Dischi Che Escono – 22/10/2017

Questa domenica abbiamo mangiato tanto. Ecco dodici pietanze musicali, dall’antipasto prelibato al caffè della macchinetta automatica. (15/10/2017 – 21/10/2017)


The Bloody Beetroots
The Great Electronic swindle

Dance Rock, Last Gang Records

L’highlight
Nothing But Love (feat. Jay Buchanan), The Day of The Locust

Per chi apprezza
Pirati, punk, politici e subwoofer da 250kW di ignoranza

Bob Rifo ci ha raccontato in una lunga e succosissima intervista come il suo consiglio per gli ascoltatori sia quello di non farsi truffare dalle produzioni odierne, quasi fosse un santone dell’alternative. In realtà il suo ultimo album, che raccoglie in un grande calderone tutte le derivazioni passate del producer mascherato, è una apoteosi di rock danzereccio a volumi mostruosi che potrebbe essere il meglio (o il peggio, a seconda di come la si pensi) dei Pendulum. Ed è bellissimo: val la pena fare per 10 minuti gli intellettuali con i post-industrialismi di The Day of The Locust o 10,000 Prophets, ma il bello arriva quando i guest a disposizione (Perry Ferrel, Jay Buchanan, Nic Cester dei Jet, tra gli altri) urlano come dei dissennati su accordi di chitarra macinati da ignorantissimi bombardamenti dubstep. Mettete questa roba in macchina e fate i cafoni, vi tocca. – Riccardo Coppola


Europe
Walk The Earth

Hard Rock, Silver Lining Music

L’highlight
GTO (non è un richiamo all’anime giapponese, ndr)

Per chi apprezza
Prendere a cazzotti chi li etichetta ancora solo come “Ah, quelli di The Final Countdown”

Sono almeno 15 anni che gli Europe stanno sfornando dischi tra il dignitoso e l’estremamente rispettabile, e questo “Walk The Earth” si posiziona verso il secondo estremo. Joey Tempest e compagnia piacente se la cavano ancora alla grande, sono un po’ come i Deep Purple odierni (a cui per altro, volenti o nolenti, fanno continui piccoli richiami): sono passati tantissimi anni dalla golden age classica, ma di album in album ancora oggi dimostrano di avere qualcosa da dire. L’unica pecca vera e propria del disco è la produzione, un po’ secca (quella batteria ha massacrato l’orecchio del qui presente scribacchino per tutto il tempo), manca quel tocco per rendere roboante e più pieno il suono dei brani. La cosa paradossale è che sono i brani stessi a salvare la produzione, dato che gli arrangiamenti sono già di base coriacei e robusti. Gli Europe non sono solo capelli cotonati, “Carrie” e i tastieroni di “The Final Countdown”, ma un gruppo maturo (e grazie al cazzo, hanno 50 anni per gamba oramai) e che continua a realizzare del fine hard rock. Scopriteli e levatevi dai coglioni quei cavolo di stereotipi tipo “Non sono più quelli di una volta”. Ma per fortuna che si sono evoluti, diamine. – Andrea Mariano


Niall Horan
Flicker

Pop, Neon Haze

L’highlight
This Town

Per chi apprezza
Farsi prendere in giro persino da chi ascolta Fedez

Mi sorge un dubbio shakespeariano dopo l’ascolto di questo fiore all’occhiello della più becera inutilità commerciale: ma chi diavolo può seriamente spendere un cinquantone per vedere questa fighetta suonare in unplugged (che paroloni, dato il contesto) in un palazzetto gremito? Dai, facciamo i seri: buttare i soldi per un cinepanettone di De Sica e Brignano al multisala più caro della città sarebbe senza dubbio addirittura più sensato. L’intelletto umano, che bellezza. Tralasciando l’incredulità, quello che posso sinceramente dirvi è soltanto che, al netto di qualche frangente più ascoltabile, ogni pezzo brilli di un testosterone degno dei compagni di squadra più raffinati di Cassano e che, in un ipotetico confronto con il collega Harry Styles, si capisce in un millisecondo quale dei due fosse forzato a fare mossette da ragazzine sul palco e chi invece ci provasse gusto, essendo comunque essa l’unica cosa in cui era ed è ancora buono. Imbarazzante. – Giulio Beneventi


X Japan
We Are X (OST)

J Rock, Sony Music

L’highlight
Kuneai

Per chi apprezza
I jappo che ti fanno penare

Dovrei trucidare questa colonna sonora per il sol fatto (ma anche per un La o un Si bemolle) che Yoshiki mi ha preso per il culo per nove anni di fila, vaneggiando su un imminente nuovo album degli X Japan. Avevo 22 anni. Ora ne ho 30 (quasi 31). Un paio di singoli, vecchi brani registrati nuovamente ma con testi in inglese anziché il giapponese e tanto pianoforte. Tantissimo pianoforte. Tantissime promesse. Tantissimi vaffanculo. Poi però parte la versione pianoforte, archi e voce di “La Venus”, e quasi mi viene da piangere per la commozione. Ecco, Yoshiki, vaffanculo, perché sei un mostro negli arrangiamenti strappalacrime. E mi cadi nelle scelte elementari, perché non puoi inserire in una compilation il terzo movimento di “Art Of Life” da solo, perde di intensità e di senso, così come “A Piano String In Ae Dur” non ha senso se dopo non c’è “Silent Jealousy”. E non c’è “Rusty Nails”, uno dei pezzi migliori della seconda metà dei vostri anni Novanta. Mi gaso per “Kuneai” tratto dal “The Last Live”, piango di nuovo per “Endless Rain” e per “Without You” dedicata a Hide. Bravo, bravi. Ma voglio un nuovo album. Se guardo il documentario poi lo realizzate sto cazzo di nuovo disco, sì? Vi prego.
Con affetto,
uno stronzo italiano che segue voi stronzi jappo. – Andrea Mariano


