Saint Seiya, il 3D e Netflix: Un threesome MEH

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Certo, non un disastro, non come Castlevania. AH, Castlevania…

Saint Seiya è uscito da qualche settimana. Io, al solito, sono lento come una capra in mezzo all’Acropoli di Atene mentre cerca di capire perché ci sono dei ragazzetti di 16 anni pronti ad ammazzarsi di mazzate di morte piuttosto che giocare a tedesca con un pallone come tutti gli esseri umani normali (sì, una capra del genere è molto intelligente, ma pur sempre lenta).

In questi giorni di indemoniato caldo bolognese, dove anche alle 22:00 ci sono Ade e Persefone che mi chiedono in prestito un ventilatore, cerco di capire se l’arrivo dei Cavalieri dello Zodiaco su Netflix in tutta la sua strabordante terza dimensione sia un’operazione con un senso d’esistere o un’opera degna dell’esternazione più coraggiosa e sincera del ragioniere Ugo Fantozzi.

Facciamo ordine e partiamo dalle basi: partiamo parlando blandamente della storia. Niente spoiler. Anche se parlare di spoiler per Saint Seiya è come chiedere a qualcuno di non farsi raccontare come finisca un documentario di Alberto Angela sulla Seconda Guerra Mondiale.

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“A regazzì, mo m’hai rotto proprio”. Phoenix, hai ragione

Detto questo, ovviamente, il background di quello spaccone di Pegasus (Seiya) viene trasposto ai giorni nostri, con lui che si incazza contro degli sbruffoni-meno-sbruffoni-di-lui e scatena un putiferio con le sue mani che si illuminano come se avesse abusato dell’amuchina e tira auto a destra e a manca. Il motivo? Stavano per rubargli la il disegno bruttissimo della sorellina. Siamo ai giorni nostri, appunto, e uno di quei deficienti riprende tutto col cellulare e carica il video su YouTube.

Questo giusto per farvi capire che l’idiozia dei nostri giorni ben si sposa con l’ambiente dei Cavalieri. No? E invece sì. Per un semplice motivo. Al momento, con sei episodi da 25 minuti circa a disposizione, capiamo che parecchi passaggi sono stati snelliti, se non banalizzati. Soprattutto, quell’aulicità dell’eloquio che faceva capire che ‘sti quattro cafonetti di periferia alla fin fine erano in effetti esseri “straordinari” (sì, pure quello sbruffone di Pegasus), vien meno.

Poco male, visto che il problema arriva quando, sin dalle prime battute, viene tirato in ballo un esercito. “Di altri cavalieri e creature divine” penserete voi. No, proprio un esercito. Con soldati che hanno frequentato il campus estivo di reclutamento dagli stormtrooper di Guerre Stellari, perché non colpiscono nessuno nemmeno con l’aiuto di Zeus, Poseidone o Ade.

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Seiya, nello sforzo di lanciare il Fulmine di Pegasus, si è lasciato andare. Gli altri se ne sono accorti.

Ma non è neppure quello il problema principale, dato che modificare in parte la storia originale, per onore della varietà, è lecito. Il problema è che, per quanto si è visto, tutto manca di una certa profondità. Gli scontri non sono evocativi, quando dovrebbe esserci tensione c’è invece un appiattimento generale. Taccio sulla questione cavalieri neri, con le armature ricavate da pezzi di ricambio difettosi di Kitt di Supercar. Non è neppure colpa del treddì, sempre in bilico tra PS2 e remastered per PS3, ma in verità gestito meglio di quanto potesse rivelare il trailer di due anni fa. Ovviamente il disegno a mano ha letteralmente tutt’altro impatto, anche a trent’anni di distanza.

Il guaio maggiore, di fondo, semmai, è che tutto è fottutamente edulcorato. Non un globulo rosso sprecato per terra, al massimo un po’ di terriccio sulla guancia. Mi ricordo Pegasus che sputa sangue, Sirio lacerato da ferite assurde. Qui pare di vedere la versione per Super Nintendo del primo Mortal Kombat, col sudore al posto dei fiotti rossi. È evidente che i Cavalieri di Netflix sono stati pensati per un pubblico più puerile, ma per Zeus, c’è modo e modo. Da questo punto di vista, un’occasione buttata alle ortiche degli strapiombi di Sparta.

È dunque solo pieno di difetti questo Saint Seiya di Netflix? No.

Phoenix è stato ridisegnato ed è più ragazzino e meno “grosso” dell’originale, ma rimane il migliore per il sottoscritto, quello che dà del filo da torcere a chiunque in qualunque circostanza. Odia tutti e fa pure bene.

Pegasus è insulso e fastidioso quasi quanto la sua controparte delle serie classiche (sì, è un pregio).

Atena è anche più fastidiosa, arrogante e cagacazzi dell’originale. Portare odio verso di lei si rivela naturale, ed è giusto che sia così.

Crystal si rivela più stronzo, vanesio e cinico di quanto ci si possa ricordare. Benissimo, perché al momento si rivela essere il personaggio meglio caratterizzato tra i quattro stronzi cavalieri.

Sirio è sempre molto fortunato (semi-cit.).

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Alla fine, questa versione di Andromeda sembra quasi più mascolina dell’originale…

La CGI, lo ripeto, non è così brutta. Perde la sfida con la controparte fatta di carta e china, soprattutto nelle scene degli scontri, ovviamente, ma mi aspettavo risultati decisamente peggiori (deducete da ciò le mie aspettative alte quanto una buca in mare).

Non cito né tra i pregi, né tra i digetti, la scelta di rappresentare Andromeda come una ragazza. Onestamente, per come viene presentato il personaggio in questa trasposizione da III millennio, potrebbe anche andare bene, ma la potenza dell’originale era proprio la sua ambiguità accentuata dall’estrema delicatezza e sensibilità, simile in certi versi a quella che Crystal mostrava in certi frangenti, ma senza l’apparenza da duro.

Fatto sta che la curiosità per vedere come verrà sviluppata la seconda stagione c’è. Saint Seiya di Netflix, col treddì che (non) fa tanto pheego, non è un estremo disastro. Sarà che dopo la visione della seconda stagione di Castlevania tutto mi sembra estremamente più bello…

Ah, già, la seconda stagione di Castlevania…

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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