Dischi che escono – 13/11/2016

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Nuove pillole musicali per curare il reo tempo (06/11/2016 – 12/11/2016)

 

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Animals As Leaders – The Madness of Many [Progressive Rock, Sumerian Records]

Formazione atipica fatta di due chitarristi e un batterista, la band cult creata da Tosin Abasi porta avanti la sua crociata per affrancare il progressive strumentale dalla nomea di concentrato di deliri inintelligibili. “The Madness Of Many” ci riesce ma soltanto a tratti, peccando di comunicatività in più occasioni, come nelle astruserie egittologiche dell’opener, o in varie pesantissime slappate non perfettamente amalgamate con le diffuse elettroniche. Il meglio arriva solo sul finale, su The Brain Dance” e “Aepirophobia”, dove le dodici corde (specialmente quelle acustiche) riescono finalmente a sollevarsi in atmosfere più distese e genuinamente emozionanti. Ma l’ascolto nel complesso, ancora una volta, è fin troppo difficoltoso. – Riccardo Coppola


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Asteroid – III [Stoner/Blues Rock, Fuzzorama]

Non uno, ma ben due generi di difficile, difficilissima addomesticazione. Con quel tatto scandinavo che fu anche dei defunti Graveyard, gli Asteroid tornano dopo sette anni di silenzio e mostrano di sapere ancora maneggiare uno psych rock dai tempi stupendamente propensi alla dilatazione, e un blues tanto autentico da sembrare quasi statunitense. Quello che per comodità viene identificato come Stoner, ma che in casi come questo raggiunge livelli di sofisticazione tali da rendere tale etichetta quantomeno fuorviante. Il glorioso riff dalle fattezze doom che si trascina lentamente fino alla fine di “Last Days”, le abbaiate zeppeliniane di “Mr. Strange”, l’illusoria pacatezza pre-esplosione di “Wolf & Snake”: solo alcuni dettagli di un disco vario, completo, riuscitissimo. – Riccardo Coppola


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Enslaved – The Sleeping Gods/Thorn [Progressive Metal, By Norse Music]

In realtà una compilation, che ripropone congiuntamente i due EP dallo stesso nome pubblicati nel 2011. Il materiale ivi raccolto è il più disparato, non solo per la provenienza da diversi lavori, e può essere considerato una sorta di ideale compendio della varietà di generi e stili offerta dal gruppo norvegese. Accanto all’ormai consolidato progressive black tipicamente Enslaved, presente in Heimvegen e Alu Misyrki, trovano spazio l’elettronica ambient delle atmosfere psichedeliche e spaziali di Synthesis, il prog rock della strumentale Nordlys e il folk paganeggiante di The Sleeping Gods. Completano il disco le due tracce tratte da Thorn, un black più sporco e reminiscente dei primi lavori della band. Considerato che comunque The Sleeping Gods era già disponibile gratuitamente in digitale fin dalla sua originaria data d’uscita, sembra una release un po’ povera, che poteva essere resa più appetibile con l’aggiunta di qualche traccia in più, ad esempio le due bonus di Axioma Ethica Odini, stilisticamente accostabili alle due di Thorn. – Antonino Lena


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Taylor Hawkins – KOTA (EP) [Rock, Self-produced]

Prendete Re Luigi (quello del Libro della Giungla), fatelo un po’ snello e con una tinta bionda. Avrete Taylor Hawkins, noto ai più come batterista dei Foo Fighters e ai meno per essere stato il batterista di Alanis Morissette. Ora il biondo musicista ha deciso di cimentarsi nella carriera solista. “KOTA” è un mini-LP di sei tracce dove Re Lui… dove Taylor Hawkins se la canta e se la suona, letteralmente. Il risultato è dannatamente buono, interessante, cool, per dirla alla finto americano di inizio 2000. Suona un po’ Foo Fighters, ma sarebbe da sciocchi pensare che sia una copia sbiadita della sua band principale. Anche perché Taylor è fuori di testa, adora il rock in qualsiasi forma e fa surf. Ed è quest’ultima cosa che lo differenzia principalmente da Re Luigi. Per il resto entrambi hanno ritmo, entrambi hanno una gran bella voce, entrambi sorprendono. Ascoltate il singolo “Range Rover bitch” (in nome, un’assurda capacità di coinvolgimento) e comprate il mini-disco. Consigliato a mani basse e voce alta. – Andrea Mariano


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In Flames – Battles [Alternative Metal, Nuclear Blast]

Costruttori in tempi antichi di buona parte della credibilità del death metal melodico, gli In Flames da tanti anni (e album) sono imbarcati in quella che alcuni definiscono ancora evoluzione. Quest’ultima uscita conferma che in realtà il movimento degli svedesi è, più che coraggiosa innovazione, un processo di radicalizzazione di scelte già veramente discutibili, un inserimento sempre più forzato di elementi che con le distorsioni ci sono sempre stati bene come lo zucchero a velo sulla carbonara. Fatto per metà di assoli tamarri, per l’altra di insulsi coretti di voci bianche, “Battles” è un disco tanto superfluo e superficiale da poter quasi divertire a un primo, disinteressato ascolto. Poi però basta. We are (we are we are) tired. – Riccardo Coppola


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MinaCelentano – Le Migliori [Pop, Clan Celentano/PDU]

Ok, Celentano e Mina che in “Se Mi Ami Davvero” tentano di fare i Jay Z e la Beyoncé della periferia di Rozzano non è un esperimento riuscito, ma a parte questo “Le Migliori” è l’ennesimo esempio di come questa coppia artistica riesca a sfornare lavori dannatamente buoni. Hanno detto già tutto, eppure riescono a lasciare ancora qualcosa di positivo. Tra l’altro si possono dire riusciti i connubi tra stile vecchio stampo e innesti moderni. Rap da balera escluso, s’intende. – Andrea Mariano


