Narcos: Sei lezioni del cartello di Cali

Cosa mi ha insegnato la terza stagione del crime-drama (oltre a come diventare un genio del narcotraffico)

Ne ho parlato già su questi lidi, ne ho parlato con tanti miei conoscenti e/o congiunti rischiando di diventare monotematico, alternando parole in un italiano irreprensibile a gravissimi insulti nello spagnolo bastardo del sudamerica: Narcos 3 ha rinvigorito la scadente estate che stavo accingendomi a salutare. Ho lasciato gente a dibattere sull’esasperante tematica dell’opportunità di continuare senza Pablo Escobar, affogando i dubbi in puntate su puntate sniffate senza soluzione di continuità – se non per il placido minuto e mezzo di intervallo affidato al fido Rodrigo Amarante (Soy el fuego que arde tu piel, soy el agua que mata tu sed). E come sempre, per ogni prodotto audiovisivo che mi coinvolge personalmente, ho voluto estrapolarne delle vere e proprie lezioni, come se Gilberto o Miguel o Pacho o Chepe, con la loro orgogliosa affabilità, parlassero in realtà con me e non con i loro diretti interlocutori; come se gli showrunner avessero concordato di prendermi in consegna e darmi dei suggerimenti, più o meno metaforici, su come affrontare la vita.

Non condividerò con voi, almeno non prima di essere davvero in una botte di ferro dalla torre d’avorio del mio impero della droga, tutte le conoscenze acquisite che mi aiuteranno a destreggiarmi con magistrale perizia nel caliente universo del narcotraffico. Piuttosto, vi farò un breve elenco degli insegnamenti che ho tratto da questa terza stagione, e che mi aiuteranno ad affrontare con la sicurezza del vincente la vita di tutti i giorni. Seguono vaghi spoiler.


Diffida dei prolungamenti di contratto sospettosamente generosi e insistenti.

Jorge Salcedo ha una bella famigliola, che può permettersi di viziare, e un ottimo lavoro. È uno di quei giovanotti paciocconi in carriera le cui madri direbbero orgogliose “lavora per una grande organizzazione criminale. Si è sistemato.” Eppure quando ha la possibilità di mettersi in proprio (o fa il bluffone per l’aumento) i suoi boss hanno delle difficoltà ad accettare le dimissioni. Sei troppo importante Jorge. Dove lo troviamo uno come te Jorge? Salcedo dimentica a questo punto che ogni azienda sana ha un appeal su possibili nuove risorse; e che un’azienda che ha appeal non piagnucola quando i suoi dipendenti cercano fortuna altrove. Rimane, e ne piange le conseguenze: avremmo potuto vederlo CEO della McAfee, magari a fare guerriglia nella giungla assieme all’inossidabile presidente John. E invece no. Fai il benzinaio, Jorge, fai.

Salcedo e la sua proverbiale incapacità nel chiedere quantomeno un degno aumento.

La delicatezza degli omosessuali è un’idea pregiudizievole, superata e pericolosa

Tutti a ridere sotto i baffi gli uomini della famiglia Salazar, mentre Pacho Hernandez, con la sua camiciola da mille dollari, balla un lento con un giovanotto e decide anche di scambiarci una plateale slinguata. Ma guardalo, il maricòn. Che minaccia può costituire, questo finocchio? Che cosa potrà mai fare, dato che è venuto con una manciata di amici ed è espostissimo in mezzo a una caterva di nostri uomini? E invece, ovviamente, Claudio Salazar ne paga le conseguenze in una maniera spaventosa, prima prendendosi un litro di tequila (bottiglia inclusa) in piena fronte e poi venendo legato mani e piedi a quattro diverse moto in partenza. Narcos si diverte a rimescolare le carte riguardo l’estetica del criminale omosessuale: Pacho non si spaventa dell’outing e non viene preso per il culo come un Mr Pink qualunque, impugna le pistole in modo quasi svogliato e pulp come un Vincent Vega ispanico, fa stragi senza fare una piega. Eppure, almeno al party, avevano l’indizio per di mettersi in guardia: un delicato omosessuale classico del piccolo schermo non avrebbe preso di certo una tequila liscia, ma piuttosto un Margarita. O una Piña Colada.

