Martin Scorsese: 5 film da riscoprire

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Cinque “New York Stories” del Maestro troppo spesso non raccontate.

Che Martin Scorsese ci sappia fare dietro la macchina da presa, quello ormai non lo negano neanche gli ostinati detrattori. Che abbia collezionato nella sua lunga carriera delle vere perle dell’intrattenimento cinematografico, è dato per assodato anche nei più imparziali libri di storia. Dopo la dipartita del Gigante Stanley poi, non ci si scandalizza neanche più di tanto quando il presentatore paraculo di turno introduce Marty come il più grande cineasta vivente, prima che entri in scena con la sua timida camminata. Insomma, non lo nascondo, è molto piacevole constatare come la grande opera di un regista venga celebrata in vita.
È però impossibile non notare anche come siano sempre e soltanto i soliti nomi a saltare fuori quando si tira in ballo la maestria dell’esponente della New Hollywood: “Toro Scatenato”, “Taxi Driver”, “Quei Bravi Ragazzi”, “Casinò” per il vintage; “Shutter Island”, “The Departed” e il resto della degna compagnia del prode Di Caprio, bella fresca nell’attuale immaginario collettivo, se vogliamo essere più moderni. Possibile? Per carità, i sopracitati sono i genuini capolavori, guai a negarlo. Ed è anche vero che a volte si rievocano anche i bei giorni de “L’Ultimo Valtzer” e Van Morrison, altre il classicismo di “New York, New York” e Liza Minnelli. Ma troppo spesso non ci si spinge oltre. Perchè?

Ah, non lo chiedete a me.

Vai a capire. Eppure, nel suo infinito percorso fatto di strade zeppe di figli di nessuno che sognano di diventare qualcuno e di racconti metropolitani che vanno dai gangster movies fino al western e al melodramma ci sono indubbiamente molti altri ottimi lavori che hanno fatto decisamente meno rumore alla loro uscita e di cui troppe volte ci si dimentica, nonostante la loro grande valenza artistica, spesso pari a quella dei fratelli di celluloide più rinomati. Ed è certamente un vero peccato perché -come lo stesso regista afferma- “i film contengono i ricordi della nostra esistenza e per questo dobbiamo mantenerli in vita”.
Beh dai, vediamo dunque di rimediare e dare una rinfrescata rigenerativa alla memoria, riscoprendo cinque grandi episodi del prestigioso background cinematografico scorsesiano.


1. Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno (1973)

«Ci sono due inferni: quello che si può toccare con un dito e quello che si sente nel cuore.»

«Ci sono due inferni: quello che si può toccare con un dito e quello che si sente nel cuore.»

Sì sì, calmi tutti, lo so bene. La sua fetta di notorietà in parte se l’è conquistata, questo nitido e potente ritratto della giovane generazione del ghetto di Little Italy schiacciata nella pressa dal messaggio di Dio da una parte e quello della mafia dall’altra. Ma tale fetta non è “storicamente” proporzionale, a pensarci bene, soprattutto se si tiene conto della torta enorme che ha contribuito a tirar su in modo essenziale. Perché, in parole comprensibili a chi non è a conoscenza dei fatti, “Mean Streets” è l’inizio di tutto. Della Leggenda. Della Storia. Il primo tassello del proficuo sodalizio con Robert De Niro, ancora nelle forme di triumvirato con l’amico Harvey Keitel, a bordo con Scorsese dal suo primo film (e tesi di laurea) “Chi sta bussando alla mia porta”.
E nonostante il budget ridicolo, in campo c’è già tutto: ci sono i gangsters, la violenza a palate, le improvvisazioni in gergo newyorchese, ci sono i Rolling Stones e lo splendido connubio di scene e musiche. E poi c’è Bob che da giovane promessa lanciata nei primi film underground di De Palma si trasforma in una spietata macchina da guerra recitativa sin dalla sua entrata in scena, quando arriva ed infila un mortaretto nel cassonetto dell’immondizia facendolo saltare in aria. E da quella esplosione si assesta – senza se e senza ma – il primo vero capolavoro in carriera.


2. Fuori Orario (1985)

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Scorsese e Dunne discutono su come ottenere la giusta intensità di una scena.

«Mi chiamo Paul Hackett, mi trovo a Soho ma non so esattamente dove. Insomma, sono perseguitato da una folla inferocita e lei sa di che cosa sono capaci. Ho tutte le ragioni per credere che la mia vita sia in pericolo, in gravissimo pericolo.»

Uno Scorsese in crisi finanziaria e matrimoniale cerca di redimersi dal flop (economico, non artistico) di “Re Per Una Notte”, strappando dalle mani di un giovincello e altrettanto squattrinato Tim Burton la sceneggiatura di “After Hours” (questo il titolo originale) scritta da Griffin Dunne che tirò fuori di tasca propria anche il cash per vedere realizzato il suo progetto e poterlo recitare in prima persona, anche a costo di lasciare De Niro a casa per la prima volta dopo sei pellicole.
Il risultato è un labirinto di vicende che si rifanno la fiancata contro la barriera del ridicolo, restando però sempre ben ancorate sulla dura strada del reale, dritte filate verso l’angosciante e vampiresco male metropolitano. Un vero e proprio trip circolare che porta lo spettatore nelle vesti del protagonista-uomo medio perso nei vicoli di una Grande Mela notturna popolata da folle di squinternati affamati dell’onestà “ordinaria” dei più sprovveduti.
Comicamente assurdo. Assurdamente metafisico. Metaficamente folle. Pienamente Scorsese.


