Porte Aperte: le porte chiuse delle zecche rosse di Sanremo

Il buongiornissimo sovranista degli Of New Trolls e le urla allo scandalo buonista

Piccati da un’esclusione da Sanremo praticamente sacrosanta, i reduci dei New Trolls (che si chiamano Of New Trolls, con quell’Of usato come complemento di origine e non di materia) hanno ben deciso nel corso della scorsa settimana di farsi un poco di immeritata pubblicità, sollevando un polverone per essere stati scartati, a detta loro, a causa delle opinioni politiche narrate nella sfavillante “Porte Aperte”. A dire il vero, la protesta di Nico Di Palo e Gianni Belleno era meno esplicita e un po’ più sibillina, tanto da poter far credere che fossero addirittura in buona fede. Quando poi le menti raffinate di Libero e del Giornale hanno cominciato a urlare allo scandalo mettendo in contrapposizione il pezzo scartato con le dichiarazioni buoniste di Baglioni (“il nostro Paese è incattivito e rancoroso verso l’altro. Quest’anno al Festival vogliamo portare l’armonia. L’avvicinamento degli opposti”), il buon Belleno ha fugato ogni dubbio sui propri intenti al Secolo XIX, esternando praticamente un manifesto social dei cinquantenni leghisti: “prima si mettano a posto le cose qui, aiutando gli italiani, poi si può anche pensare di dare una mano agli immigrati” e poi “Io sono un cantautore, scrivo ciò che vedo. E oggi vedo che gli italiani faticano ad arrivare alla fine del mese.”.

Ma al testo torniamoci dopo: prima ascoltiamola.

“Porte Aperte”, anche alle orecchie di chi l’italiano non lo capisce, è una canzone di merda. Ma veramente una canzone di merda. Lo potrebbe capire anche un migrante irregolare che questo pezzo meriterebbe di essere scartato non soltanto da Sanremo ma anche dalle più scarse delle sagre dell’uva. Una cafonata simil-Pooh con un paio di svolazzi di violini finti da ascoltare mentre si è accarezzati dalle sere, con un assolo neoclassico che non c’entra un cazzo e una quantità di stomachevoli coretti da educandato a impreziosire tutti i ritornelli. Un orrore di quattro minuti che fa capire bene perché Vittorio De Scalzi sono vent’anni che preferirebbe essere accostato al Ku Klux Klan o all’Inter di Rafa Benitez, piuttosto che a chi sta portando avanti una crociata per infangare un nome che fu una volta davvero importante per il panorama musicale italiano. “Porte Aperte” non andrà a Sanremo perché a confronto di questa roba qui “Grande Amore” de Il Volo era avanguardia di rottura, qualcosa di pari alla concrete music per impatto sulle tendenze e sul gusto musicale.

Però, visto che ormai si è voluta strumentalizzarne anche l’esclusione per fare le pietose vittime del buonismo, e visto che le pagine facebook degli eroi gialloverdi stanno urlando allo stupro della libertà di pensiero (qualche giorno dopo che hanno oscurato le pagine satiriche di Di Majo), val la pena di parlare anche del testo. E nel testo c’è tutto: l’antieuropeismo (“di un unione fatta di parole e di ipocrisie”), la querelle riguardo l’apertura dei porti e il benaltrismo dei terremotati, invero in una elegantissima veste metaforica (“le nostre porte aperte al mondo e il terremoto che le spazza via”), la retorica del cibo nel piatto e la necessità del reddito di cittadinanza, con l’utilizzo delle giuste keyword (“C’è molta gente disperata che non ha perso la dignità”), la fantascienza (“Ma siamo gente appassionata  della cultura e dei musei”), gli immikrati che ci rubano il lavoro e il wi-fi (“sono troppi gli occhi sconosciuti / troppi intorno a noi  / tutti i nostri sacrifici  / sono a rischio sai”).

Tutto bellissimo, tutto perfettamente condivisibile (e condiviso) da stuoli di sostenitori di felpate bestie, passati velocemente alla shitstorm contro Baglioni che si è aggiunto in un istante al nugolo di orribili zecche rosse della tv (vedasi voce Fazio sull’enciclopedia del sovranista, vedasi meme di qualità riportato qui sopra). È così che l’affaire da musicale diventa prettamente sociologico/propagandistico, tanto che la schifezza “Porte Aperte” finisce su Spotify con tanto di bordino tricolore sulla copertina, e che menti brillanti come quelli della Meloni si prodigano a fare da endorser di questo nuovo episodio della guerra tra musica e società civile, secondo soltanto all’indimenticabile “Italia Amore Mio” di Pupo ed Emanuele Filiberto.

Noi che però al sottobosco dei kaffè social non diamo risalto possiamo dirci salvi, dall’alto del nostro Sanremo libero dalle destre, dove si esibirà Achille Lauro. Già: che immense fortune. What a time to be alive.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

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