Dieci grandi remake cinematografici

reboot-and-remakes-2016Inusitati casi di rarissima dignità nel maleodorante limbo di eterna circolarità hollywoodiana.

 

“Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questi film, come tu ora li vedi e li hai visti, dovrai rivederli ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà in essi mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione ».”

Nietzsche è stato frainteso più e più volte, con conseguenze non propriamente felici. Non ci sarebbe poi così tanto da stupirsi se anche dietro la tragica situazione attuale di sterilità e carenza di originalità del cinema di Hollywood vi sia in realtà una subdola e distorta volontà di potenza impersonificata da qualche ricco magnate che avrebbe condannato la settima arte sin dalla sua genesi ad una infinitamente dolorosa coazione a ripetere. Mai sottovalutare la depravazione del genere umano e le sue vie contorte. Mai.

Ad ogni modo, comunque siano andate le cose, è senza dubbio triste appurare come la scelleraggine a stelle e strisce sia riuscita ormai a degenerare e straripare dalla metà degli anni ’80 in una estrema proliferazione di doppelgänger e doppioni senza spina dorsale di nobili pellicole del passato, tanto da far coincidere negli Zanichelli più moderni il termine remake cinematografico con i generosi sinonimi di immondizia, schifo-schifezza, porcheria, bruttura, vergogna, indecenza, oscenità, orrore, raccapriccio, scandalo, infamia, sozzume, sudiceria.
Nuove notizie di reato giungono da ogni parte in ogni momento e gli oggetti di scherno non sono solo più onesti cult movie ma anche le magna opera ritenute dai più intoccabili. Ed è così che inizi a sperare che il ruolo di prossima cavia non spetti proprio a “Gli Intoccabili” di De Palma; preghi che Zemeckis difenda anche col proprio corpo “Ritorno al Futuro” da mani bramose o che Fincher si chiuda a chiave in una stanza antipanico con i diritti di “Se7en”. Oltraggiato e disgustato dall’ennesimo affronto, a volte ti verrebbe da acquistare un volo per Los Angeles solo per andare a prendere per il cravattino il produttore di turno che sta pensando al modo migliore per stuprare “Jumanji” e sbraitarli in faccia: “Perché non fai piuttosto un dannato rifacimento di Lost In Space? O di Apocalypto? Cagate erano, cagate al massimo rimarranno. Fai solo un piacere all’umanità se riesci a migliorarlo, no? Voglio dire… quando arriveranno gli alieni ci dovremmo vergognare un po’ meno.”

48c3955c2ff08a3a3a34c2ec2e9a4cbeebd6cdb0c0a15274edad0cfb2d1e0fb4

Buzz Lightyear spiega la sciagurata realtà ad un incredulo Woody.

È tutto più che comprensibile. Anche perché non prendiamoci in giro: la ratio principale di questa tendenza yankee è una sola. Anzi, milioni… soldi. Dinero, cash, bigliettoni. Certo, qualche patriottico sofista potrebbe anche argomentare con basi quasi fondate che il motivo per cui si “rifanno” i film… è per non farli cadere nel dimenticatoio e per mantenere vivo il loro impatto emotivo. Del resto, cambiano i modelli di riferimento, cambiano le mode, le pellicole mute s’hanno da far parlare e quelle in bianco e nero da colorare, tutto per far conoscere e rendere i pilastri del cinema più facilmente suscettibili di identificazione ai nuovi arrivati, magari con una bella rinfrescata e un tocco più commerciale da era 2.0. No?
No, sono cazzate. La verità resterà sempre univoca ossia che gli americani – come ebbe a dire il maestro Piemontese – semplicemente “continuano ad essere irresistibilmente attratti dalla volontà di rifarli, piuttosto che dalla curiosità di vederli”. È la sindrome da desiderio innato di mettersi in diretta competizione con chi ti ha preceduto. Sta di fatto che la fabbrica dei sogni dello zio Sam se ne sbatte altamente di tutto ciò che non combacia con la loro visione del (loro) mondo: nel progetto di progressiva americanizzazione (“californicazione”?) di tutto ciò che non lo è, c’è poco spazio per film stranieri con fastidiosi sottotitoli o operette asiatiche piene di sciabole e urletti. Questo è.

Eppure, tali sporche operazioni non sono sempre da condannare a priori. Perché, a riprova del fatto che non tutto il male vien per nuocere, dagli ingranaggi della spietata macchina macina-blockbuster a volte (e ripeto, A VOLTE) fuoriesce qualcosa di dignitoso. A volte addirittura qualcosa di più: guarda caso, quando ci si affida a registi che sanno il fatto proprio, almeno il livello-immondizia lo si supera (ok, Spielberg con “La Guerra dei Mondi” è una pesante deroga), approdando quantomeno alla soglia della mediocrità cinematografica in cui sguazza allegramente la stragrandissima maggioranza delle pellicole USA. In altri casi invece vi è proprio il Successo, per le tasche dei produttori e per i poveracci nelle multisala che almeno dopo il salasso del biglietto di ingresso si beccano una buona minestra, riscaldata ma molto succulenta.

Ordunque, dopo una lunga esperienza visiva masochista, abbiamo selezionato tra le cascate di remake susseguitisi nel tempo proprio dieci di questi rari esemplari, dieci lungometraggi che escono a testa alta dal confronto coi loro predecessori da cui sono stati tratti e che si permettono, in alcuni casi, addirittura di guardarli dall’alto in basso. Il focus è calibrato cronologicamente dagli anni Ottanta in avanti, ossia da quando la via del rifacimento si fece buia e criticamente patologica. Anche perché sarebbe troppo semplice sbrigarsela in fretta con i classiconi di un lontano passato ancora incorrotto e buttare sul piatto le doppie (anzi, triple) interpretazioni di “A Qualcuno Piace Caldo”, l’epicità di “Ben-Hur” (si, per chi se ne fosse dimenticato, stordito dal recente rifacimento, è in realtà anch’esso il remake-del-remake dell’originale trasposizione muta di inizio Novecento) o i furti legalizzati di “Per Un Pugno di Dollari”. No, a noi piace farci del male, navigare nel mare più maleodorante di melma nitrocellulosa e ripescare anche nelle acque più tormentate.

Orsù gente, alle barche.


1) IL BACIO DELLA PANTERA
Paul Schrader, 1982

Il Bacio Della Pantera – Jacques Tourneur, 1942

 

 

Dopo otto lunghi lustri, Schrader riesce a vincere contro ogni pronostico la scommessa piuttosto azzardata di realizzare un rifacimento onorevole del celebre ed osannato horror di Tourneur. A brillare è soprattutto l’accurata scelta degli attori, primo su tutti McDowell, come sempre tormentato e velatamente perverso dopo la cura Ludovico. Ah sì, il tema musicale è curato dal nostro Giorgio Moroder e sua altezza David Bowie. Serve dire altro?


2) LA COSA
John Carpenter, 1982

La cosa da un altro mondo – Christian Nyby, 1951

 

 

Solo pochi eletti potevano essere in grado di tirar fuori da un classico come il celeberrimo “La Cosa Da Un Altro Mondo” un’ulteriore sontuosa opera d’arte, dai tratti addirittura più profondi ed innovativi. Carpenter e Russell sono indubbiamente tra quella ristrettissima cerchia. Eccome, se lo sono.
“Ditelo a tutti dovunque si trovino. Dovunque, scrutate il cielo”.


3) IL BOUNTY
Roger Donaldson, 1984

La tragedia del Bounty – Frank Lloyd, 1935

Gli ammutinati del Bounty – Lewis Milestone, 1962

 

 

Terza riproposizione cinematografica del più famoso ammutinamento della storia. Non è forse tempo per il comandante Bligh di farsi furbo? Ad ogni modo, non è eresia affermare che le interpretazioni di Anthony Hopkins, Mel Gibson e Daniel Day-Lewis reggono il confronto con le prodezze di Marlon Brando e prima ancora di Clark Gable. Dai, tre (quattro col giovine Liam Neeson ancora in periodo di gavetta) contro due, è quasi parità. Le scenografie mozzafiato e la colonna sonora (tanto per cambiare da pelle d’oca) del sommo Vangelis blindano il tutto e colmano l’eccedenza.


4) LA MOSCA
David Cronenberg, 1986

L’esperimento del dottor K. – 1958, Kurt Neumann

 

 

Con un brutale uppercut, un Cronenberg nelle vesti di dottore stende uno degli allora capisaldi dell’horror fantascientifico, lo sbatte sullo stesso tavolo degli esperimenti, lo viviseziona nei temi più oscuri tessuti da Langelaan (molti critici ci videro freddi riferimenti all’AIDS, nei suoi giorni più duri) e ne tira fuori un diamante grezzo che diverrà immediatamente (e, oserei aggiungere una volta tanto, giustamente) un indiscutibile cult del suo genere. Caso più unico che raro in cui successo, merito e genialità vanno a braccetto, di pari passo. Cosa che invece non fanno pellicola originale e remake, dato che il secondo eccezionalmente supera il primo. Forse non di tanto, ma comunque lo supera.


5) CAPE FEAR
Martin Scorsese, 1991

Il promontorio della paura – J. Lee Thompson, 1962

 

 

Saltiamo di prepotenza negli anni ‘90, platealmente carichi di violenza con uno Scorsese che prende la novel di John D. MacDonald e restituisce con forza ai mittenti un out-put schizofrenico, opponendo la fluidità di casa allo schematismo dell’originale trasposizione di J. Lee Thompson con Gregory Peck e Robert Mitchum, che qui ritornano all’ovile in ruoli minori. E loro sono sempre la leggenda… ma anche il De Niro tatuato e il Nick Nolte giurista non scherzano.


