poco, al di fuori del doveroso plauso particolare per la minuziosa cura dei dettagli e degli arrangiamenti da brividi, oltre che per la coesione nella composizione, ben armonizzata sia nelle atmosfere più intime (“Mexico”, su tutte) che nelle accelerate esagitate (“Borders”, “Bon Voyage”). Nulla da aggiungere. Clap clap. – Giulio Beneventi


Kat Frankie
Bad Behaviour

Pop, Grönland/RTD

L’highlight
Bad Behaviour

Per chi apprezza
Rimanere senza parole

Farò una lista di aggettivi che possono tentar la scalata all’ardua definizione del quarto radioso disco in carriera della bella Kat Frankie, artista australiana adottata ormai da più di un decennio dalla Merkel e soci. Ok, dunque: algidamente luculliano, limpidamente faconde, melodicamente faraonico. Meglio, semplicemente di bellezza abbacinante, talmente da rasentare l’acheropita. Niente, lasciamo stare. Le parole non servono a niente, se non a farsi scambiare per delle tristi iperboli che assolutamente non sono. Come John Cusack dinnanzi a quello schianto di Lisa Bonet (Khal Drogo, beato te), rimango attonito dalla potenza vocale più volte disarmante e dalla purezza di un power pop che ritenevo estinto e che, invece, in determinate occasioni brilla in un modo commovente (“Finite”, “The Sun”, title-track). Chino il capo e taccio, dunque, limitandomi a consigliarlo e a segnarlo anzitempo sulla lista ancora intonsa dei papabili dischi migliori dell’anno. Chapeau. – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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