Narcos 3: Escobar era un dilettante

Ammirato resoconto di come il cartello di Cali conquista il mondo, o forse no.

Nel mezzo del mio bulimico intossicarmi di Narcos (ho impiegato circa due giorni e mezzo per esaurire gli episodi della serie, apparsi su Netflix il primo di settembre) mi sono imbattuto sui social, riuscendo questa volta a correre più veloce degli spoiler come non mi era mai accaduto, in uno dei commenti più sintetici ed efficaci che abbia mai visto su una serie tv: “Escobar era un artigiano dello spaccio. Questi sono ingegneri”. Saltando di palo in frasca ho esteso, fra me e me, la stessa promozione professionale non soltanto ai geni del male protagonisti di questi nuovi dieci episodi, ma anche agli showrunner: il salto di qualità tra la seconda e la terza stagione è, infatti, assolutamente gigantesco.

“Hanno suonato il sistema come un cazzo di violino.”

Gigantesco come il buco che, apparentemente, il deceduto boss di Medellin aveva lasciato all’interno sullo show. Apparentemente incuranti del fatto che la serie si chiamasse Narcos e non Life & Death of Pablo Escobar, gran parte dei follower erano appunto perplessi su quanto il tutto potesse funzionare senza una figura cui tutto il resto rivoluzionasse attorno, senza il faccione tondo e gli occhi iniettati di sangue del pur magistrale Wagner Moura. Eppure adesso Narcos funziona molto, molto meglio. Paradossalmente (o forse no) l’eliminazione di una figura così centralizzante è una mossa che riesce a modernizzarla, che la fa diventare (pur senza perdere la fedeltà al live footage, che appare praticamente in ogni episodio) una serie più dinamica e al tempo stesso più cerebrale, in certi limiti anche molto più imprevedibile.

“Il nemico del mio nemico è mio amico, almeno finché non torna ad essere mio nemico.”

A tirare le fila del narcotraffico non è più un solo uomo (poi anche un uomo solo) con i suoi vaneggiamenti, le sue manie di grandezza, la sua deviata idea del comunismo e infine le sue insicurezze e paure: i padrini della ridente Cali sono quattro, hanno caratteri e modi di approcciarsi alla nobilissima arte del narcotraffico in modi completamente diversi, e i loro punti di vista -spesso anche fortemente discordi- si riflettono sul tumultuoso ma efficace management degli stupefacenti. A far da contraltare al pacifico pragmatismo di Gilberto Rodriguez Orejuela c’è la modalità berserk del fratello Miguel (e del figlio -e sosia di Juan Manuel Iturbe- David), che risponde con un sontuoso “sticazzi” ai propositi di resa aleggianti sulla prima metà della stagione dando vita a un glorioso risveglio dell’ultraviolenza. Dove il mai visto prima Chepe porta sprazzi di follia e spacconeria del tutto sudamericana, Pacho Hernandez offre una sua gustosissima variante, fuori dagli schemi e inaspettatamente stylish, del tagliagole di professione.

“Siete già passati a Windows 95?”

Rimane, certo, un enorme elemento familiare senza il quale la serie avrebbe perso ogni residuo identitario facendo la triste fine che fu di True Detective: l’ispettore Peña, ancora ottimamente interpretato da Pedro Pascal e assurto al ruolo di celebre eroe di guerra e superstar della guerra ai cattivoni colombiani. Javi sta quasi sempre ai piani alti, vede i fili dell’enorme teatrino sudamericano molto prima degli altri, immancabilmente insegue qualcuno in camicia rosa: uno spettacolo. Bravo Oberyn. A contendergli la maggior presenza sullo schermo è l’altro buono a metà Jorge Salcedo (Matias Varela), perennemente combattuto e stupefatto prototipo di nerdone che, pietrificato dall’escalation di morte che gli esplode attorno (cazzo ti sembrava Jorge, di lavorare a Disneyland?), si trova costretto a organizzarsi per salvare la vita sua e di una moglie comunque rompicoglioni.

Puta mierda!

Sono tanti altri gli elementi che contribuiscono a rendere la terza stagione di Narcos una delle migliori uscite di Netflix da un po’ di tempo a questa parte: se le prime due erano psicologicamente intriganti e storicamente interessanti, questa è adrenalinica, e riesce per la prima volta a (tenetevi forte che arriva) dare dipendenza. E per carità, non saranno settati degli standard come l’immortale “bitch!” del buon vecchio Pinkman, ma tra gli esiti del mio impronosticato bingewatching c’è anche una mia acquisita predisposizione a insultare i miei conoscenti chiamandoli malparido o meglio ancora maricòn. E ho anche cominciato a stilare una lista di cose da fare per il mio futuro impero del narcotraffico, per la cui ascesa ringrazierò a dovere, un giorno, i signori Chris Brancato e soci. Magari un giorno ve la mostrerò. Nel frattempo, potete intuire come vi consiglio di impiegare almeno una decina di ore.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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