Eurovision 2017: l’evoluzione inciampa

Sproloquio a cura di Giulio Beneventi e Riccardo Coppola

Il Darwinismo non regge: il listone di chi ce l’ha fatta, spesso incomprensibilmente, per la finale dell’Eurovision. E i nostri commenti.

“Francesco Gabbani è più potente di un razzo sovietico. L’Ucraina ha già perso la Crimea, perderà anche il suo Eurovision Song Contest”. Che anche quest’anno a Kiev sarebbe andata in onda la kermesse dell’ultra-ignoranza, lo si capiva già dai commenti preventivi dei nostri colti inviati Rai. E così infatti è stato sin dalle prime battute.
Ma non potevamo sottrarci. Non potevamo abbandonare la scimmia nuda proprio nell’anno in cui l’Italia ha grandissime chance di portarsi a casa il primo trionfo europeo degli ultimi trent’anni.

Pur non essendo fisicamente presenti, ci siamo sentiti intimamente connessi con l’angosciante esplosione di colori fuori luogo e suoni senza senso che ogni anno si sfoga sul palco dell’Eurovision. Siamo stati lì anche noi. E per questo motivo abbiamo deciso di raccontare la nostra esperienza con ciascuna delle ventisei canzoni finaliste, nell’ordine in cui si esibiranno, dando a ciascuna di esse una nostra personalissima valutazione (da 0 a 5) di quanto sia una Baracconata Ignorante.

Tappatevi le orecchie e proseguite.

Le 5-10 persone presenti sugli spalti. (pic: Ralph Larmann)


IMRI – I Feel Alive (Israele)
Non è un nome d’arte, questo tizio si chiama veramente Imri: però mi piace immaginare la scelta di fare il lettering del proprio nome tutto in maiuscolo come un guanto di sfida all’intero cattolicesimo. Ciao Gesù, se questa oscena delicatezza da beach-disco alla Enrique Iglesias del medioriente ha il successo che speriamo, magari digitando il tuo acronimo preferito su Google spunterà “Forse cercavi: IMRI”. Mezzo punto in più per la canotta da bisticcio. – BI value: 4.5/5

Kasia Mos – Flashlight (Polonia)
Coreografia e vestiario sintetizzabili facilmente in: il cielo stellato sopra di me, un asciugamano attorno a me (e un violinista). Kasia bilancia l’elargimento di tette e voce piena in un pezzo epic pop anacronistico e innocuo. Il ringraziamento al pubblico a fine performance sbugiarda un’orgia di effetti sul microfono. – BI value: 1.5/5

Naviband – Story Of My Life (Bielorussia)
Abbigliamento da battesimo per una coreografia super-kitsch su una nave volante. Il pezzo sembra partire come un’inattaccabile (quanto inutile) bambinata indie pop alla OMAM o Lumineers, poi però la confusione prende il sopravvento: il bielorusso ha un’incedere che sembra su un verso giapponese e sul successivo portoghese, le voci e i balli sono sia da zingarelli che poi da indiani d’america (con tanto di palmo della mano portato ripetutamente alla bocca). Che cazzo ho visto? Comunque sempre meglio di Blackmore. Hey hey, hay hay hay hay OH. – BI value: ?/5

Nathan Trent – Running on Air (Austria)
Patria di Mozart, Haydn e Schubert, nel Ventunesimo secolo il già impero Asburgico si trova ad essere rappresentato da un ragazzetto vestito in full white, con immancabile risvoltino tattico, e seduto su una mezzaluna ricoperta di glitter. Il tenero Nathanaele Koll ha 25 anni e porta un pezzo che farebbe sembrare il primissimo Ed Sheeran un veterano tipo Neil Young. Spensierato e intonato ma alla fine della fiera quasi sobrio e dunque inutile. – BI value: 2/5

Nathan Trent fa il maschio alpha scendendo da una luna fatta di glitter.

Artsvik – Fly With Me (Armenia)
Vocalizzi basati sulle I e coreografia di sole braccia che la fanno sembrare parzialmente la “Frozen” del Mar Nero. Etnicismo spinto con duduk, tar, percussioni strane e baselle di bassi elettronici tirate fuori dagli anni ’90. Fiamme. – BI value: 4/5

OG3NE – Lights and Shadows (Paesi Bassi)
Le Destiny’s Child della terra d’Orange, ricoperte di paillettes e coinvolte in un mezzo balletto stanco di cui sono le prime non contente. Sarò il livello di convinzione generale, sarà l’aria da Beyoncé Knowles che chiama sul palco le amiche che non sente da vent’anni, sarà l’inutile menata amorosa che cantano: il momento più bello dell’esibizione è stato l’inquadratura sul pubblico. – BI value: 1/5

Sunstroke Project – Hey Mamma (Moldavia)
Era dai tempi di Mr. Saxobeat che non si raggiungeva un livello simile di orrore house con sassofono da palpeggiamento impavido. Jessie Pinkman sale sul palco assieme anche a un violinista (ci mancherebbe) e si mette a invocare a ripetizione la propria genitrice per motivi che -su una canzone del genere- preferisco non conoscere. Le coriste sono vestite da sposa e hanno il microfono camuffato da bouquet. Fortunatamente la Moldavia dovrebbe essere molto lontana. – BI value: 5.5/5

Joci Pàpai – Origo (Ungheria)
Papai lo vedrei bene in un episodio di Game of Thrones, come una delle comparse Dothraki dalla faccia anonima che muoiono male. Il pezzo è per larga parte tanto diverso e sfrenatamente etnico (assolutamente il più tradizionale della competizione) che mi sono trovato a rimproverarmi di essermi dimenticato che l’Ungheria fosse in Nordafrica. Poi immancabile arriva il pippotto orrendo rappato. Malo malooo malo malooo. – BI value: 4.5/5

Animali fantastici e dove trovarli (e Gabbani)

Francesco Gabbani – Occidentali’s Karma (Italia)
Inizio con un Larussiano diciamolo: la prestazione del Gabbanone nazionale a Kiev è -vocalmente- lontana parente di quella del teatro Ariston. Ma Occidentali’s Karma distacca in pura e semplice qualità il 90% degli avversari – con il vantaggio del testo in italiano (il pubblico riesce a capire più agevolmente le stronzate d’amore cantate dagli altri) e di quel baffetto che fa ancora oggi bagnare le straniere. Capisco come si sentì il Brasile alla vigilia dei Mondiali 2014: spero che la storia non faccia schifo come suo solito e non si ripeta. – BI value: 5/5

Anja – Where I Am (Danimarca)
Il clichè fatto a canzone. Peggio dei porno: prima che inizi a cantare, sai già dove la bionda danese andrà a parare, quando ti beccherai il suo vibrato e quanto ti sfrantumerà gli zebedei il solito stile à la Mariah Carey. Magicamente gli acuti primordiali verranno doppiati dalla marea di sbadigli generali. – BI value: zzzz/5

Portogallo – Amar Pelos Dois (Portogallo)
Salvatore canta praticamente una ninna nanna, dovrebbe sembrare dolcissimo in quello che fa. A me con i suoi piccoli movimenti improvvisi, con il suo intrecciarsi le mani, con i suoi sguardi languidi, è sembrato piuttosto una sorta di versione di Smeagle particolarmente alta e con una folta chioma. Se fossi stato a vederlo in un locale e non dietro un pc avrei forse chiamato il 118. La canzone è una mezza audioguida al concetto di noia – buona per un film d’autore, non certo per il palco su cui si trova. Ma intanto lo danno per vincitore. VINCITORE. – BI value: 0.5/5

Dinaj – Skeletons (Azerbaijan)
Una grande lavagna che si va scassando durante la performance e una coreografia affidata ad un uomo con una testa da cavallo. In tale mise-en-scene tamarramente concettuale la buona Diana, dal capello leccato e argenteo e in un trench da flasher, si dimena scrivendo mezze parole alla lavagna e dandoci di voce piena e talmente pulita da sembrare uno studio recording. Not bad. – BI value: 3/5

Le due personalità e l’immutabile fascino di Jacques Houdek

Jacques Houdek – My Friend (Croazia)
E anche quest’anno la solita dose di trash è pienamente assicurata. Un Dennis Nedry barbuto (ah ah ah) si rende ridicolo sin dalla presentazione, sdoppiandosi in un duetto con se stesso che strizza l’occhio unicamente allo spettacolo di Cirilli a Tale E Quale Show. Che spreco di talento. Se appartenessi alla Croazia, mi sentirei disgustato dal beccarmi una robaccia del genere sulla Tv in chiaro e dall’essere inoltre rappresentato da essa in Europa. Insomma, croato e mazziato. – BI value: 100/5

Isaiah – Don’t Come Easy (Australia)
Il profeta passeggia su un tapis-roulant mentre alle spalle scorrono gigantografie di se stesso alto trenta metri. Mocassino tattico da arresto immediato. Voce profondissima per un diciassettenne, prova un falsetto esagerato rischiando forse un’ischemia. Che cazzo c’entra l’Australia all’Eurovision? – BI value: 2/5

Demy – This Is Love (Grecia)
La Grecia dopo tutta la merda che ha dovuto passare negli ultimi anni è stanca di canzoni lente e tristi. Demy ne approfitta per tralasciare da parte le lezioni di piano e mettere in mostra sorrisone Mentadent e talento vocale su ritmo tunz tunz. Ci manca solo il commentatore baffuto che grida “Su le mani!” ed è subito giostra di paese. – BI value: 4.5/5

Ogni didascalia che avevamo pensato per il buon Manel si è rivelata in realtà superflua. Eh boh, va così

Manel Navarro – Do It For Your Lover (Spagna)
La canzone di Navarro pare essere in lista solo per far sembrare più attraenti le altre in gara, come vuole la più vecchia regola del rimorchio. In ogni caso, grazie Manel. Davvero, sento il dovere di rigraziarti infinitamente. Grazie a questa tua colossale cafonata da bimbiminkia passare un’altra estate assieme a Alvaro Soler e compagnia bella non mi sembra più così triste. – BI value: 5/5

JOWST – Grab the Moment (Norvegia)
Dei daft punk incappucciati e un belloccio impossibile simile al figlio di McCartney si sentono in dovere di occupare il posto più moderno del momento, facendo paurosamente il verso ai Sunstroke Project. Eppure, contro ogni pronostico, suonano decisamente più credibili della metà della concorrenza. Onesti. – BI value: 2/5

Lucie Jones – Never Give Up on You (Regno Unito)
Se non ci fossero stati la Brexit e tutti i precedenti trascorsi, sarei stato ben felice che una inglesina vincesse questa competizione. Del resto, Lucie Jones ha tutto: voce potente, bellezza, sguardo ipnotizzante. Così non è. Comunque, purtroppo lo ammetto: possibile vincitrice da outsider. In tutti i sensi. – BI value: 1/5

La banda stessa di Hovig suggerisce il da farsi

Hovig – Gravity (Cipro)
Eccolo finalmente, il pirlone di turno che gioca a fare il Rag’n’Bone Man della situazione. Peccato che, oltre ai cento chili in meno, non abbia neanche un’oncia della sua potenza vocale. Forse se ne rende conto anche lui e a metà strada decide perciò di tentare la strada George Michael. Povero imbecille, per fare quelle cose ci vuole lo stesso talento. Ma questo Hovig non lo sa e fa lo stesso schifo. – BI value: 5/5

Ilinca ft. Alex Florea – Yodel It! (Romania)
Con un’apocalittica rumenata, al posto della nuova Dragostea Din Tei, un tizio tatuato e la spaziale gnocca al suo fianco mi sparano in faccia insieme due delle cose che disprezzo di più della musica: lo yodel e il rap. E sapete una cosa? Mi è piaciuto. Cazzo, se mi è piaciuto. Terribilmente genuino, tanto da venir voglia di far festa fino a collassare. Non so se sia masochismo o cosa. Forse è semplice matematica: meno per meno da più. Giusto? – BI value: 5/5

Cosa sta indicando il rumeno?

Levina – Perfect Life (Germania)
Questa biondona ariana nella semifinale di giovedì si è sparata un’entrata da erezione a catena. Ma doveva, poveraccia. Cos’altro poteva fare? Altro che perfetta, la sua canzone oltre ad essere più inutile di una lezione di etica a Norimberga, è anche un plagio spompo e spudorato di quel pagliaccio di David Guetta (“Titanium”). Ah, se ci fosse ancora Goebbels… – BI value: 5/5

O. Torvald – Time (Ucraina)
Non sapevo che Kirk Hammett avesse ingravidato artificialmente Niall Horan e generato una banda di ambigui discendenti. Ah, non è così? Strano, i O. Torvald sembrano proprio i classici figli di papà fighetti costretti controvoglia dal padre orgoglioso a fare i duri sul palco per non distruggere la sua reputazione. Questo non è rock. Figuratevi metal. Di band plasticose abbiamo già i Muse. Bastano e avanzano. – BI value: 5/5

Blanche – City Lights (Belgio)
Uno dei motivi per cui mi danno sovente dell’omosessuale è il mio amore sconsiderato per le birre Blanche. Questa Blanche, che viene giustamente da Bruxelles ma è contraddittoriamente roscia, mi piace molto meno: prestazione vocale scandalosa in ottave basse, pezzo indie simile a una “All I Want” dei Kodaline più veloce e con una basettina più up-beat. Mezza pinta al massimo. – BI value: 1/5

Robin Bengtsson – I Can’t Go On (Svezia)
La Svezia ci riprova a portarsi a casa il successone organizzando un siparietto super fashion degno di Victoria’s Secret schifosamente al maschile, con un mezzo Timberlake, mezzo Beckham. Morale: i vichinghi hanno più possibilità di vincere i prossimi mondiali, che queste finali. – BI value: 4/5

Kristian Kostov – Beautiful Mess (Bulgaria)
Da come si concia, fa apparire Michele Bravi come un duro e lo scimmione di Gabbani come un sex symbol. E fa una tristezza, questa pulce bulgara classe 2000, messa lì a cantare canzoni neomelodiche di altri clown e fare le mossette coreografate con quelle maniche Frav. Per favore, tagliategli quel ciuffo da cretino e riaccompagnatelo per mano a casa, che forse fa ancora in tempo a riscriversi a scuola. – BI value: 4/5

Alma – Requiem (Francia)
Comunque vada, il premio di fregna definitiva degli ultimi cinquant’anni di contest alla francesina Alma non glielo toglie davvero nessuno. Poi con quella sua pronuncia sensuale e una composizione del genere decisamente poco scontata, il podio può accompagnare solo. Mando tutti i punti possibili ed immaginabili, più una proposta di matrimonio. – BI value: 0/5

 

Alma, sposaci. Dai.

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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