Doctor Strange o l’imprevedibile virtù di superare cronici difetti

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Doctor Strange, il più mistico dei supereroi Marvel, arriva finalmente al cinema e con un tocco di magia CGI porta a casa un buon successo.

 

Strange è un ganzo, una rockstar della neurochirurgia dall’ego smisurato, arrogante e strafottente, la cui attitudine stakanovista indirizzata all’esclusivo successo personale lo riporta velocemente con i piedi per terra (quasi sotto), dalla porta sbagliata del suo ospedale, sul lettino da paziente e le mani da milioni di dollari irrimediabilmente danneggiate. Di qui la caduta, la disperata ricerca fino ai confini dell’Oriente, l’allenamento nelle arti mistiche con gli immancabili monaci tibetani, il distacco dal mondo materiale e il ritrovamento del proprio vero ruolo nel mondo, le mani che da preziose diventano letteralmente magiche, poi botte da orbi con il cattivo di turno tra edifici che si piegano oltre la fisica à la Inception e santuari che aprono alla dimensione oscura à la Ghostbusters, e via verso la prossima avventura che offre il nuovo contratto a tempo pieno da supereroe in cappa porpora.

Insomma, la solita girandola formulaico-fumettistica, verrebbe da dire. E in effetti si, è abbastanza così.

La natura atipica però di un personaggio fortemente spirituale e affascinante come Doctor Strange (che prima d’ora si era tentato invano di portare sullo schermo a più riprese da almeno trent’anni) e il background di un vero e proprio multiverso metafisico offre la prestigiosa opportunità ad una pellicola Marvel di portare a galla temi profondi quali la filosofia profana del Tempo, l’eterna lotta umana contro il suo determinismo temporale e la sua principale personificazione ossia la morte, la presunzione della vita di sopravvivere e andare oltre i vincoli delle leggi di Natura tramite la biotecnologia e la medicina. Peccato che in concreto tutta questa inusuale “freschezza” dottrinale, lungi dal voler rimanere tutti i restanti pomeriggi d’autunno davanti al caminetto a disquisire su Foucalt, Habermas e Agamben, venga risolta nel più sbrigativo dei modi. Per carità, è anche vero che per questi tipi di lungometraggi l’imprevedibilità è sempre fuori mano, ma qui lo sviluppo narrativo sempliciotto e il deficit di sceneggiatura centrale sono davvero brutali, persino per gli standard della “Casa delle Idee”. Molto (troppo) è dato per scontato, accennato e poi liquidato come niente fosse. “C’è una tragica guerra cosmica in corso, Stephen. Siamo tutti spacciati“. Poi, bang, il misterioso disastro cataclismatico viene risolto in due secondi, in piena scioltezza, con giusto un graffio sulla fronte, manco fosse la più mansueta delle heroic novel di Robert E. Howard.

Seriamente, la storia (se così la si può chiamare) ha un respiro fin troppo strozzato, tanto da non riuscire a sfiorare neanche lontanamente un decimo del barlume di epicità che era logico aspettarsi. In essa poi sono incastonati personaggi indiscutibilmente ben interpretati (in campo abbiamo tranquillamente il cast di maggior talento mai coinvolto in un action movie fumettoso, per capirci), ma inevitabilmente poco approfonditi e condannati dalla superificialità generale alla bidimensionalità e ad un coro di punti interrogativi sulla loro reale utilità. Per ovvie ragioni infatti è dato grande, grandissimo spazio al main character – questo Sherlock Holmes dolente (di Strange che alza il bavero del mantello come fosse nell’appartamento di Baker Street anziché in quello di Bleeker Street, ne vogliamo parlare?) che va in giro, da impacciato novizio a Stregone Supremo in tempo record, a molare le barriere astrali – ma la sua caratterizzazione si nutre della dura rinuncia allo spessore dei comprimari, primi su tutti il Barone Mordo (Chiwetel Ejiofor) e l’Antico di sesso rovesciato (nei fumetti un signorotto anziano, qui invece una Tilda Swinton sempre credibile). Segue poi a ruota un personaggio femminile come Christine (Rachel McAdams) inserita per motivi incomprensibili, se non per aggiungere una forzatissima venatura romantica e far condividere esperienze à la Ghost con una siringata da sala operatoria al posto della argilla. Persino l’estrema versatilità di un eccelso attore come Mads Mikkelsen (usato qui come patetico villain) ne risente, drammaticamente utilizzata SOLO in scene di lotta (coreografate per bene, d’accordo). Una vera contraddizione. E un terribile peccato.

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Ma detto ciò, ecco che ci siamo. Proprio quando credi che tutte le premesse per un film “diverso” annaspano una ad una nello stesso identico oceano di difetti congeniti dei suoi fratelli di celluloide marvelliana…

Abracadabra.

La magia del dottore fa il suo effetto. Le incapacità naturali della pellicola in questione sono piuttosto serie e più che evidenti, se non compromettenti. Eppure tutto rimane innaturalmente in piedi. Come è possibile? Beh, Stephen Strange è un mago, non un illusionista: non deve sporcarsi le mani per raggiungere l’impossibile, per dirla in gergo nolaniano. E il sortilegio principale per lo stupore generale altro non si chiama che… computer grafica. A tonnellate. Chilometri oltre la già elevata ordinarietà fumettistica. Del resto, essendo un film partorito nei Marvel Studios, il piatto forte (e la gran parte dello svolgimento) non può che essere fondamentalmente l’azione e, quindi, gli effetti speciali che – inutile dirlo – sono senza dubbio sbalorditivi: la potenza visiva è vera forza veicolante e si occupa di prepotenza dello sporco lavoro di conquista (corruzione?) dello spettatore, tanto da lasciarlo sicuramente più volte a bocca aperta. Con un lussuoso contesto del genere, l’ironia e la bravura di Benedict Cumberbatch (azzeccato nel personaggio con il suo accento snob inglese, almeno quanto Robert Downey Jr. per Iron Man o quanto lo sarebbe James Franco in un biopic di Jeff Buckley) si occupano agilmente del resto, senza sforzarsi più di tanto. La regia di Scott Derrickson (The Exorcism of Emily Rose, Sinister) poi, senza infamia e senza lode, cavalca semplicemente l’onda aggiungendo soltanto quel tocco ancestrale tipico della sua scuola horror e scegliendo in modo egregio un tema pinkfloydiano per la colonna sonora di Giacchino, decisamente sopra le righe. E tutto va al proprio posto, filando incredibilmente liscio e oscurando in modo efficiente le carenze e gli sprazzi di noia.

Ora, si poteva fare di meglio? Sicuramente. Ma lasciatemi aggiungere che si poteva cadere molto più in basso. Nel totale invece, il film è magicamente godibile e e a suon di spettacolare CGI riesce a veleggiare oltre la media delle ultime pellicole sui supereroi in generale, non solo della casa di Stan Lee. Che dire, non condivido più di tanto la politica e le tecniche con cui si è strappata l’ampia sufficienza. Devo però ammettere che, una volta tanto, la subdola strategia di mercato della Marvel improntata in modo coattivo sulla buona prova di un cast superlativo (sebbene non sfruttato a dovere) e sul forte impatto visivo funziona in modo coinvolgente. I due fattori x riescono infatti a caricarsi l’intera baracca sulle spalle e trascinarla oltre la china, elevando il tutto a rango di opera particolare e di tutto rispetto, in barba alle solite vecchie lacune. Può non piacere, si può criticare. Ma così è. Strange but true.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Doctor Strange
Avventura, 115 min
Scott Derrickson, 2016
Stati Uniti D’America
Walt Disney Studios Motion Pictures

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
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