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Neal Morse – The Similitude of a Dream [Progressive Rock, InsideOut]

Mike “Prezzemolo” Portnoy, presente ovviamente anche su questo doppio album, lo aveva definito come uno dei più grandi concept prog della storia, un incrocio tra Tommy e The Wall. Senza scomodare tali nomi, Morse effettivamente tira fuori il più ambizioso doppio album della sua storia raggiungendo livelli di grandeur e al tempo stesso di versatilità mai visti prima: the similitude of a dream ha in tracklist i momenti più heavy della sua carriera, ma anche pomposi momenti gospel e sinceri tocchi blues. Il concept? Manco a dirlo, un riadattamento di “il pellegrinaggio di un cristiano” di John Bunyan. – Riccardo Coppola


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Pink Floyd – The Early Years 1967–1972 [Rock, Pink Floyd Records]

Babbo floydiano giunge in anticipo per svuotar i portafogli. Nello stipato sacco color rosa un monumentale boxset di ben 27 dischi complessivi che ripercorrono i primi 7 anni di carriera insieme, comprendenti un mare di materiale inedito audio e video, memorabilia, poster e flyer, da far gola anche ai collezionisti meno intraprendenti. Le chicche ci sono tutte: da segnalare, otto tracce registrate (e mai utilizzate) nel 1967 a Londra per il corto Speak, le prime pubblicazioni in assoluto di due note canzoni di Sua maestà Barrett (Vegetable Man e Scream Thy Last Scream) e, last but not least, In the Beechwoods, mai pubblicata in qualità audio professionale prima d’ora. In poche parole, un documento storico, dal prezzo faraonico, valido per espatriare lungo un sontuoso viaggio psichedelico verso il lato oscuro della Luna che vi terrà occupati per almeno i prossimi sei mesi. – Giulio Beneventi


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The Rolling Stones – Havana Moon (Live) [Rock, Nexo Digital]

Dei vecchietti che vanno a Cuba, e non per fumare sigari o per del turismo sessuale. Almeno, non solo per questo. I Rolling Stones per la prima volta nella loro carriera sbarcano sull’isola di Compagno Fidel per un concerto storico, anche perché in concomitanza con l’ufficiale distensione dei rapporti tra il piccolo stato comunista e gli Stati Uniti d’America. E i vecchietti, Mick Jagger in primis, tengono in pugno il pubblico numerosissimo presente sotto il palco (si parla di un milione e duecentomila persone o giù di lì) molto meglio che la stragrande degli sbarbatelli boriosi di oggi. E con questo commento mi sento vecchio anche io. Ma è anche per questo che consiglio di comprare questo supporto video filmato con gli ultimi ritrovati tecnologici. E ricordate: Ronnie Wood non riuscirete nemmeno una volta a vederlo incazzato. Lui ama tutti. Ama anche me. Ama anche te. – Andrea Mariano


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Vasco Rossi – Vasco Non Stop [Rock, Universal]

Quattro inediti che strano ma vero non dispiacciono, una raccolta monumentale, il bilancio di una carriera, di una vita. Quattro CD l’edizione standard, otto dischi compatti, un disco triangolare contenente “Gli Angeli” e 2 DVD per la versione deluxe, praticamente non vi basta un mese per spolpare per bene tutto quel ben di dio. Un’occasione per avere la visione completa di quella che è stata l’evoluzione (nel bene e nel male) di un’entità che ha fatto (nel bene e nel male) la storia della musica italiana (bene o male). – Andrea Mariano


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Emeli Sandé – Long Live the Angels [Soul/R&B/Pop, Virgin]

Ci aveva già provato nel 2012 con “My Kind of Love”, una hit mozzafiato ma non abbastanza ruffiana per farsi largo tra l’esercito di big mamas dell’R&B e del modern soul. Stanca di vivere all’ombra della connazionale Adele, Emeli Sandé si gioca la carta delle contaminazioni pesanti, infarcendo la sua seconda fatica discografica di pulsanti bassi elettronici e agguerriti beats di scuola hip-hop, gli stessi che secondo l’opinione pubblica avrebbero trasformato Beyoncé e Rihanna da “semplici” pop star in vere e proprie sperimentatrici (ma anche no). Senza troppi giri di parole: l’avanguardia è ben altro (FKA Twigs, anyone?), ma chi cerca una sana dose di pop contemporaneo dalle spiccate influenze black – cantato da dio, per giunta – potrebbe trovare in “Long Live the Angels” una valida alternativa alle solite note. – Marco Belafatti


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Martha Wainwright – Goodnight City [Singer-Songwriter, [PIAS]]

Sorella del ben più noto Rufus, Martha Wainwright fa capolino nel panorama musicale del 2016 sprovvista di un curriculum particolarmente eclatante. “Goodnight City”, quarto album in studio per la canadese, paga lo stesso scotto dei suoi predecessori: l’eccessiva cura del dettaglio, l’audacia jazzy delle linee vocali, la fredda “perfezione” da cui Wainwright fatica a slegarsi lasciano intravedere un’attitudine alla scrittura elitaria e persino snob, a tratti fastidiosa. Come quando si cerca di fare il verso alle grandi dive della musica contemporanea (Edith Piaf in “Look into my Eyes”, Kate Bush in “Before the Children Came Along” e così via). La musica di Martha Wainwright non è affatto brutta; avrebbe semplicemente bisogno di un ingrediente che riesca a renderla meno altezzosa e viscerale quanto basta per evitare di mainfestare segnali di insofferenza dopo un unico ascolto. – Marco Belafatti

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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