La violenza tra linguaggio e identità autoriale: Da Bugs Bunny a John Wick

Dal cinema all’attualità, la violenza come forma di comunicazione

La violenza. La condanniamo in ogni sua forma, eppure ne siamo quasi assuefatti, abituati sin da piccoli a sue rappresentazioni attraverso i media. A volte è un “BANG” in una nuvoletta di fumetto, altre un cacciatore tontolone che spara in faccia a un papero nero, facendo girare il suo becco di 540°, rendendo buffo uno spettacolo che nella vita reale per un minore sarebbe sicuramente traumatizzante (o forse no, come sembrano suggerire i Simpson e il modo in cui giocano sulla tematica restituendo un plausibile effetto gore a Grattachecca e Fichetto, il cartone animato simile a Tom E Jerry che diverte tanto Lisa e Bart). Stanley Kubrick definì questo tipo di violenza, chiamata irrealistica, come quella potenzialmente più pericolosa perché “diverte” e potrebbe spingere all’emulazione: è importante comunque ricordare che il grandissimo regista rifiutava l’idea che un prodotto d’intrattenimento potesse avere simili ripercussioni sociali. Per quanto questo dibattito sia affascinante e da anni studiosi si dedichino a questo argomento, tuttavia, non è l’aspetto sociologico della rappresentazione mediale della violenza ciò che qui vogliamo discutere, ma come questa venga utilizzata come linguaggio o mezzo per comunicare un messaggio o per formare una chiara identità da parte di un autore o dell’opera stessa.

Iniziamo questo viaggio partendo dall’illustre signore citato poco sopra. Il Maestro Kubrick ha dato vita a diverse pellicole che parlavano o della violenza o attraverso questa: il primo pensiero va ovviamente ad Arancia Meccanica, ma anche a Full Metal Jacket e/o Shining, perché no. In questa sede, tuttavia, mi interessa parlare di quello che da molti viene considerato il film più “pulito” dell’illustrissimo Stanley: 2001 Odissea nello Spazio. In questo capolavoro della fantascienza, infatti, è presente una delle scene che meglio rappresentano il fulcro del nostro discorso, dove la violenza si fa linguaggio prima ancora che mezzo narrativo o tematica di fondo. Nell’ominide che impara ad utilizzare l’osso della carcassa animale come strumento di morte è racchiusa l’essenza dell’evoluzione umana, che coincide, di fatto, con la nascita stessa della violenza come strumento sociale. Il nostro simpatico scimmiotto prende in mano il misterioso attrezzo e inizialmente lo scruta curiosamente. Illuminato dal monolite nero comincia ad agitare lo strumento, prima in maniera curiosa e quasi giocosa, facendo saltellare qua e là i pezzi di scheletro della bestia defunta, poi con modi di fare più decisi e coscienti. Il battere crudele diventa un discorso chiaro e cristallino negli occhi dello spettatore, che non ha bisogno di inutili parole per comprendere la grandiosità e l’importanza del momento su schermo: gli unici suoni destinati alle orecchie sono quelli del maestoso poema sinfonico Così Parlò Zarathustra di Strauss, perfetto accompagnamento musicale per un momento cinematografico che ha fatto la storia nell’industria dell’intrattenimento.

In maniera analoga, due lungometraggi recenti che, a parere di chi scrive, riescono a utilizzare la violenza come linguaggio sono i due John Wick. Gli acclamati film con protagonista un grandissimo Keanu Reeves sono tra le cose migliori che il genere action è riuscito a proporci in questi ultimi anni. Tra le note positive di entrambi i lavori di Chad Stahelski c’è un universo narrativo ben costruito e sfaccettato, un anti-eroe ben caratterizzato e scene d’azione tanto spettacolari quanto chiare da seguire. Mi soffermo sugli ultimi due punti appena elencati. “Baba Yaga”, come viene soprannominato da diversi comprimari, è un personaggio tanto semplice nell’idea (un vendicatore furioso) che complesso nella realizzazione. John parla poco, eppure la sua presenza in scena racconta sempre tantissimo. Mr. Wick preferisce un altro linguaggio per comunicare: la violenza. Lo spettatore fa la sua prima vera conoscenza del personaggio solo quando questo compie la sua prima carneficina. Nelle coreografie delle sparatorie e dei combattimenti si nasconde un balletto mortale, una vera e propria danza e, come tale, gode di potenzialità comunicative da non sottovalutare. Nello stile di lotta di John è possibile riconoscere gesti e azioni che tendono a sottolineare la sua indole pragmatica e decisa, un professionista efficace ed efficiente, che va dritto al punto e non si perde mai in superficialità. Il modo in cui impugna la pistola, con le braccia piegate verso il petto, in maniera tale da esser pronto per il combattimento corpo a corpo se necessario, ma subito pronte a scattare in avanti per centrare i bersagli più lontani. Un altro fatto interessante è l’elevato numero di colpi alla testa che viene totalizzato dal nostro protagonista in entrambe le pellicole. Ogni colpo inferto dal crudele eroe mira alla certezza: anche dopo aver scaricato un intero caricatore nel petto del proprio avversario ritiene necessario piazzare comunque un proiettile in mezzo alle palle degli occhi per esser sicuro di aver fatto quel che doveva fare. Attraverso il suo stile di omicidio, John esprime se stesso e diventa subito riconoscibile agli occhi del pubblico, raccontando chi è attraverso le sue decise movenze. Alla luce di ciò, appare ancora più interessante una delle battute più celebri del primo episodio di questa recente saga: “Una volta l’ho visto uccidere tre uomini con una matita…una cazzo di matita!”. Forse è solo una coincidenza, ma mi fa sorridere il fatto che il legame tra comunicazione e violenza venga sottolineato anche da questo elemento, con il personaggio interpretato da Reeves che risemantizza l’utensile nato per scrivere utilizzandolo per togliere la vita ai propri nemici. Si dice che la penna è più potente della spada: credo che John Wick possa essere d’accordo.

Da alcuni autori cinematografici, la violenza viene utilizzata quasi come una firma, una rivendicazione autoriale che possa collegare immediatamente l’opera al suo creatore. È molto facile pensare a Quentin Tarantino e Nicolas Winding Refn, due cineasti dallo stile inconfondibile, sempre parecchio discussi per via della cattiveria dei propri film. Il secondo è un regista molto particolare, non semplice da comprendere e o spiegare, un po’ come quei quadri astratti che ad una prima occhiata sembrano non voler dire nulla e invece celano dietro un mondo che ti fa vergognare per aver precedentemente nutrito dei dubbi. Si guardi ad esempio Drive, un trionfo di violenza e morte che però nasconde quella che lo stesso genio danese definisce Una favola. Un film sull’amore puro, fuori dalla fisicalità del rapporto, dai problemi di coppia”. La scena chiave che esprime bene il concetto è la celebre sequenza nell’ascensore, dove si esalta visivamente l’eterno rapporto tra Eros e Thanatos, Amore e Morte. Un bacio delicato e appassionato, a lungo desiderato, accompagnato da una melodia quasi angelica, lascia subitamente campo ad un pestaggio feroce e crudo, e i dolci suoni svaniscono nel rumore di un piede che fracassa un cranio. Il contrasto così forte tra questi due momenti riesce a valorizzare efficacemente quel sentimento nobile che il Pilota nutre verso Irene, un momento intimo che si concretizza ulteriormente nel furioso massacro: “Questo sono io”. Nella stessa intervista riportata da Repubblica che abbiamo citato poco sopra, Refn definiva la violenza dei suoi film “Squisitamente artistica”, ottenendo così come risultato quello di esaltare e confezionare il messaggio che vuole comunicare al suo pubblico.

Molto diverso è l’utilizzo che Tarantino fa della violenza. Il cineasta americano gioca soprattutto sull’uso spropositato del sangue, presente sempre in quantità abbondanti in tutte le sue opere. Dalla strage degli 88 Folli in Kill Bill alla furiosa sparatoria di Candyland in Django: Unchained, l’elemento più riconoscibile del cinema del buon Quentin è l’uso spropositato di piastrine ed emoglobina, sparse per gran parte delle ambientazioni che vedono muoversi i personaggi dei suoi film. Questo utilizzo del sangue non solo è un tratto caratteristico dell’autore, una sorta di firma rossa in calce all’opera, ma ha anche lo scopo di risultare dissacrante e, paradossalmente, banalizzare la violenza stessa rappresentata nel lungometraggio. Di fatto, per uno spettatore avvezzo al gore e allo splatter, questa violenza è così esagerata da cadere nel paradosso del non essere percepita effettivamente come tale: non è crudele, diventa oggetto di scherzo e riesce anche a strappare qualche risata (l’uscita di scena del personaggio interpretato dallo stesso Tarantino in Django: Unchained ne è un esempio). Certo, non mancano scene di morte più “seriose” e girate in maniera più “realistica” e cruda, come quella dello strangolamento in Bastardi Senza Gloria (dove il regista utilizzò le sue stesse mani per ottenere un risultato più credibile), ma il sangue torna sempre, come segno inconfondibile che tutto ciò che si sta vedendo, di fatto, non è altro che un film.

Il legame tra violenza e creazione/affermazione di identità è presente anche in un altro media, quello dei videogiochi. Il caso che prendiamo in esame è Mortal Kombat, il titolo che viene considerato come la causa dell’origine dei sistemi di rating e della diatriba su prodotti elettronici diseducativi o meno. La creatura di Ed Boon e John Tobias nasce quasi come una risposta al picchiaduro di scuola nipponica, dove i personaggi, nonostante le rivalità, seguivano un codice d’onore e si rispettavano e gli Hadoken infuriavano in esplosioni tuttavia non letali. I due “nerdacci” di Midway hanno sovvertito queste regole creando personaggi stereotipati basati sui miti cinematografici dell’epoca e marcando l’accento sulla violenza degli scontri, adottandola, appunto, come marchio di fabbrica per la propria serie. Non solo il sangue veniva giù a galloni dai corpi dei lottatori (roba che sarebbero dovuti morire di emorragia dopo solo un round!), ma anche mosse finali tanto crudeli quanto umilianti per l’avversario: le Fatality. Nacquero numerose polemiche, ma fu proprio questo uso smoderato della violenza, in maniera grottesta ed esagerata, a sancire il successo di una delle saghe più longeve dell’industria dei videogiochi. Mortal Kombat è giunto due anni fa alla sua decima iterazione, ha cambiato spesso volto, passando da un roster di personaggi quasi tutti uguali nella forma (eccezion fatta per i vari Sonya, Johnny Cage, Kano, ecc…, i ninja differivano esteticamente solo per le palette di colori utilizzate) a un cast ricco di eroi e cattivi unici, evolvendo il concetto di violenza alla base (alle Fatality e Brutality si sono aggiunte da due capitoli le mosse speciali, X-Ray Moves, che mostrano la ferocia dei colpi sferrati all’avversario attraverso uno zoom su ossa che si sbriciolano e organi interni che si spappolano). È impossibile immaginare l’opera di Boon e soci (oggi NetherRealm Studios) senza immaginare corpi mutilati e arene riempite di macchie rosse: in fondo, sappiamo tutti che è anche per questo che noi fan di Mortal Kombat lo amiamo.

Chiudiamo questo lungo discorso con una riflessione. Dal fumetto ai videogiochi, dai cartoni animati al cinema, la violenza occupa ampio spazio nell’industria dell’intrattenimento ricoprendo, come abbiamo visto, anche uno scopo artistico o comunicativo, che sia in funzione di un messaggio da veicolare, di un linguaggio alternativo da utilizzare, o di rivendicazione di identità da parte dell’autore o del prodotto stesso. La spettacolarizzazione della violenza non è, tuttavia, esclusiva di artisti o produttori di Hollywood, ma è un potente mezzo disponibile a chiunque. I video delle decapitazioni spesso utilizzati dai terroristi sono tra gli strumenti comunicativi più efficaci a loro disposizione.  La violenza diventa una vera e propria cassa di risonanza per la loro propaganda e offre così la possibilità di occupare importanti spazi e di raggiungere pubblici enormi, altrimenti disinteressati alle singole minacce verbali. Diverse redazioni giornalistiche si sono rifiutate di mandare in onda questi video, consce del fatto che avrebbero fatto il gioco del terrorismo organizzato, limitando quindi la circolazione di questi attraverso i media tradizionali.

Abbiamo visto come la violenza riesca ad occupare un ruolo comunicativo importante e spesso presente nella nostra quotidianità. A volte ci diverte, come nel caso di un cartone animato, Mortal Kombat o di un film di Tarantino, altre ci fa riflettere, come avviene con Refn e Kubrick. È un linguaggio che acquisisce un suo significato, sia quando praticato che non (si veda, ad esempio, la differenza tra Malcolm X e Martin Luther King). Tornando da dove siamo partiti: come esseri umani ne condanniamo ogni sua forma, ma, allo stesso tempo, la violenza è così radicata nella nostra cultura che viviamo nel paradosso in cui la utilizziamo come mezzo di comunicazione e, di conseguenza, interazione sociale.

Andrea Zabbia

Andrea Zabbia

Studente (e appassionato) di comunicazione. Sono solito dilettarmi con i giochini elettronici, altresì chiamati videogames, ma adoro anche guardare film e leggere libri e fumetti. Nel tempo libero cerco il tempo libero.
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About Andrea Zabbia

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