Maslow, The Walking Dead e la necessaria monotonia

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The Walking Dead è ripetitivo? Sicuramente, ma esiste una ragione ben precisa.

 

Quali che siano i vostri interessi, è possibile che abbiate sentito parlare della teoria dei bisogni di Maslow. Quali che siano le vostre passioni, è probabile che conosciate The Walking Dead. La serie targata AMC fornisce un ottimo spunto per riflessioni da portare avanti sotto la doccia, schemi mentali costruiti riguardanti il come agiremmo se fossimo invasi da zombie. Il nostro comportamento cambierebbe in situazioni estreme, dove lo scopo principale –non l’unico- è sopravvivere? A parere di chi scrive, la risposta non può essere predetta, né formulata, bensì solo pensata per via ipotetica. Ciò detto, lo scenario di The Walking Dead ben si offre ad analisi di tipo sociologico, vuoi perché non è possibile far esperienza diretta del contesto, vuoi perché le dinamiche sociali insite in un’apocalisse zombie risultano essere uniche. C’è chi analizza il comportamento di Rick e compagnia cantante nel seppellire i morti (morti morti), oppure chi vede nella serie HBO una critica all’individualismo americano. Qua no. Io parlerò invece di come The Walking Dead e la sua ripetitività altri non siano che l’applicazione della teoria dei bisogni di Maslow. Per farlo però dovrò citare la settima stagione, quindi vi avviso: questo articolo contiene spoiler.

La teoria dei bisogni + The Walking Dead

In due parole, Maslow è stato uno psicologo che ha elaborato un interessante quadro teorico riguardante il soddisfacimento dei bisogni umani. La teoria dei bisogni di Maslow segue infatti una scala gerarchica dove si trovano, dal basso verso l’alto, bisogni fisiologici, di sicurezza, sociali o di appartenenza, di stima e infine di auto-realizzazione.

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Molto semplicemente, i bisogni fisiologici, di sicurezza e di appartenenza sono esattamente quello che dicono di essere: i primi attengono alla sfera delle necessità corporee di tutti gli esseri umani, quindi dover mangiare, bere e cagare; i secondi riguardano il senso di protezione che l’uomo va cercando; i terzi invece si collocano all’interno della sfera sociale e descrivono il bisogno dell’essere umano in termini di aggregazione ad un gruppo.
Discorso diverso invece per i bisogni di stima e di auto-realizzazione. Quando si parla di bisogni di stima si intende la necessità di essere riconosciuti dagli altri in termini positivi, la necessità di sentirsi produttivi: è anche per questo che in The Walking Dead tutti si danno da fare e non c’è mai nessuno con le mani in mano. I bisogni di auto-realizzazione si basano invece sulla necessità di sentirsi realizzati, appagati, soddisfatti per quello che si fa e per ciò che si rappresenta all’interno della comunità di appartenenza. Ma questo sproloquio come si colloca all’interno dell’universo di The Walking Dead?

Cibo, zombie, villain: sempre la solita storia

Fateci caso: lo schema narrativo di The Walking Dead è, per la maggior parte, sempre lo stesso. A parte le prime due stagioni che servono per rendere più stabile il contesto all’interno del quale si svolgeranno gli eventi, Rick e company si ritrovano sempre a dover cercare un equilibrio che sembra essere definitivamente perso. La parvenza di stabilità viene però sistematicamente interrotta dal cattivone di turno, Governatore o Cannibali che siano, che cerca in tutti i modi di fare il culo a Daryl (impossibile, secondo me), Glenn ed il resto della combriccola. Nel caso in cui la minaccia non sia rappresentata da un altro essere umano, ci pensano gli zombie oppure la fame a far sentire inutili i nostri amici. Questo è esattamente ciò che sta succedendo anche in questa settima stagione, con quel figlio di puttana di Negan che ti costringe a farti il fegato marcio ad ogni passo che fa.

Negan che sta pensando a come farti il culo.

Negan che sta pensando a come farti il culo.

La teoria di Maslow ben si inserisce in The Walking Dead, dal momento che il contesto fa sì che la minaccia coinvolga in prima istanza i bisogni primari, ovvero quelli fisiologici e di sicurezza. Lungi dall’essere al sicuro, i protagonisti della serie -ma anche di una qualsiasi apocalisse sotto qualsiasi forma- decidono quasi sempre di aggregarsi. L’unione fa la forza, soprattutto quando gli zombie vogliono farti il culo. Questo però non permette ai sopravvissuti di soddisfare i bisogni di fame e sete, nonché la necessità di avere un tetto sopra la testa e dormire sonni tranquilli. Insomma, se non si dà da fare, Rick può solo soddisfare gli stessi bisogni che ha sua figlia Judith, ovvero respirare e piangere.
A ben pensarci, però, il gruppo riesce ad andare oltre, per approcciarsi ai bisogni di livello più alto, ovvero quelli di auto-realizzazione. Ad esempio, si nota spesso come nello sguardo di Rick ci sia appagamento nel momento in cui riesce a portare il gruppo al raggiungimento di un obiettivo. Mi spingo più in là: Rick ha ormai accettato da tempo il fatto che per sopravvivere debba uccidere degli uomini, e la sensazione di sparare a qualcuno sì che lo fa sentire soddisfatto, quasi completo. Volendo cambiare riferimento, anche Glenn e Maggie sentivano di aver compiuto qualcosa di grande nel momento in cui lei ha scoperto di essere incinta. Durante la 6×11, quando il gruppo sta recandosi a Hilltop, Abraham chiede a Glenn se fosse stato sicuro di volere una figlia durante un’apocalisse zombie, e Glenn risponde: «We’re trying to build something, me and her. All of us». Questo, a parere mio, è abbastanza esplicativo di come la natura umana vada sempre oltre il cagare ed il pisciare. Volendo cambiare il punto di vista, anche Negan (e tutti gli altri villain) cerca di scalare la stessa scala gerarchica. Tramite il controllo su tutti i centri abitati della zona, Negan non fa altro che andare incontro a quella voglia di prevalere sul prossimo essere umano, e ne è dimostrazione non solo l’atteggiamento che ha con i “nemici” (ad esempio quando vuole che Rick gli dica “thank you”) ma anche con i suoi sottoposti (leggasi Dwight). Per non parlare poi della sua amata Lucille, lo strumento con cui tortura non solo i protagonisti, ma anche noi spettatori. Il sadismo di Negan, soprattutto nel momento in cui uccide Glenn, è alle stelle, così come il suo senso di appagamento e di sicurezza nell’avere il controllo della situazione.

                                 

In fin dei conti, però, è bene sottolineare come la ripetitività di The Walking Dead sia ben costruita. Al di là del fatto che lo schema sia sempre più o meno uguale, è l’imprevedibilità della stessa natura umana a rendere unico lo svolgimento di trame e sotto-trame, intrighi, relazioni e l’emergere di perversioni, soprattutto in questa settima stagione. È così che il quadro della teoria dei bisogni riesce a spiegare la monotonia della serie, dove per monotonia si intende esattamente il fatto che la narrazione non cambia, ma segue sempre lo stesso scenario evolutivo, che si dipana in strade diverse, oscure e a volte impervie, rischiando di apparire scontate. Ma è sempre The Walking Dead, voglio sapere come andrà a finire. E lo scrivo da profano dei fumetti quale sono.

Alessandro Naimo

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Cerco di appassionarmi al marketing per sopravvivere. Spazio dalle arancine alla musica agli Happy Three Friends. Terrone dentro, morbido fuori.
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