Bully
Losing

Grunge, Sub Pop

L’highlight
Focused

Per chi apprezza
Non pagare gli psicologi

Grezzo. Rabbioso. Catartico, oserei dire. Come un furioso grido a scarciagola davanti alle brutture di un mondo che ormai pare davvero una puntata di Black Mirror, la frontwoman Alicia Bognanno (ex King Arthur) guida il secondo album della band di Nashville in un modo potente e riottoso molto vicino all’esordio Feels Like, mescolando però più incisivamente a questo giro dolci melodie e scossoni robusti e poderosi. “I cut my hair, I feel the same,” mentre l’inquietudine sale, “masturbate, I feel the same”. Vi è claustrofobia e ansia nei rivolti alternative grunge delle dodici nuove tracce in scaletta, tutte dolorosamente omogenee e compatte. Ma concluso l’ascolto la sensazione è quasi di positivo svuotamento, come la quiete dopo una tempesta che si è portata via i polmoni ma non l’anima. In breve, una fottuta terapia d’urto. – Giulio Beneventi


Giovanni Allevi
Equilibrium

Classica, Bizart

L’highlight
No More Tears

Per chi apprezza
Non continuare a fare lo snob del cazzo

Giovanni All’Heavy o si ama o si odia. E non ho mai capito perché. Personalmente non mi ha mai emozionato come Einaudi, ma non l’ho nemmeno mai reputato uno scappato di casa, una nefandezza o un impostore del pianoforte. Ha semplicemente un modo di comporre più pop nonostante ricorra a strumenti classici. Se la cava discretamente anche quando deve comporre per un’orchestra. Nulla di trascendentale, ma si lascia ascoltare. Il meglio lo dà quando è da solo davanti ai tasti bianchi e neri. Non è così originale? Mah, possiamo anche dire che non sia geniale, ma intuizioni intriganti le trova sempre, in un modo o nell’altro. Smettetela, ordunque, di fare gli snob con la puzza sotto il naso (in quel caso, lavatevi). Allevi è un bravo guaglione non deve piacere per forza, ma nemmeno per forza deve essere bistrattato. Andate a buttare l’umido nel cassonetto, fumatevi una sigaretta, anzi non fumatela, buttatela, respirate l’aria frizzantina di fine ottobre e fate pace con All’Heavy. Eddaje. – Andrea Mariano


And so I watch you from afar
The Endless shimmering

Post / Prog Rock, Sargent House

L’highlight
Terrors Of Pleasure

Per chi apprezza
Incattivirsi

Paradossalmente, secondo la logica di appiattimento verso le elettroniche e l’ambient di cui parlo anche appena sotto in un’altra recensione, restare bloccati su coordinate conservatrici nel mondo del post-rock rende in realtà atipici e distingue dalle masse. Gli And so I watch you from afar, veterani della scena con i loro 12 anni di attività, non cedono alla tentazione di fare i novelli 65dos o Explosions in the sky, e lasciano le nove tracce del loro terzo album a crogiolarsi in distorsioni pesantine, sfrigolanti fuzz e sovrabbondanti dosi di tapping. Il risultato è un album cattivissimo ed esaltante, tanto complesso da sfociare (sicuramente) nel math e (forse) anche nel prog, e da richiedere svariati ascolti per essere padroneggiato in tutti i suoi cambi e le sue sfaccettature. Aria fresca per il genere. – Riccardo Coppola


Collapse under the empire
The fallen ones

Post rock, Finaltune

L’highlight
Dark Water

Per chi apprezza
Dormire ascoltando, o ascoltare dormendo

Ci sono canali su YouTube (tipo questo o questo) dedicati alla pubblicazione su base praticamente quotidiana di full album post rock: trovo sia un indice efficace di quanto oggigiorno simili band vengano fuori in quantità disumane dalle fottute pareti. I collapse under the empire li avevo scoperti proprio durante una sessione di ascolto casuale di all-instrumental da siffatti canali, e per il richiesto compito di sottofondo a pomeriggio lavorativo fecero la loro figura. Peccato che a un ascolto attento del nuovo disco ci sia ben poco per drizzare le orecchie: c’è un’incorporazione sapiente del piano e dei synth, ci sono delle entrate di batteria calibrate alla perfezione, c’è quel mood malinconico che non può che farsi apprezzare. Ma le atmosfere sono sempre quelle, inflazionatissime, dai tempi dei primi if these trees could talk. Come prendere uno stesso treno che passa attraverso paesaggi bellissimi, ogni giorno, per lavoro. La prima volta guardi incantato fuori dal finestrino. La seconda volta giochi a Candy crush. La terza dormi. – Riccardo Coppola