3. Il Colore Dei Soldi (1986)

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« Mi hai ricordato che il denaro vinto è molto più dolce del denaro guadagnato.»

Sempre negli Eighties abbiamo la prima incursione nel mondo del gioco, che sarà poi ripreso in modo più possente il decennio successivo in “Casinò”. La prestigiosa occasione è il seguito del fortunato “Lo Spaccone”, basato sempre sulla tematica del “talento della stecca” che tanto aveva fatto furore in passato. La regia di Scorsese si presenta in gran forma, così come gli attori: Paul Newman conserva sempre il carisma da asso più forte di tutti e si aggiudica con un colpo di coda l’Oscar (e non lo ritira, in quanto non si era fatto vivo alla cerimonia, convinto di non vincere, date le infinite nominations degli anni passati mai coronate); il giovine Tom Cruise poi, letteralmente sulla rampa di lancio lo stesso anno con Tony Scott e Top Gun, si rivela un degno tassello del puzzle ad incastro. Nessun altro attore di quei tempi avrebbe fatto meglio nei pericolosi panni del talento acerbo e immaturo, esaltandosi credibilmente come il più pazzo quando vince e disperandosi come un ragazzino quando le busca.
Il predecessore è indubbiamente superiore in termini di importanza storica e stilistica, ma l’intero impianto di questa seconda pellicola regge il confronto a muso duro. Una prova di forza destinata a perire, che merita un posto d’onore per la sua caduta eroica nell’impresa.


4. L’età dell’innocenza (1993)

Martin Scorsese e Michelle Pfeiffer sul set de L'Età dell'Innocenza ad Albany, New York State.

Martin Scorsese e Michelle Pfeiffer sul set de L’Età dell’Innocenza ad Albany, New York State.

Benché molto stimato dall’underground di cultori e da una discreta parte della critica che conta, questa raffinata pellicola fece all’epoca in cui uscì nelle sale un poetico tuffo carpiato di insuperabile stile che si tradusse in un a dir poco modesto buco nell’acqua. Teniamo conto del decennio in cui ci troviamo (gli anni ’80): la stragrande maggioranza del pubblico americano si aspettava il solito blockbuster hollywoodiano tutto d’un pezzo, anche da Marty. Invece dalle grandi famiglie mafiose si passa inaspettatamente (per la prima volta) alle nobili casate del XIX secolo. Beccarsi uno scorcio storico di vita d’epoca ottocentesca, seppur sontuoso, non fu molto gradito. Eppure, si trattava senza troppi dubbi di uno degli esempi più fulgidi del particolare tocco del regista italo-americano, il cui talento è più che mai stimolato dal confronto con le incognite della narrazione romantica e della storia d’amore impossibile tra Newland Archer (Daniel Day-Lewis) ed Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer).

Tecnica di regia acuta e minuziosa – quasi coreografica – à la Welles e Visconti. Fotografia di una bellezza eccelsa, degna di un quadro di Renoir. Sicuramente per palati fini e belli resistenti al finale di una tristezza inconsolabile.


 5. Al di là della vita (1999)

Al di là della vita è stato girato a New York, in 75 giorni, quasi sempre di notte.

Al di là della vita è stato girato a New York, in 75 giorni, quasi sempre di notte.

Attraverso gli occhi di un Nicholas Cage dalla cera funeraria torniamo ad osservare la disperazione iperrealistica della sudicia e turbolenta New York-by-night descritta nel libro di Connelly. Ma è uno sguardo completamente allucinato, quello che ci è prestato dal protagonista paramedico, estraniato da ciò che lo circonda come un moderno Travis e afflitto da una depressione-ossessione ancor più pesante, se vogliamo: l’odissea privata nell’incognita orrenda del mondo questa volta è infatti riuscire a portare in salvo i moribondi e tenere il più possibile vuota la mente in cui irrimediabilmente finiscono tutti i fantasmi delle persone che ci si è lasciati indietro. Attraverso il tema cardine della ricerca della salvezza personale attraverso la salvezza degli altri, Scorsese strappa fuori da Nic una dinamicissima prestazione che solo Lynch prima d’ora era riuscito a rintracciare tra i meandri dell’anonimato in cui troppo spesso si nasconde il nipote di Coppola, per poi guidarla verso la redenzione come un’autombulanza salvifica attraverso i dialoghi di stampo tarantiniano, confusione di coscienza e incoscienza, personaggi psicotici e malati e cambi di ritmo da opera cruda e toccante. In pratica, visionaria.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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