American Gods – La serie: niente di così divino

Esperimento non semplice, fallimento dietro l’angolo.

Operazione tanto complessa quanto rischiosa, quella di rendere un libro una serie tv. Specie se quel libro narra una storia di dei, vecchi e nuovi, paesaggi onirici e personaggi con una forte personalità come ha fatto Neil Gaiman in American Gods. Una situazione strana, quella della serie tv prodotta dal canale via cavo Starz, soprattutto se si pensa che la HBO acquisì i diritti del romanzo nel 2011, salvo poi rinunciare al progetto nel 2014, a causa di un difficile adattamento del romanzo per il piccolo schermo. Non posso biasimare HBO per questo. Scegliere di rappresentare un universo narrativo pregno di significato e vasto come quello di American Gods è un’impresa che forse in pochi possono permettersi di affrontare senza troppi strascichi.  Ci sono riusciti con House of Cards e Game of Thrones, ma dopo aver visto i primi due episodi di American Gods (distribuita in Italia tramite Amazon Prime Video), sento di poter dire che Starz ha già fallito.


Parto dall’assunto che coloro che si cimentano nella visione della serie abbiano già letto il libro, ma vi avviso lo stesso: da qui in poi vi saranno spoiler, sia sul libro che sulla serie.
Fondamentalmente, la trama di base della serie è la stessa del romanzo. C’è Shadow Moon, galeotto -interpretato da un ancora acerbo Ricky Whittle– a cui viene riferita la notizia della morte della moglie Laura poco prima del suo rilascio. C’è Mr. Wednesday, che in realtà è Odino, a cui Ian McShane conferisce tutto il suo carisma e l’autenticità narrativa. In due episodi si incontrano anche altre divinità che nel romanzo di Gaiman vengono introdotte successivamente, ma che per esigenze evidentemente relative al tempo della narrazione, qua troviamo sin da subito (anche se non coinvolte). Ed è qui che inizio a storcere la testa. La scelta di rappresentare l’avvento dei vecchi dei del pantheon mondiale è basata sia su porzioni di storia mostrate ad inizio episodio, sia tramite scene calate alla bell’e meglio durante lo svolgimento della trama principale. Anche per chi ha già confidenza con lo stile e con l’incedere narrativo di Gaiman fa strano vedere introdotta la dea Bilquis senza nessuna evidenza che spieghi come la sua memoria si stia perdendo.

Mi stupisce vedere che Neil Gaiman ha partecipato alla realizzazione dell’opera come produttore esecutivo, e sgrano ancor di più gli occhi quando vedo come le scelte narrative abbiano, sostanzialmente, stravolto lo spirito del romanzo. American Gods, per quanto scritto nel 2001, resta un romanzo attuale che vuole raccontare sia il rapido cambiamento delle priorità degli esseri umani sia l’esigenza di restare ancorati a quella parte di tradizione –mischiata col folklore- che fa parte della stessa razza umana, e tutto questo non si percepisce nella serie. Vero è che dopo soli due episodi (su un totale di otto) queste possono apparire come conclusioni affrettate e superficiali, ma è altrettanto vero che queste sono le mie impressioni. Se non vi fossero le domande incipienti di Mr. Wednesday ed il suo voler mettere le cose davanti agli occhi, vedremmo solo uno scialbo Shadow che accetta quasi passivamente tutto ciò che gli si para davanti. Anche quando crede di essere pazzo perché la TV gli sta parlando, ecco che l’interpretazione di Whittle che dovrebbe essere uno dei quid in più dello show (Shadow resta pur sempre il protagonista) viene meno. E così viene meno anche la magia e lo spirito dell’opera di Gaiman.

Volendo passare oltre le performance recitative (anche perché posso solo fermarmi a constatare), sono due le cose che più mi hanno dato fastidio in queste due ore scarse di visione.
La prima è sicuramente la scelta di voler strafare. Strafare perché adattare le atmosfere del romanzo è, ripeto, un lavoro arduo, complesso e che richiede una certa abilità, oltre che la capacità di essere visionari. È dunque per questo che dico che certe scene sembrano effettivamente girate con due lire, ad esempio la scena in cui Bilquis inghiotte nella sua succube cavità un uomo durante un rapporto sessuale. O, ancora, il voler rappresentare lo stesso uomo, con tanto di membro eretto, in un’atmosfera quasi spaziale, con tanto di stelle e di effetto green screen ben visibile anche da chi non sa com’è fatto un green screen. E dire che il budget era di 60 milioni di dollari.
Inoltre, e qua passiamo al secondo punto, se David Slade, il regista dei primi due episodi, avesse evitato l’abuso dell’effetto rallenty, entrambi gli episodi sarebbero durati una ventina abbondante di minuti in meno. L’effetto rallentatore è usato per tutto: per il focus sugli arti smembrati, per la pioggia (o il sangue) che cade, per il pestaggio di Shadow, per le scene di sesso. Evitabilissimo.

In ogni caso, un plauso va fatto alla piattaforma di Amazon Prime Video. Leggera quasi quanto Netflix, offre alcune chicche che fanno comodo agli utenti, come la possibilità di vedere, semplicemente spostando appena il cursore e facendo comparire l’interfaccia, il nome degli attori che sono in quel momento sullo schermo, così come il brano in sottofondo che stiamo sentendo.
Tirando le somme, credo che l’esperimento American Gods si sarebbe potuto evitare con tranquillità. La voglia di strafare, però, è sempre dietro l’angolo, e mi dispiace che Neil Gaiman ci stia mettendo nome e opera.

Alessandro Naimo

Alessandro Naimo

Cerco di appassionarmi al marketing per sopravvivere. Spazio dalle arancine alla musica agli Happy Three Friends. Terrone dentro, morbido fuori.
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