Dischi Che Escono – 28/01/2018

 

Nove dischi e un singolo per rallegrare la campagna elettorale che state subendo. (21/01/2018 – 27/01/2018)


Pop X
Musica Per Noi

Indie Pop, Puro Slrs

L’highlight
L’esistere

Per chi apprezza
Coca e Zabov, il brunch dei campioni

Ma che meraviglia sto mai ascoltando? Sta roba non ha senso, o forse ha senso. Chiamare una canzone “Litfiga” e parlare di un certo Gennaro e di volere andare a Lugano, di ani, di soli che non battono, di angeli a caso… Come diavolo ho fatto a vivere fino a ora? Come cazzo ho fatto? “Teke Taki” è il nuovo Inno Nazionale, a tal punto che Luca Carboni, spostati proprio. La poesia è potente in questo ragazzo e nella sua zuccotta di acrilico comprata a Primark per ben 2 euro e una stretta di mano ammiccante. Prostratevi dinanzi al nuovo Messia, è geniale quanto Gene Gnocchi, è spassoso quanto Ruffini, è un poeta dei nostri tempi. Eugenio Montale dovrebbe solo imparare, anche dall’oltretomba. Sì, lo Zabov assunto in grandi quantità ha questi effetti su di me. Fate i vostri conti. – Andrea Mariano

OPPURE

Pop X
Musica Per Noi

Indie Pop, Puro Slrs

L’highlight

Per chi apprezza
Inveire contro la Legge Basaglia

Partendo dall’assioma che definire pubblicamente i Pop X -questi cazzoni definiti la next big thing italiana dopo I Cani e Calcutta, porca puttana- dei musicisti nel vero senso della parola speroni ancor più violentemente la barriera del ridicolo del presentarsi al convegno annuale delle estimatrici dei mandingo decantando in maniera convinta i pregi della taglia medio-operaia, posso semplicemente dire che “anche prendendoli come vanno presi” (a schiaffi in faccia, magari) non ci ho trovato davvero nulla nell’ “ascolto” della nuova prestigiosa “opera” trentina. Nessuno scandalo, nessuna offesa al pudore, niente. Un cazzo. Cioè di cazzi molti, dato che questi morti di fame vivono soltanto di un caleidoscopio verbale fatto di uccelloni in mano, transessuali, Nino D’Angelo che fa flessioni e negri. Ahinoi, quella che per molti (troppi) è stata intesa come poesia spensierato-burina mischiata a cantautorato elettronico non-sense (Rolling Stone, devi bruciare), non è altro che un rigurgito fin troppo copioso di pervertiti come i thegiornalisti che, in preda ad una crisi di rigetto ska dopo essersi sbronzati assieme a Gabry Ponte, hanno voluto mettere su delle rime in tunisino alternato al ciociaro. E, contro ogni pronostico, fa schifo. – Giulio Beneventi


Django Django
Marble Skies

Indie, Because Music

L’highlight
Real Gone

Per chi apprezza
Psichedelia indie delle migliori

I (o gli? Boh) Django Django li ho conosciuti solo da un paio d’anni, e il loro nome mi ha sempre rievocato tamarrissimi tarantiniani ricordi: inevitabile per me ascoltare la loro musica e immaginarla come un’improbabile soundtrack per Jamie Foxx che spara fucilate nelle palle di cowboy bianchi. L’effetto è invero appagante: provate a mettere muto questo video e aprirci sotto questa traccia su Spotify. Mashup a parte, la proposta dei britannici è a prescindere una gran figata: una psichedelia coloratissima ma spesso rilassata, elegante, come di Tame Impala che hanno trovato la giusta alternanza tra acidi e tranquillanti. Sprazzi di kraut (la title-track), surf rock (Further) ed elettronica jarriana (Real Gone) a riempire un terzo album completissimo e veramente consacrante. Bravi bravi. – Riccardo Coppola


Machine Head
Catharsis

Heavy Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Non pervenuto

Per chi apprezza
Per chi non apprezza o non ha apprezzato i Machine head: magari si scopre estimatore

Incredibili i picchi alti e bassi raggiunti in venticinque anni di carriera da una sola band. Passare dall’essere considerati i nuovi pantera, durante gli esordi, al produrre dischi nu-metal orribili, tornare dopo pochi anni all’essere considerati i nuovi metallica, produrre due dei dischi thrash più interessanti del nuovo millennio (The blackening, Unto the locust) per poi sprofondare nell’abisso. Si ha il sentore che i Machine Head, stavolta, non si riprenderanno più. Con “Catharsis” possiamo affermare che la band ha raggiunto il punto più basso della propria turbolenta carriera. Un disco brutto, bruttissimo. Pop forse, certamente questa roba non può essere definita metal. Brani senza capo ne coda (non destrutturati di proposito, magari lo fossero) la voce melensa di Flynn che ha perso ogni tipo di mordente, sia in pulito che distorto. Vestirsi da adolescenti metalcore rende il tutto ancora più pietoso. Il marchio Machine head piange, sanguina come il corpo raffigurato in copertina, artwork tanto brutale quanto poco lo è il disco celato dietro ad esso. – Matteo Galdi


Meganoidi
Delirio Experience

Rock, Autoproduzione

L’highlight
Tra 20 anni fa

Per chi apprezza
Andare sempre in direzione ostinata e contraria

Hanno apprezzato il successo di fine anni Novanta, se ne sono sbattuti allegramente il membro della moda e hanno sempre realizzato dischi seguendo il proprio quid d’artista musicista. Per farla breve, non si sono mai seduti sugli allori. Sarà anche per questo che nutro da sempre una certa stima per i Meganoidi, eroi contro la Municipale e anche contro chi li voleva morti e sepolti da tempo immemore. Sappiate che balleranno il tippo tappo sulle tombe dei detrattori. “Delirio Experience” ne è la riprova. Ben prodotto, potente e attuale. Chi si lamenta della qualità che scarseggia in giro per l’Italia dovrebbe semplicemente smetterla di lamentarsi e basta e di togliersi dalla testa l’assioma “Eh, ma non sono più quelli di una volta”. Buon ascolto. – Andrea Mariano


Emma
Essere Qui

Pop, Universal

L’highlight
Sorrido Lo Stesso

Per chi apprezza
Le autoradio a basso volume

Quei coretti angoscianti di “L’Isola” sono… angoscianti, appunto. E quel crescendo che fa sigla di cartone animato a la Cristina D’Avena. Vabbè. La nave è partita, ma Emma è rimasta sul pontile. “Essere Qui” è l’ennesima conferma di come Emma sia l’eterna promessa del pop italiano. Sì, quello commerciale, quello facile da bersagliare di critica, ma ha sempre avuto una voce molto duttile. È anche bionda, il che per il sottoscritto è sempre un punto in più, ma al di là dell’estetica anche in quest’album si ricade sull’ascoltabile-non-memorabile, soprattutto perché tutto è molto ovattato, tutto molto col freno a mano tirato, inseguendo quel discutibilissimo stile che il pop degli ultimi due anni ha iniziato a battere nelle casse delle autoradio. Peccato perché nella seconda parte dell’album spuntano barlumi di piacevole quasi-qualità. E scontato. Per la prossima mezz’ora può anche andar bene, ma non oltre. (edited) – Andrea Mariano


Marmozets
Knowing what you know now

Alternative Rock, Roadrunner Records

L’highlight
Start Again

Per chi apprezza
Le frustrazioni

Non sono poche le band che affidano le proprio componenti vocali a ringhianti presenze femminee, dedite per un buon 90% del loro tempo a rabbiosi striduli strilli. I Marmozets sono il più archetipico esempio della corrente, e presentano nel loro secondo album una ordinata raccolta di cattiverie tardo-adolescenziali da rovesciare sopra manti di accordi granitici (in accordatura talvolta ribassata) più un paio di power-ballad in cui la prestazione di Becca Macintyre pare ancor più ritoccata che in tutto il resto dell’album. L’album d’esordio di questi qua si chiamava molto umilmente The Weird and Wonderful Marmozets. Strani, come da frase introduttiva, non sono più di tanto. Bellissimi, men che meno. Soprassedere, soprassedere. – Riccardo Coppola


In Vain
Currents

Progressive Metal, Indie recordings

L’highlight
As the black horde storms

Per chi apprezza
Progressive, metal, progressive death: compratelo. (La versione fisica contiene due brani inediti ed esclusivi)

Ognuno ha bisogno del proprio tempo, ognuno è diverso, ognuno ha i propri tempi. Il discorso vale anche e soprattutto per gli artisti, chi dice che bisogna comporre un disco almeno ogni due anni? Le case discografiche, forse. Ma ognuno ha i propri contratti allora, tutti differenti.E “Currents”, il nuovo lavoro dei norvegesi In vain esce a ben cinque anni di distanza dal precedente e pluripremiato Aenigma: è valsa la pena aspettare? Si. Abbandonate in parte e nel corso dei dischi le sfumature avant-guarde, rimane il solido progressive death metal, prosegue quindi il percorso intrapreso nel precedente capitolo. Rimangono la grande qualità compositiva di riff, i lunghi passaggi strumentali acustici di classica matrice scandinava ed un uso ragionato delle linee vocali, con qualche accenno di scream preso in prestito dalla Norvegia più black metal, fino ad un pulito melodico si, ma non banale. Il singolo – brano di apertura – “Seekers of the truth” non aveva fatto altro che aumentare l’attesa, brano eccezionale la cui forza risiede proprio, ironicamente, nel tempo: tempo dispari durante la strofa per poi aprirsi in un epico e serrato chorus. Da brividi. Ma “Currents” è bello ovunque, in ogni sua sfaccettatura. Maestoso come l’outro di “As the Black Horde Storms”, elegante come il solo di sassofono contenuto in “Standing on the ground of mammoths”. I norvegesi sembrano quasi aver analizzato meticolosamente i loro precedenti dischi, per ricavare quanto di ottimo prodotto e migliorarlo ulteriormente. Disco metal dell’anno? A solamente ventisei giorni dall’inizio del 2018? Si. Mancano undici mesi per scardinare gli In vain, ma sarà difficile, molto difficile. – Matteo Galdi


Migos
Culture II

Hip Hop, Quality Control Music

L’highlight
Superstars

Per chi apprezza
Farmi diventare pazzo

Voglio fare un appello. Un appello alla Nazione. Un appello al mondo. Ve prego, avàst. Non sto rivolgendomi agli autori dell’antivirus, ma è il mio modo terra terra per dire che ne ho abbastanza. Basta co’ sta roba, mi sono rotto i coglioni di bling bling slap slap yo yo. I Migos, paradossalmente, non hanno neppure chissà quali colpe, dato che questo Culture II non è neppure spregevole, tuttavia c’è una saturazione disumana nell’ambiente. E mi avete ampiamente frantumato qualsiasi tipologia di apparato atto alla riproduzione e al sollazzo con questo cazzo di autotune di merda. Bling bling. – Andrea Mariano


Flying Horseman
Room / Ruins

Indie, Unday Records

L’highlight
Deep Earth

Per chi apprezza
Quelli all’altezza del cognome che portano

Ci sono raccomandazioni virtuose, a volte: puoi essere un fenomeno e sfruttare la tua corsia preferenziale con scaltrezza e abilità e fare ricredere chi pensa che sei lì soltanto per il cognome. Tipo, sei Simone Inzaghi, ti trovi sulla panchina della Lazio e poi cose bellissime tipo terzi posti, record di gol, Immobile che diventa Cristiano Ronaldo. Oppure sei un misconosciuto quintetto indie di Anversa, ti chiami Flying Horseman, e finisci nei miei ascolti di Spotify solo perché parente di Bojack. E va a finire che il tuo disco di sfrigolante e notturno indie semi-elettronico mi appassiona: mi faccio prendere dalla depressione dei rallentamenti di tempo e schiocco le dita sugli episodici attacchi di groove alla Black Keys, mi godo le doppie voci maschio-femmina e mi riascolto cinquanta volte la seconda traccia, Deep Earth, un saliscendi clamoroso di arpeggi palm-mutati e assoli sbilenchi sottolineati da giri di tastiera moroderiani. Valuterò anche di darti soldi, forse, mio caro quintetto. Back in the 90’s. Zona Champions. – Riccardo Coppola


Saxon
They Played Rock And Roll

Heavy Metal, Silver Lining Music

L’highlight
They Played Rock And Roll (beh… è solo lei)

Per chi apprezza
Sentirsi meno sporco dopo tanta musica di merda

Torno ai tempi del liceo, salto sulla scrivania in redazione e urlo: “BASTA! OCCUPO LA REDAZIONE!”. Così, nell’indifferenza generale di chi sta recuperando serie tv e di chi stalkera milf, prendo in mano la situazione mia personale di esasperazione causata da musicadimmerda e decido di parlarvi del nuovo singolo dei Saxon, “They Played Rock And Roll”. Tributo ai Motorhead e alla figura di Lemmy, si piange e si scapoccia in onore del Rock, dei Motorhead, di Lemmy e di tutto ciò che c’è di bello nel Rock e nel Metal. Sono felice, mi sento meno sporco, sono un uomo quasi soddisfatto. Nel frattempo il caporedattore mi chiede con fare delicato se io abbia dimenticato di prendere le pasticche, oggi. In effetti no, non le ho prese. – Andrea Mariano


Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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