Miss Sloane, corruzione e redenzione

miss sloaneMiss Sloane mostra il marcio di Washington in un thriller di forte impatto che rilancia John Madden.

Ok, io sono innamorato di Jessica Chastain. E ho una discretamente ossessiva passione per le rosse, questo lo sa chiunque può vantarsi di conoscermi o di avermi conosciuto. Quindi quello che sto per dire suonerà per qualcuno come una sviolinata all’acqua di rose o un commento estremamente di parte. Ma credetemi, non lo è.
Miss Sloane è un film tosto quanto ignorato, sia negli Stati Uniti quando uscì l’anno scorso (liquidato giusto con una nomination d’ufficio per la miglior attrice ai Globes targati con largo anticipo “La La Land“) che molto probabilmente nei prossimi giorni anche qui da noi, ove giunge in notevole ritardo. Lo è tanto quanto la donna protagonista, Elizabeth Sloane, una lobbista di Washington sfrontata e assetata di vittoria, con un fiume di testosterone al posto degli scrupoli, solitaria come un personaggio depalmiano e spregiudicata quasi quanto la Claire Underwood di “House of Cards”. Insomma, una Erin Brockovich oscura e cinica che ha fatto carriera mentendo e ripetendosi che il fine giustifica i mezzi e che ora passa dalla parte dei “buoni” soltanto per inseguire morbosamente il suo successo personale, accettando l’odissea di sfidare i garanti del secondo emendamento (ossia quel simpatico passaggio costituzionale che garantisce ad ogni benedetto americano il diritto sacrosanto di possedere armi) e poter così correggere con penna rossa la storia dell’ipocrita Stato a stelle e strisce.

La dodicesima pellicola di John Madden si affaccia così alla desolante finestra dell’orgoglioso Paese svezzato dal buon Samuel Colt in cui i vibratori sono illegali e i fucili si vendono nei supermarket, poggiando però il suo sguardo critico esclusivamente sul decadentismo politico d’oltreoceano e sul drammatico punto in ecco si spinge il suo corrotto arrivismo, e riuscendo a centrare il non facilmente pronosticabile risultato di credibilità.

miss sloane

Il regista di Portsmouth (classe 1949) lascia il Marigold Hotel per mettere in scena un thriller politico di buon ritmo che aggiunge un ulteriore tassello positivo nel suo percorso di purgatorio e di lenta redenzione dopo l’ormai antico (ma ancora bruciante) peccato originale di “Shakespeare In Love”. Tre sono gli essenziali punti di forza messi platealmente in mostra: la fluente sceneggiatura di un esordiente (!) Jonathan Perera in primis, ricca di tensione e di notevoli svolte non prevedibili, finale d’impatto incluso; ovviamente la stimabile performance machiavellica della Chastain, in un ruolo che riporta alla mente l’enigmatica agente Maya Lambert (“Zero Dark Thirty”), ben accompagnandosi alla sempre ottima figura di Mark Strong; infine la tematica, estremamente attuale data la frequente compagnia armaiola ai banchetti della nuova amministrazione statunitense, che tocca i punti scottanti senza inciampare eccessivamente nel giudizio morale.

Poi si, come facilmente immaginabile, la fastidiosa patina da americanata purtroppo risulta spesso (troppo) presente e abbassa non di poco la caratura: la solita “morale dello zio Sam” da b-movie anni ’80 con sottofondo journeyano pare impressa irrimediabilmente nel suo dna (e in quello del padrone cineasta). Nondimeno, al netto di ciò, avverto comunque la bontà di un film parzialmente onesto, pienamente godibile in lingua originale data la sua essenza “verbosa” e la massima centralità dei dialoghi curati ed efficaci, che rifiuta il portamento didascalico o di inchiesta in favore di una veste meno commerciale e più sostanziosa. Sembra una scelta scontata ma per una pellicola di produzione americana, di nuovo credetemi, non lo è.


ABBIAMO PARLATO DI…

miss sloane

Miss Sloane – Giochi di potere
Thriller
John Madden, 2016
Stati Uniti D’America
Archery Pictures, FilmNation Entertainment, EuropaCorp, France 2 Cinema

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

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Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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