Che pericolo potrà mai essere uno che se la sta facendo con un sosia di Bruno Mars?

Le camicie particolari non sono utili se si vuole avere un basso profilo

Solo le camicie, eh: avete visto Peña andare incontro a qualche brutto incidente nel mezzo di uno dei suoi inseguimenti in polo a tinta pastello? O Salcedo, in maglietta tranquilla, venire mai sgamato durante i suoi tentativi di farsi beffe del sistema criminale costituito? Sono le camicie dalle trame complicate a farti passare per criminale, nella Colombia degli anni ’90. Gilberto Rodriguez viene arrestato con addosso una aberrante camicia a trama da baseball e colletto rimovibile; più avanti il fratello Miguel ne ha una color vinaccia che gli permette di essere individuato (e trapanato) anche attraverso le pareti del suo bagno. Pacho sfoggia un campionario di tamarrate che farebbero impallidire un indossatore di Anthony Morato, e che lo rendono un bersaglio facilissimo, capace di salvarsi solo grazie a indiscusse abilità di gunman.

Risultati immagini per gilberto rodriguez arrest narcos

“Volete veramente farmi spuntare in tv con questa camicia?”

Usa gli insulti pesanti solo con i tuoi amici più cari o se sei Escobar

“Gonorrea malparido” era un insulto che era appannaggio del solo Pablo Escobar, ed è forse la più grande mancanza della serie corrente. Chi non vorrebbe rispondere al telefono in questo modo, sempre? Però non si fa, è rischioso. E non è un caso che il più volgare dell’intera serie, il buon David (che, oltre a usare mierda come inciso universale, ha ad onor del vero anche una faccia che sembra calamitare le testate) crepa malissimo, in un drive-by casualissimo come quelli che si facevano per noia con R1 e quadrato a GTA San Andreas. E tutti sono contenti quando muore, incluso il fedelissimo sottoposto che gli urla un jefe! poco convinto e poi lo lascia a dissanguarsi su un marciapiedi. Se l’esempio non vi mette in guardia a dovere, provate a esprimervi così con un amico, con un parente o meglio ancora un superiore: chiamatelo e ditegli bastardo seguito dal nome comune di una brutta malattia venerea. Raccontatemi cosa succede.

Risultati immagini per david rodriguez narcos

Non ti ha insegnato niente lo zio Gilberto, caro David?

Non proporre ai tuoi superiori sistemi operativi dalle licenze costose

Avranno anche speso un miliardo di dollari in sole mazzette, ma i capoccia del cartello di Cali sono sempre attenti nell’amministrazione delle finanze aziendali, tanto da diventare forti sostenitori dell’adozione di solo software libero. Tant’è che lo spavaldo amante di miss Pallomari, capello da informatico sagace e camicia lucida viola (vedi punto sopra) scopre a sue spese come sia sbagliato proporre un upgrade a Windows 95 senza indagare a fondo. E dicendo con voce ammiccante e fingendo di capirne “Guarda, siamo entrambi imprenditori”. La prossima volta, caro businessman, e se la tua mano riprenderà almeno parte delle sue funzionalità, proponi l’installazione di un tattico Ubuntu Desktop.

A prescindere il cartello di Cali era così avanti da avere già Windows 7 nel 1994.

Se prenotate taxi sedetevi sempre dietro

Il povero Navegante deve aver perso qualche mese di infuocata cronaca riguardante le lobby dei taxi, dimenticandosi che l’amichevole cenno d’intesa del sedersi davanti è accettabile soltanto con autisti di Uber o ancor meglio di BlaBlaCar. È innegabilmente questo il motivo per cui il solitamente mansueto Salcedo, intimamente tradizionalista e solidale con gli sventurati che hanno comprato una licenza da tassinaro, decide di scaricargli nel petto un intero caricatore. Usate sempre i sedili posteriori.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *