La vita mai narrata di Hector Salamanca, tra Arancia Meccanica e Breaking Bad

Ding Ding – Un breve excursus sul periodo sconosciuto della caduta di Don Hector “Tio” Salamanca

 

Di urban legends e fan theories attorno al mondo dell’intrattenimento e, più in particolare, riguardo film e serie tv ce ne sono sempre state parecchie. Quella che però di recente si è spinta ad inserire nella stessa linea temporale Breaking Bad come un prequel di The Walking Dead con tanto di “prove” è riuscita a battere di gran lunga la concorrenza. Una cosa tira l’altra e, tra strambe somiglianze di attori, coincidenze sospette e sniffate netflixiane, mi sono ritrovato una sera a dover sentenziare in ottica rovesciata un’altra “verità”: lo stesso Breaking Bad avrebbe a sua volta un altro prequel, oltre al celebre spin-off “Better Call Saul” attualmente fermo alla seconda stagione. O meglio, un antefatto minore più nascosto, usato da Vince Gilligan per creare un personaggio secondario, ma d’importanza essenziale nella trama, ossia Don Hector “Tio” Salamanca. E tale antecedente misterioso altro non sarebbe che quella geniale traversata di generi che siam soliti chiamare Arancia Meccanica, trasposizione kubrickiana dell’omonimo romanzo distopico scritto da Anthony Burgess. Tutto coinciderebbe nel lasso temporale compreso tra gli eventi della serie AMC e quelli narrati nelle vicende del giovine Saul Goodman, dove riappare lo stesso mafioso character, sempre interpretato dal magistrale Mark Margolis.

Non capite come sia possibile? Orbene, guardatevi la scena-hook del capolavoro di Stanley Kubrick per rinfrescarvi un attimo la memoria. Poi vediamo se riesco a convincervi.

Dunque, la dinamica è questa.

Hector Salamanca era un gran pezzo di merda, questo è poco ma sicuro. Ma ci aveva provato a cambiar vita, questo non lo sapete. Ci aveva provato davvero. Pochi sono a conoscenza dei fatti dietro al suo (per ora) misterioso crollo neurologico. A diversi anni dalla sua scomparsa nell’incidente di Casa Tranquila assieme al boss Gustavo Fring in circostanze poco chiare, è forse doveroso rendere note le sequenze più oscure della sua esistenza.

Diversi mesi dopo gli alterchi con Mike Ehrmantraut e le vicende seguenti, “Tio” decise che era infine giunto per lui il tempo del pensionamento: senza dare troppe spiegazioni, prese armi e ritagli e fece che trasferirsi in Inghilterra. Che strano paese, la terra britannica. Lontana anni-luce dal New Mexico. Sembrava di stare in un vicino futuro, un cosmo com’è immaginato nei miti dell’antico gnosticismo. Eppure qui, nonostante l’aria abbastanza tesa, il buon Hector era riuscito a rifarsi una vita tranquilla: si era infatti riscoperto scrittore di talento ed il suo primo romanzo – ovviamente di libera ispirazione, basato sulla toccante storia di due gemelli cresciuti stile Educazione Siberiana da uno zio associato al Cartello di Juárez – gli consegnò onestamente (per la prima volta) un bel pacco di soldi. Si fece la villetta con laghetto in campagna, che lasciò arredare completamente con stronzate artistiche Op-Art e pod bianco dalla splendida donna che conobbe in quegli anni. Le sue toste giornate ormai passavano così, lavorando amabilmente alla macchina da scrivere e passando le gelide serate avvolto dal calore casalingo, sul divano nero di famiglia. Potete fidarvi, era cambiato sul serio: in quei bei e felici giorni era una persona diversa, quasi gentile. Tanto che quando quattro simpatici ragazzoni si presentarono alla sua porta manifestamente dilaniati dalla sventura di un guasto automobilistico, si sentì di offrire il suo aiuto e il suo telefono di casa, facendo aprire dalla compagna la porta della sua moderna e signorile residenza. Quella porta fu il segmento che lo riporto a ciò che era sempre stato e che era destinato a tornare. La nuova dolce vita di Hector Salamanca venne stroncata così, da un brutale calcio in faccia e dall’ondata successiva di ultra-violenza che lo condannarono per i suoi restanti giorni alla sedia a rotelle.

Nelle settimane che seguirono chi tentò di ricostruire la vicenda parlò di ictus sopraggiunto durante la tragica sequenza di stupro della compagna. Ma in realtà non andò così. Hector, nonostante l’infermità, si vendicò del capo di quei drogati di latte e mescalina dal naso lungo. E per poco non riuscì a farlo suicidare. Qualcuno in politica deve aver insabbiato la cosa. I giornali ne parlarono a malapena; la polizia, piena di ex-criminali senza la sua collaborazione (“Si fottano i poliziotti”), fece peggio di “Changeling”.

No, il dannato colpo apoplettico giunse dopo, una volta tornato in Messico dopo la morte per polmonite della donna amata persa nello shock, in una delle lunghe notti dell’anno seguente, quando ancora come uno sconfitto Hemingway rifletteva sul più grande affronto che gli fu riservato da quel gruppetto di punkettoni squinternati in calzamaglia bianca… la mancanza di rispetto. Proprio a lui, un Don della malavita, il più temuto dalle sue parti, assieme a Don Eladio e Juan Bolsa. Non poteva accettarlo. Ma proprio quando decise di ritornare in auge, di rendere di nuovo grande il nome della casata Salamanca (“La famiglia è tutto”, del resto) e farla pagare a tutti – compresi i vecchi nemici e traditori cileni che improvvisamente tornarono ad avvelenargli la psiche -, l’attacco cerebrovascolare ebbe definitivamente la meglio, sulle atroci note di “Singing in The Rain” che stava no atrocemente passando alla radio lasciata accesa, portandogli via anche il dono della parola e della bestemmia.

Che infame, la sorte avversa. Ma neanche essa sarebbe riuscita a sottrargli il senso del rispetto. E della fredda vendetta… contro chi non rispetta (che rime, ragazzi). Non ci riuscirono i 17 anni di dura prigione a San Quintino, né il mare di violenza che conobbe la sua vita. Ad aiutarlo nell’ormai unico scopo rimastogli bastarono soltanto un campanello, l’amore del dolce nipote Tuco e poche parole di incoraggiamento di qualche rasato conoscente: “So che mi odi ma scommetto che esiste qualcuno che odi persino più di me”. Il resto è storia.

 

Leggi anche: Il ritorno di Gustavo Fring in Better Call Saul genera hype

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
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