6) LOLITA
Adrian Lyne, 1997

Lolita – Stanley Kubrick, 1962

 

 

L’esperienza insegna che pronunciare invano il nome del Gigante Stanley in un discorso anche soltanto vagamente critico può essere motivo di dissoluzione di amicizie durature. Kubrick è santo ed innominabile, come le mamme. E di sicuro nessuno gli sta davanti né raggiunge la perfezione delle sue pellicole: questa è una norma cogente da stamparsi velocemente in testa. Eppure qualche eccezione in realtà c’è, basti pensare al celebre caso del sesto lungometraggio in carriera, trasposizione della tragedia di Nabokov: trent’anni dopo infatti la prosa dello scrittore russo è ripresa per mano dal prode Lyne con maggior saldezza, accompagnata con più sensibile fedeltà e meno surrealismo verso quel significato più profondo che il percorso di Kubrick fu costretto in parte a dribblare, complice anche il periodo storico più avverso e incline a facili censure in cui egli dovette girare.
Come direbbe Wenders, così lontani, così vicini. Rarissimo caso in cui padre e figlio si eguagliano, perfettamente paritari, come due visioni diverse dello stesso universo. Proprio come lo sono da una parte Lola, Dolly, Dolores e dall’altra… Lolita.


7) INSOMNIA
Christopher Nolan, 2002

Insomnia – Erik Skjoldbjærg, 1997

 

 

La brillante mente di “Memento” e “Inception” si confronta con un atipico thriller norvegese in cui i ruoli di persecutore e perseguitato si rovesciano continuamente, chiamando al suo cospetto le Loro Maestà Al Pacino e Robin Williams. Il risultato è un lavoro di ampio talento e prestigio (if you know what I mean), a distanza di anni ingiustamente poco considerato. Che dire, è il Jackie Brown nolaniano.


8) THE DEPARTED
Martin Scorsese, 2006

Infernal Affairs – Andrew Lau and Alan Mak, 2002

 

 

Ancora Scorsese, ovviamente. Questa volta il regista numero uno della grande Mela mette mano alla sceneggiatura di taglio curiosamente americano dell’hongkonghese “Infernal Affairs”, traendone uno stupendo gioco al massacro che non lascia superstiti. Jack Nicholson furoreggia con dildi di gomma, DiCaprio si conferma in cataclismatica crescita esponenziale, Wahlberg ruba la scena. C’è voluta soltanto la bellezza di venti lungometraggi, ma la fin troppo ritardata pioggia di Oscar finalmente comincia.


9) IO SONO LEGGENDA
Francis Lawrence, 2007

L’ultimo uomo della Terra – Sidney Salkow and Ubaldo Ragona, 1964
1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra – Boris Sagal, 1971

 

 

Il one-man-show di un Will Smith come sempre in forma e patito di Bob Marley va in scena in una New York ormai più abitata solo da zombie e leoni della Fifth Avenue e non ha grossi problemi nel superare in qualità i suoi due precursori cinematografici. Purtroppo però non riesce a fare altrettanto con i suoi difetti congeniti, non potendo scrollarsi di dosso la claudicante pecca di smarrire in toto lo “spirito” dello splendido romanzo omonimo di Richard Matheson, condensata a tratti più traumatici nel finale (originale o alternativo che sia) completamente diverso, praticamente agli antipodi nel significato di chi sia il vero mostro. Evitiamo di parlare della morte della cagna Sam, il ricordo brucia ancora troppo.


10) MILLENNIUM
David Fincher, 2011

Män som hatar kvinnor – Niels Arden Oplev, 2009

 

 

Stieg Larsson trova il suo perfetto speculare cinematografico soltanto post-mortem, nella figura di un David Fincher sulla cresta dell’onda dopo il successone di “The Social Network”. I critici con la puzza sotto il naso trovarono alla sua uscita insopportabilmente e intollerabilmente squilibrato (leggetelo in tono snob, con la erre moscia) il confronto con il capolavoro letterario, eppure lo straripante talento del regista di Denver nell’assemblaggio di atmosfere cupe e livide riesce a ricreare nel miglior modo possibile l’effetto noir caratteristico della trama, sicuramente più del primo adattamento scandinavo. Schietto e diretto, il coinvolgimento si insinua spintonando e provocando dolore a chi guarda, accompagnato dal tappeto musicale di Trent Reznor. La dedizione di Rooney Mara nell’interpretazione poi sconcerta. In una parola: potente.


 

Menzioni speciali

 

La Signora In Rosso (1984, Gene Wilder)

Salto nel buio (1987, Joe Dante)

Always (1989, Steven Spielberg)

Four Rooms – L’uomo di Hollywood (1995, Quentin Tarantino)

Red Dragon (2002, Brett Ratner)

Man On Fire (2004, Tony Scott)

Casino Royale (2006, Martin Campbell)

Quel Treno Per Yuma (2007, James Mangold)

13 assassini (2010, Takashi Miike)

 

Leggi anche: Reboot e remake – Film in crisi d’esistenza

 

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *