Hemingway e il cinema – Odiare per sempre

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 Ordinaria storia di un amore non corrisposto.

 

Ernest odiava il cinema, ma il cinema sbavava per Ernest. Senza ritegno. Perché era un ubriacone e perché era un vincente. La sua vita era un attraente romanzo iperattivo: volontario sul fronte, viaggiatore, cacciatore di donne e di leoni, barcaiolo del Mississippi. Era perfetto: il soggetto “maschio” per eccellenza, almeno dieci volte più di London. E poi si, oltre all’eroica virilità e il fascino, aveva anche quel trascurabile talento di saper mettere una frase dietro l’altra in modo degno e dolorosamente sincero. Il cinema mise velocemente da parte Faulkner e andò in libreria a comprare tutti i diritti di ogni sua raccolta, persino quelli di qualche suo racconto breve; se li divorò voracemente e andò in brodo di giuggiole. Ebbe così la splendida idea di portarseli con sé, nel suo mondo di celluloide: «A Ernest piacerà tutto quello che sto facendo per lui», si ripeteva. Sbagliatissimo. Sebbene all’inizio, da buon fiction writer stipendiato per bene fece finta di apprezzare scegliendo lo stimato Gary Cooper col sorriso stampato sulle labbra, Ernest disprezzò sempre quella scelta. La odiò ogni giorno fino al 3 luglio del ’61. Certo, i 150.000 dollari a botta cinematografica se li prese ogni volta; i soldi erano fondamentali per viaggiare, per la sua Pilar, per la sua stremata ricerca. Ma quando premette quel grilletto, negli ultimi giorni di depressione che coronarono la maledizione di casa Hemingway, non è improbabile che questo era uno degli argomenti che più opprimevano la sua psiche.

Del resto, si diceva, «il cinema mi uccide proprio come mi dà da vivere». O era la pesca?

Ad ogni modo, in vita Ernest non mise mai piede su un set di uno dei film tratti dai suoi libri, neanche in quei rari momenti di ottimo stile come “I Gangsters” (1946) con l’ex furia-nel-deserto Burt Lancaster e la giovanissima Ava Gardner. Né mancò di deriderne pubblicamente la maggior parte di quelli non riusciti. Cioè quasi tutti. E il cinema, col cuore spezzato e una pagina di “Per Chi Suona La Campana” strappata tra le mani («Se tu non mi ami, io ti amo abbastanza per tutti e due»), come un’amante rifiutata e umiliata, decise quello che decidono tutte le amanti rifiutate e umiliate: farsi vendetta. Avrebbe comunque continuato a usare le sue opere, ma le avrebbe plasmate a sua immagine e somiglianza, secondo i corrotti canoni hollywoodiani da fiaba perbenista. Ernest in un modo o nell’altro ci sarebbe finito, davanti alla dannata macchina da presa. Poteva tenersi la sua vita, i suoi amori e tutte le sue bevute da record. Ma non i suoi lavori. Essi sarebbero arrivati alle grandi masse incapaci di leggere in modo storpiato. Volutamente maltrattati. E, come ciliegina sulla torta dello stupro, avrebbero avuto… un lieto fine. Un colpo basso.

Solo così si spiegano le violenze dal secondo dopoguerra in avanti ai danni del “Le Nevi del Kilimangiaro” (1952), con quel polpettone sentimentale (o melodramma languido, fate voi) che decide allegramente di salvare uomini destinati alla tomba, o gli scherzi di poco gusto rivolti ad “Addio Alle Armi” da “Stringimi Forte Tra Le Tue Braccia” (1951) in poi. O ancora il diabetico romanticismo delle altre innumerevoli second coming, l’impotenza de “Il Sole Sorgerà Ancora” (1957), il surreale e totale smarrimento di significato de “Il Vecchio e Il Mare” (1958) che rende vana persino la splendida prova di recitazione di Spencer Tracy… puri singhiozzi nel respiro dell’universo.

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Nicole Kidman e Clive Owen in un momento di sgomento, dopo aver assistito all’ennesima nefandezza sul set di “Hemingway & Gellhorn”.

Ma poi, viene da dirsi, il tempo guarisce le ferite, no? Gli anni passano e tutto viene messo da parte, giusto? Purtroppo è esatto solo parzialmente: alcune rimangono irrimediabilmente aperte, e il malinconico caso in questione ne è l’esempio più lampante. Il cinema sentì infatti di avere ancora un conto in sospeso con l’ormai defunto scrittore. Le sue opere ormai erano state spremute fino all’ultima oncia, le principali perlomeno, pagando la strafottenza con una delle più poderose libbre di carne. Non bastava più l’arte, ormai si pretendeva anche l’artista nella fossa dei leoni di Hollywood. Era perciò solo questione di tempo: dopo la calma piatta del ventennio degli action movies smargiassi, nel turbine dei Novanta anche per l’esistenza privata di Ernest sarebbe giunta l’ora della ridicolizzazione cinematografica, proprio nei suoi momenti più significativi in Italia, tra i letti d’ospedale di Milano dove conobbe la fugace ma ardente passione per Agnes von Kurowsky. Ormai più indifesa della carcassa stecchita e congelata di quel leopardo in Africa[1], l’immagine di Ernest dovette incassare diversi affronti, prima su tutte la flaccida sceneggiata da soap opera di “In Love And War” (1996) in cui subì stoica l’interpretazione di un imbarazzante O’Donnell nel suo periodo d’oro (e ho detto tutto). Come se non bastasse, i sempre illustri traduttori italiani si sentirono in dovere ancora una volta di peggiorare l’impeggiorabile, intitolando stomachevolmente la versione in patria… “Amare per sempre”.

Nell’attuale era ipertrofica dei remake ultratecnologici poi, il delitto non poteva che degenerare in un concorso di reati, nelle vesti di rifacimenti dai tratti ancor più romanzati e squallidamente imprecisi con l’unica preoccupazione di trovare volti appaganti alla vista: eccoci allora all’estraniante “Hemingway & Gellhorn” (2012) con la splendida Nicole Kidman, nel cui sorriso è racchiusa l’unica chiave per sopravvivere ai 155 disperati minuti che esige il film tv, sognando atti impuri che riescano a distrarre dal tedio desolante. Per poi infine arrivare all’apice di una vergogna che solo i giorni nostri potevano offrirci, con il recentissimo “Papa: Hemingway In Cuba”, pseudo-biopic stanco e prolisso (ancora non approdato nella nostra penisola) che cerca in tutti i modi e le inesattezze possibili di contraddire le parole del romanzo da cui è tratto – «L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto»[2] – provocando in chi guarda un’improvvisa ed apatica voglia di suicidio.

E giunti sino a qui, in quell’arcipelago che servì una volta da rifugio dalla tempesta e che oggi appare sullo schermo come un triste luogo dinnanzi all’oceano del disagio, davanti ad una patetica e strafatta controfigura presa in prestito dalla parodia parigina di Woody Allen[3], dobbiamo obbligatoriamente dirlo: basta. Davvero, stop. Non fa più ridere. È vero che «gli scrittori si foggiano nell’ingiustizia come si foggiano le spade»[4], ma a tutto c’è un limite e lo si è superato da un pezzo: neanche Fellini con “Nine” ha avuto un karma più spietato. Sul serio, sarebbe ora per il cinema di mettersi il cuore in pace e scegliersi un altro amore ossessivo da tormentare. Perché Ernest non meritava tutto ciò… ma neanche gli spettatori. Questa tragica faida ha avuto fin troppi danni collaterali.

Dopo decenni, è arrivato il momento di un necessario armistizio. O, quantomeno, di una pace separata [5].

"Papa: Hemingway in Cuba" e l'oceano di imbarazzo.

“Papa: Hemingway in Cuba” ovvero come deridere vita, opere e miracoli di uno scrittore in un colpo solo.

Forse è proprio ora di realizzare che la penna di Ernest non è mai stata o non è più adatta -date le modeste caratteristiche attuali della settima arte- a ricevere una trasposizione, men che mai la sua storia personale o la sua personalità plurivalente. O forse che per farlo è necessario un manierismo ed un intuito primordiale che non si fermi all’icona e che riesca a riprodurre in modo adeguato la vigorosità dell’uomo, oltre che il senso di desolazione e lo stile paratattico. Eppure lo scrittore di Oak Park lo aveva detto chiaramente a più riprese, forse sperando che il cinema capisse:

La giusta maniera di fare, lo stile, non è un concetto vano. È semplicemente il modo di fare ciò che deve essere fatto. Che poi il modo giusto, a cosa compiuta, risulti anche bello, è un fatto accidentale. [6]

Ma, si sa, ascoltare è una dote da eoni smarrita.

Il futuro oggi non appare molto roseo: all’orizzonte per il prossimo anno c’è già carica sulla rampa di lancio una nuova versione di “Di là dal fiume e tra gli alberi” con i bicipiti gelatinosi di Pierce Brosnan su cui puntare sicuri. Ma chissà, magari è un buon segno: magari è solo il presagio di un ritorno allo scialbo (ma almeno esclusivo, come in origine) depauperamento delle sole sue opere. La speranza è l’ultima a morire, mi dicono. Staremo a vedere.

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[1] Le Nevi Del Chilimangiaro (1936), incipit
[2] «L’uomo non è fatto per la sconfitta […] l’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto» sono le celebri parole del vecchio pescatore cubano Santiago che più di tutte racchiudono il significato immerso nelle pagine de Il vecchio e il mare (1952)
[3] Midnight in Paris (2011), scritto e diretto da Woody Allen
[4] Verdi Colline D’Africa (1935)
[5] Addio Alle Armi (1929)
[6] Da un’intervista al Times, 13 dicembre 1954

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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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