Luciano Panama
Piramidi

Rock, Autoproduzione

L’highlight
Le Ossa

Per chi apprezza
Prendere a schiaffi il Paradiso

Non chiamatelo indie, o almeno non ad alta voce. Perché “Le Ossa” sembra uscita da un cassetto degli anni Novanta, “Man” ha quella tastierina midi che fa tanto indie-dei-tempi-moderni, ma alla fine siamo sempre su retaggi musicali più alti. Il punto di forza del buon Luciano è il prendere spunto proprio da tutta quella scena musicale di metà anni Novanta fatta di Marlene, After, Consorzi, polvere di terra e canalizzarla nel suo amplificatorino da 10 watt, rendendo tutto molto autentico (che parola da alto giornalismo snob, ohibò). “Hey My (all’improvviso)” è un esempio che calza a pennello, la coda strumentale di “Messina Guerra e Amore” è un tocco di pregio inaspettato. Se avesse edulcorato meno il sound in alcuni brani ora staremmo parlando di un disco della Madonna, tra i migliori dell’underground italiano attuale, invece per ora è tra i più buoni. Ma va bene così, è grasso che cola. Per chi ha nostalgia dei tempi in cui “Indie” significava “underground” e non “parlo dei fatti miei spacciandomi per cantautore”. – Andrea Mariano


Riki
Mania

Pop, Sony

L’highlight
La droga del grafico

Per chi apprezza
Vocoder e autotune applicati allo sturalavandini

Ci sono tanti grafici in giro, con talento. Perché fidarti di tuo cugino che c’ha Photoshop crackato per farti realizzare la copertina del tuo album? Perché l’effetto ritaglio alla cazzo di cane non è figo, è solo un ritaglio alla cazzo di cane. Detto questo, come è ‘sto Mania? Sarò sincero: sto ancora piangendo. Ma non è un pianto dettato dall’emozione che mi può dare una “Art Of Life” degli X Japan. È qualcosa di più ferale. Ho ascoltato di peggio, molto peggio in questo 2017, sia chiaro, ma il livello è quello di una chiacchierata tra Paolo Meneguzzi e Fedez al bar su quanto invidiano il Raf degli ultimi 5 anni. Della serie: bene ma non benissimo. Sudori freddi, ma non da convulsioni e spasmi, autotune udibilissimo everywhere a parte. – Andrea Mariano


Trivium
The Sin And The Sentence

Metal, Roadrunner

L’highlight
Beyond Oblivion

Per chi apprezza
Rimasterizzare idee trite e ritrite

Me li ricordo i loro esordi, osannati e salutati come i nuovi Metallica. Li ascoltai e mi dissi “Sì, vabbé”. Hanno fatto un paio di robe pregevoli, poi si sono persi, poi me li sono persi (insieme ai miei capelli). I richiami al sound di Hetfield e soci continuano a esserci, con quegli stacchi alla Master of Puppets e il resto, tra un growl / scream atto a dar un po’ di mossa, ma le cose sono due: o io sto diventando vecchio e insofferente, o i Trivium hanno finito le idee da un po’. Forse entrambe le cose, perché arrivare alla fine di “The Sin And The Sentence” è dura. Sto parlando del brano apripista, non dell’intero album. Il resto, tra bridge e cori realizzati proprio per essere cantati col pubblico in sede live e blastbeat inserito giusto per fare i cattivi, non offre moltissimo. Buon sottofondo per queste giornate nebbiose, con l’autoradio che spernacchia a ogni botta di batteria e il traffico che ti fa aumentare l’insofferenza per il mondo automobilistico. Una cosa buona c’è: non è tremendamente fastidioso. Tutto già sentito, ma almeno fatto quasi con criterio. – Andrea Mariano


VUUR
In This Moment We Are Free – Cities

Prog Metal, InsideOut

L’highlight
Freedom – Rio

Per chi apprezza
Le fuoriclasse

Tutti amano Anneke van Giersbergen. Tutti sanno che Anneke van Giersbergen ha dato voce ai migliori dischi dei The Gathering, abbandonandoli alla sorte nel 2007 e alternandosi in seguito tra produzioni soliste non sempre azzeccate e collaborazioni a destra e a manca nella scena metal. E’ proprio a chi sbava per quest’ultima incarnazione della bella olandesina che il progetto VUUR strizza l’occhio: muri di chitarre, assoli, cambi di tempo e, soprattutto, l’onnipresente voce d’usignolo di Anneke van Giersbergen. Verrebbe da dire che il songwriting, per essere un disco metal “al femminile”, è sopra la media, ma le undici canzoni in scaletta (ispirate a diverse città del mondo) soffrono di una mancanza di personalità colmata soltanto dalla bellezza indiscutibile della voce di Anneke, che canterebbe con gusto e professionalità anche una lista della spesa. Sprecata. – Marco Belafatti

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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