Come MasterChef mi ha rovinato la vita

Come ho deciso di diventare Carlo Cracco con le puntate di un talent show.

Mi sono sempre chiesto cosa ci volesse per essere uno chef. Uno come Carlo Cracco, per dirne uno a caso. Un maestro dell’arte culinaria che riesce ad accoppiare gli scampi col maiale, o la gallinella con le alghe. Credo che non basti semplicemente fare l’alberghiero, nè la semplice inventiva o il talento possono essere una giustificazione, perchè se provassi ad abbinare la capasanta col pecorino romano penso che mia madre mi farebbe ricoverare. No, c’è qualcosa di più, qualcosa sotto. Ed è per questo che la mia curiosità si è sviluppata in interesse, che è sfociato in ossessione. E tutto per colpa di MasterChef.


Sono un ragazzo che ha ricevuto un’educazione culinaria siciliana. Tre quarti di quello che cucino prevede soffritti, un terzo dei piatti contiene l’aglio o fritture, le elementari e le medie le ho passate nella cucina della mamma, le superiori in quelle delle nonne e delle zie. Il mio aperitivo è la caponata, la frittata un contorno, la frittura profuma, non puzza. Questo è il motivo per cui non riuscirò mai a capire a fondo la cucina gourmet, o semplicemente la cucina degli chef con una o più stelle Michelin. Però ho fatto un tentativo. Mi sono avvicinato a MasterChef con la stessa curiosità con cui un turista straniero guarda lo sfincione, cercando di cogliere tutte le sfumature necessarie che lo distinguono dalla pizza (sono due cose diverse, sappiatelo), le stesse sfumature che portano una persona comune a diventare un Executive Chef di un ristorante. Potenzialmente, mi sono detto, anche io potrei diventarlo. Certo, dovrei studiare, come minimo fare un corso, visto che i concorrenti sono selezionati e non sono degli sprovveduti (quantomeno non totalmente), ma si potrebbe fare. Dunque è così che inizia tutto, con la quinta edizione di MasterChef.

Lo sfincione è questo, così alto. Diffidate dalle imitazioni.

MasterChef Italia 5 è stato per me il fattore che ha scatenato la mia ossessione. Ho visto Cracco e Cannavacciuolo prendere per il culo concorrenti come Maradona, Bastianich apprezzare un risotto al rognone, Barbieri biascicare le esse con la solita parlata bolognese. Andavo convincendomi sempre di più che sarebbe bastato poco per cambiare le cose, per riuscire a fare mio tutto quel bagaglio di consigli e suggerimenti che mi venivano trasmessi da un semplice talent. E così ho iniziato. Ho modificato la mia caponata utilizzando le mele al posto delle melanzane, ho destrutturato un cannolo distruggendolo, ho cercato di ricreare la torta della nonna scomposta, anche se la cucina sembrava la spiaggia del trailer di Dunkirk. Ma, cosa più importante, motivazione e convinzione non mancavano. Non riuscivo più a pensare ad altro se non a cucinare. Volevo avere le mani in pasta, sempre. Letteralmente. In aggiunta, dovevo crearmi un personaggio. Non basta saper accoppiare gli ingredienti, reperire le materie prime e scovarne di nuove: uno chef è un artista, e come tale, per sua indole, deve essere stravagante, pensare fuori dagli schemi. Dunque la metamorfosi doveva essere completa. Non dovevo soltanto scegliere un mestiere e raffinare le mie capacità, dovevo cambiare vita.

Guardando le puntate di MasterChef, mi sono accorto di come tutti i giudici siano carismatici. Persino Cannavacciuolo, il più terrone (come me) dei quattro, sa come farsi rispettare, al di là della sua competenza. E così mi sono chiesto: considerando i tratti della mia personalità, chi potrei prendere come ispirazione per costruire la mia immagine di chef stellato? La risposta è Carlo Cracco. Lungi dal pensare che la mia vita potesse assomigliare alla sua, ho deciso di iniziare a studiarlo prima, comportarmi in maniera simile poi. Per prima cosa dovevo rifarmi il guardaroba. Le camicie le ho ma non le metto ogni giorno e preferisco portare jeans rispetto a pantaloni skinny, così sono andato dal primo negozio che potesse coniugare lo stile ricercato con i fondi a mia disposizione: Zara. Arrivato lì mi sono subito accorto che Zara non è esattamente il posto dove Carlo Cracco si vestirebbe. Sebbene i capi di abbigliamento abbiano un certo stile e conferiscano un certo aplomb, lo chef milanese non entrerebbe mai in un negozio di fast fashion per comprare capi industriali prodotti a tempo. No, Cracco veste prêt-a-porter. Durante la quinta edizione (vi pare che non lo so?) ha vestito Etro, un marchio italiano di Alta Moda che realizza giacche da 800€ e camicie da 300. Non avevo questa possibilità, così Zara era il giusto compromesso, mi sono detto, considerando anche che ci sono fashion blogger o presunti tali che si vestono lì. E dunque lo feci, comprai sette camicie, quattro paia di pantaloni e due giacche. Anche un papillon, giusto per non farmi mancare niente. Ma non bastava, non ancora. Oltre l’apparenza, bisognava cambiare l’essenza, e così feci.

Irraggiungibile.

Bisognava essere una persona diversa, per dare l’impressione che anche io mi sarei fatto il culo per diventare come Carlo. Ed ecco allora che iniziai a parlare con ironia malcelata, con troppa sagacia, senza il tono di voce del mio divo, ma con uno stile molto simile. Niente frasi del tipo «Veloce allora, svegliati!!!» pronunciate con la sua cadenza (anche perchè non avrei avuto a chi dirle), ma solo imperativi, quelli sì. Ricordo con piacere quando mia madre tornò a casa una sera e mi trovò in cucina durante una delle mie creazioni. Avevo deciso di fare una cena semplice per la famiglia, un primo ed un secondo: spaghetti trafilati al bronzo con scampi e crema di cocco, vitello su letto di prugne e riduzione al cioccolato. Tutto a spese mie, ovviamente. Mia madre, tornando a casa, volle sapere il menù, e glielo dissi. Dall’alto della sua ignoranza -perchè solo tale si può definire- mi chiese: «Ma cosa c’entra il cioccolato col vitello?»; la mia risposta fu in perfetto stile Cracco: «Silenzio! Vai via!», e così se ne andò mestamente, borbottando. La cena non andò bene: il cocco non riusciva a contrastare la dolcezza dello scampo, il cioccolato copriva il sapore del vitello. E così mangiammo tutti in silenzio, tacitamente d’accordo sul fatto che anche quella sera avevo fallito.

A questo punto, la sesta edizione di MasterChef era alle battute conclusive. I tre finalisti erano Valerio, Cristina e Gloria. Io tifavo per Valerio. Cristina non mi stava particolarmente simpatica, mentre Gloria la odiavo a causa della doppia faccia che aveva fatto per l’eliminazione della mia conterranea Margherita. Il tifo per il diciottenne romagnolo era dettato dal monito che rappresentava per me, più che dalla simpatia. Mi ripetevo: «Ecco, lui è là, e io sono qua. Ma lo raggiungerò». Nel frattempo, prima della finale, mi ero iscritto ad un corso di cucina, uno di quelli con lo stage incluso in un ristorante di uno chef famoso nella mia città. Mai scelta fu più sbagliata. Il presunto chef utilizzava aromi per coprire i soffritti, il dado vegetale e altre tecniche dalla discutibile professionalità per celare la sua incompetenza. MasterChef, intanto, era finito. Valerio aveva vinto e io avevo già deciso, dopo i miei fallimenti: per la settima edizione avrei fatto i provini. Era quello che volevo, confrontarmi con altre persone, mettermi in gioco e mostrare le mie capacità, soprattutto sapendo che Cracco avrebbe assistito. Ed ecco allora la notizia che non ti aspetti, non a quel punto: Carlo Cracco non farà parte della giuria di MasterChef 7. L’evento mi ha buttato giù, ma non per molto. Grazie al cielo ho saputo reagire, contando sul fatto che altri quattro chef qualificati avrebbero giudicato i miei piatti, e che forse una pacca sulla spalla ed un sorriso di Cannavacciuolo avrebbero saputo gratificarmi più di un «Bravo» di Carlo. Ma questa è un’altra storia, non ancora compiuta.

Se i sei paragrafi che avete letto vi sembrano surreali e al limite della fantascienza, forse ci avete preso. Seguo MasterChef e ho immaginato davvero di poter diventare come Carlo Cracco, ma la mia audacia ed il mio coraggio hanno dei limiti. Non mi sono spinto sino al punto di dover offrire pecunia ad uno chef per un corso di cucina per una promessa di stage, nè sono così tanto ingenuo da credere di poter diventare chef io stesso senza aver mai messo piede nella cucina di un ristorante. Ma pensarlo mi è piaciuto, scriverlo ancora di più. ADDIOS.

Alessandro Naimo

Cerco di appassionarmi al marketing per sopravvivere. Spazio dalle arancine alla musica agli Happy Three Friends. Terrone dentro, morbido fuori.
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