Quando lo spoiler non è la morte civile

spoilerDei corretti e civili utilizzi dello spoiler – Un appunto.


Spoiler ⟨spòilë⟩ s. ingl. [der. di (to) spoil «spogliare, saccheggiare, guastare»

Breve storia triste. Anno domini 1998. Torino, capoluogo di regione. Per alcuni, capitale d’Italia (Roma provincia…). Piove, tanto per cambiare. Mi trovo in coda con mio cugino in uno dei primi diabolici multisala, per fare i biglietti e vedere Armageddon. Fine.

Scherzo. Anche se, del resto, ci potrebbe anche stare. No, non è tutto. La prosecuzione è ancor più mesta. Dicevamo, coda al cinema, sgranocchiando dei popcorn dal prezzo non ancora succhia-sangue. Dall’oscuro tunnel dell’atroce proiezione precedente appena conclusa comincia a sgorgare una folla stranamente silenziosa. Da quell’ammasso di persone mute e a capo chino, con negli occhi lo spazio sufficiente per i soli crisantemi da portare sulla tomba profanata della Cultura cinematografica, emerge un chimerico tizio pelato dal baffo sospetto. Passa incurante come un novello Virgilio assieme agli altri musi lunghi appena purgati, sembra sparire, poi ci nota, improvvisamente qualcosa si accende nei suoi provati occhi color cenere, si avvicina rapidamente, prende un invidiabile respiro fantozziano, gonfia il petto e ci sbraita a bruciapelo: “Bruce Willis muore anche stavolta!”. Poi se ne va in un turbinio di bestemmie, senza voltarsi indietro, come il peggiore degli ingrati che lo mette nel culo senza usare la cortesia di menarglielo davanti per sdebitarsi. All’epoca ero tanto (troppo) giovane e pensai disperato di aver subito semplicemente la simpatia di un antenato di Diego Fusaro. Solo a posteriori realizzai che, con ogni probabilità, quel prode uomo dal cuoio capelluto privo di peli era l’eroe che meritavamo ma di cui ancora non avevamo bisogno: in qualche modo, stava valorosamente cercando di avvertirci e di salvarci dalla imminente collisione con la prima vera cagata di Michael Bay, degna di una Minaccia Fantasma diretta dal peggiore Danny Boyle. Il suo era un “Fuggite, sciocchi!” misericordioso. Che, ahinoi, non fu colto. Purtroppo, in quel momento non riuscii a comprenderlo e la furia contro gli innocenti angeli e le madonne prese il sopravvento. E, di malumore, entrai in sala.

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Sempre la solita storia.

Lo spoiler tradizionalmente ha quell’effetto: ti pugnala senza preavviso nelle costole e sottrae ai tuoi occhi ogni possibile senso di un film, serie tv o romanzo che sia (anche di quelli di merda), spillandoti nel cuore ondate di nera rabbia assassina. Seguono fasi di depressione con annesse vasche di gelato al pistacchio e tentativi di omicidio-suicidio che possono degenerare in sindrome da burnout. La visione comune occidentale di tale fenomeno è da racconto di Stephen King: la carissima Mietitrice che si presenta in anticipo, con tanto di falce e cappuccio Frav, e ti dice esattamente quando ripasserà a prenderti, manco fosse un nuovo capitolo di Arrival (e vabbè dai, in un articolo di spoiler pensavate di non beccarvene uno?).

Lo spoiler è il male, lo spoiler è da estirpare, lo spoiler è più odiato dei rapper bianchi che sognano di avere un sogno, come testimoniano graziosi esperimenti sociali. Eppure, tutto questo eccessivo livore contro gli spoileroni di classe uno (vedasi per approfondimenti il poetico Trono di Spoiler dei The Jackal) è in parte ingiustificato. Si, avete capito dove voglio arrivare. No? Va bene, allora lo dico senza giri di parole: lo spoiler può avere delle utilità. Non per forza è dannoso. Mica sono io ad affermarlo, eh. Ci sono in campo fior fior di professoroni di stirpe all’Università della California di San Diego, talmente qualificati da essere pagati per occuparsi di queste cafonate. Ebbene, secondo codesti altolocati studi clinici, lo spoiler, nonostante ammorbi la sorpresa, finirebbe in realtà per stimolare positivamente la fantasia e la presa emotiva con la trama. Del resto, come si spiegherebbe altrimenti il gusto di rileggere un libro o di rivedere per la tredicesima volta una pellicola? In pratica, presti più attenzione. Ti godi di più il viaggio. Non è poi così male, no?

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In bocca al (meta)lupo per l’imminente stagione di GoT.

E poi, in fondo, quanto al tanto decantato effetto-sorpresa, abbiamo detto che lo spoiler altro non è che una semplice anticipazione del futuro. Non vorreste sapere cosa accadrà, in determinate occasioni? Sarebbe davvero così tragica una piccola sbirciata in avanti?

Facciamo un esempio. Mettiamo il caso in cui riesci sorprendentemente a convincere un esemplare di sesso femminile a venire fuori a cena con te. Pensi che sia la serata giusta, quella in cui si conclude, per una volta non a pagamento. Rispolveri la tua polo rosa Lacoste e la tua rinomata abilità da risvoltino, ti depili quindi come una checca e ti fai le sopracciglia ad ali di gabbiano. È dunque matematicamente certo che andrai in bianco, ma tu ancora non lo sai: la tua vacua mente da cronico disperato abbonato al due di picche ancora non si è data per vinta e ancora non è a conoscenza della certezza che la festa finirà nella solita ignobile cascata di pugnette e gazzosa. Non preferiresti uno spoiler dell’incontro galante? Che ti comunichi l’esito avverso, magari prima della richiesta del conto? Certo che lo vorresti. A meno che tu non sia un appassionato del sadomaso e delle bastonate di bambù sul glande con in sottofondo Le Piogge Di Castamere. Là il discorso sarebbe diverso.

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Tipica faccia post-bastonata di spoiler.

Ad ogni modo, quello che voglio semplicemente dire è che in diversi e rarefatti casi lo spoiler potrebbe essere persino benefico. Sì, proprio così. Anzi, a determinate condizioni sarebbe addirittura doveroso. Se hai appena visto il rifacimento di Ghost In The Shell, tu – in quanto individuo dotato di cervello e coscienza – sei tenuto a spoilerare la sua natura repellente e pericolosa a più conoscenti possibili. È un dovere derivante dal ius cogens del sacro ordine felliniano. Con che cuore lasceresti una persona che stimi andare a vedere La Grande Muraglia? È un sentimento di fratellanza, di empatia.
C’è un problema, certo: il dannato relativismo. Che Schiller sia maledetto. Ognuno ha i propri gusti. Ognuno è libero di farsi del male o di bere la propria tiepida urina, come suggeritoci nobilmente da piccoli capolavori. Cosa vogliamo dire al patito di Fast & Furious? Nulla, lasciamolo a marcire. Ma l’amico appassionato? Lui almeno dobbiamo salvarlo. Sì, se non si fosse capito, stiamo catalogando e discriminando le persone. Zagrebelsky sarebbe fiero di noi.

Quindi, procediamo a stilare la regola d’oro (più d’oro della pistola e dei grills dei nigga): allora, ah-ehm, prima regola del progetto Manatthan, no aspetta… Mayhem. No, diavolo tutti occupati. Chiamiamolo Codice di Etica Netflixiana e facciamola finita: dunque, la base è del neminem laedere cioè, in breve, di farsi i cazzi propri. Sei stato traumatizzato da Ouija o dall’ultimo Pianeta delle Scimmie? Mi spiace amico, ma ciò non ti autorizza a spettegolare random. Rosicchiati il tuo fegato. O le crocchette per cani come Martin Riggs. Però, comma secondo, introduciamo un’onesta eccezione, una causa che scrimini il reato di spoileraggio: quella di agire al fine di preservare la psiche di persone ritenute illustri e di buon gusto. “Non guardare Avatar: tanto il tizio paraplegico passa dalla parte dei Puffi stangoni e vince la guerra mash-up di Aida Degli Alberi e Pocahontas”. Sarà poi il Tribunale Anti-Spoiler a valutare le circostanze e a decidere il tutto, se cadiamo nel penale o no, se vi sono aggravanti, un po’ come la commissione di Harry Potter sull’utilizzo della magia tra i Babbani.

Riuscite a vedere la bellezza? La beatitudine di un mondo con un sistema di spoiler civile e funzionale? Poter andare tranquillo in sala e beccarsi con ogni certezza, anche nei bui giorni moderni, soltanto vere opere d’arte come Victoria o Elle e fare una pernacchia alle tragedie visive e baggianate di un Moonlight qualsiasi, grazie all’avvertimento di un fratello di sangue cinefilo. Che pacchia. Un’utopia più utopica del comunismo. Magari accadrà in futuro. Magari no. Non posso dirvelo, non voglio spoilerarvi troppo.

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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