Genius: sregolatezza senza emozioni

geniusLa nuova pellicola al cinema con Jude Law e Colin Firth scorre in modo tutt’altro che geniale.

 

Come un sasso, una foglia, una porta nascosta, spesso dietro ai successi dei grandi geni ancora oggi celebri, c’è l’opera silenziosa e meticolosa di altri geni destinati obbligatoriamente all’anonimato, anche quando il loro contributo può essere stato determinante. La vicenda che lega Thomas Wolfe, astro nascente della letteratura americana anni ’30, e Maxwell Perkins, editore rinomato nell’ambiente per aver lanciato Hemingway e Fitzgerald, non si discosta da questo inderogabile assioma.

Quella in questione è una storia di amicizia, di sentimento paterno, di amore tra due uomini, più letterario che platonico. L’editore conservatore e lo scrittore bohémien, il produttore timorato di Dio e l’artista scapestrato, l’acquisito padre serafico e il figlio ribelle. Sregoletezza e moderazione, disordinata poesia e navigato sesto senso, guerra e pace, yin e yang, Genio istintivo e Genio metodico: due mondi completamente dissimili, che vanno però ad intersecarsi e a combaciare perfettamente, partorendo tramite l’arte di demiurgo rimodellante dei mastodontici ed esuberanti manoscritti del giovane Wolfe dei veri classici americani di enorme successo come “Angelo, guarda il passato” (1929) e “Il Fiume e Il Tempo” (1935).
Un rapporto che andrà ben presto a travalicare i confini del lavoro, finendo per sovrastare e oscurare tutto ciò che lo circonda, la famiglia da una parte, tutto il resto dall’altra, compreso l’ossessivo attaccamento dell’amante Zelda (Nicole Kidman), risolvendosi in cruciali e dolorosi risvolti.

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Involontariamente abissale la “differenza” recitativa di Jude Law e Colin Firth, il primo troppo spesso indirizzato verso forzate e logorroiche esagerazioni e il secondo che da vero e solido asso (tanto per cambiare) tiene a galla l’intero lungometraggio, con la frammentaria conseguenza di riuscire ad afferrare solo la metà del soggetto, ossia la passione senza confini di Perkins. Incredibilmente poco sviluppato poi il ruolo della Kidman, a malapena comprimaria, che pare accennare temi interessanti a quello centrale, sfumando poi nel nulla di fatto. Poco avventurosa ancora la regia di Grandage che segue adagiata la narrativa del libro da cui è tratto, “Max Perkins. L’Editore dei Geni” (pubblicato in Italia da Elliott) di A. Scott Berg, prendendosi la briga di aprirsi davvero solo in rarissime occasioni. Anzi, in fondo solo in una: la scena del tetto, dove offre respiro dal grigiore di New York e richiama il conclusivo impatto aeroso di Wes Anderson ne I Tenenbaum.

Al netto di tutto ciò, la pellicola comunque scorre, senza annoiare ma anche senza far assaporare minimamente le gorgoglianti emozioni che ha da offrire la figura dell’errabondo Wolfe, fermandosi superficialmente al personaggio come nella tipica sindrome Hemingway e non addentrandosi nelle particolarità viscerali di quel lupo solitario che era in grado di vivere realmente solo in compagnia delle sue creazioni, quel “brutto” gorilla di due metri che a pesante ritmo di jazz ha puntato alla fama e all’impossibile oltre, lasciando nella sua breve vita, prima che quella miriade di tumori cerebrali se lo portò via, un Niagara di rombanti parole e brillanti ritratti i cui segni ancora oggi sono indelebili, basti dare un veloce sguardo alle opere di Bunker.
Insomma, incolore routine hollywoodiana.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Genius
Biografico, 104 min
Michael Grandage, 2016
Stati Uniti d’America
Eagle Picture

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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