Snowden, Stone e la speranza nella lotta

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“La segretezza è sicurezza e la sicurezza è vittoria.”

 

Più il mondo si addentra nell’era digitalizzata, più si scinde nettamente in due: da una parte, le persone che sono pronte a sacrificare di tutto per la propria brama di potere economico e sociale; dall’altra, quelle “comuni” che si ostinano a non preoccuparsi di nulla forti del loro mantra “tanto non ho nulla da nascondere”, attraversando la propria esistenza senza pensare che un occhio è costantemente puntato su di loro, calpestando nelle loro essenzialità costituzionali i diritti che ogni giorno vengono difesi ormai solo a parole, in un freddo baratto della libertà in cambio di comfort e stabilità. Email, chat, sms, social, fotografie, documenti personali in cui possono essere racchiusi preferenze sessuali, politiche o religiose o altre faccende che sarebbe gradito rimanessero personali. Tutto. Ogni cosa è sotto controllo, in una silenzioso e oppressivo monitoraggio da parte di chi ci governa (se non si è capito, la prima categoria), come un coltello invisibile puntato alle budella della nostra privacy per “difenderla” dagli innumerevoli pericoli e pronto a dilaniarla quando è più conveniente, buttando in pasto ai media l’eroica scusa della lotta al terrorismo.

Nel mezzo però ci sono dei soggetti, più unici che rari, che credono ancora in alcuni principi, specie nell’irrinunciabile valore della trasparenza e della riservatezza, e nella possibilità di scuotere il sistema imbevuto di eccessivo controllo. Soggetti come il protagonista del nuovo biopic del regista tre volte Premio Oscar Oliver Stone da oggi nelle sale italiane, Edward Snowden, giovane ex tecnico della CIA e consulente della NSA noto per aver rivelato pubblicamente nel 2013 dettagli di diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico e perciò braccato come traditore fino ai confini della Russia dove ha trovato da allora asilo politico.
Un genio informatico, un Julian Assange senza l’animo rockstar che grazie alle proprie fulminanti capacità dalle file dell’esercito è arrivato alle alte sfere senza diplomarsi e ha provato a servire la bandiera a stelle e strisce nei confini della legge, addentrandosi poi per gli scopi ordinati nelle zone grigie oltre stanti e cercando di ubbidire ed accettare tutte le nefandezze spionistiche a cui ha dovuto assistere, fino ad avere crisi epilettiche di “rigetto”. Da qui l’ardua decisione di lasciare la propria vita stabile e paradisiaca alle Hawaii, copia-incollare dall’interno tutte le prove tangibili e schiaccianti delle violazioni delle amministrazioni Bush-Obama e denunciarle ai giornalisti del Guardian del Washington Post in un incontro segreto a Hong Kong, tutto “per informare il pubblico su ciò che viene fatto in loro nome e quello che è fatto contro di loro“.

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Stone torna alla ribalta in grande forma per una spinosa traversia sulle orme di “Citizenfour” – documentario osannato alla notte degli Oscar dello scorso anno, diretto dalla regista Laura Poitras che ha seguito in prima persona lo svolgimento dei fatti (nel film è interpretata da Melissa Leo) -, montando con perfezione fincheriana oltre due ore di forte intensità hollywoodiana affidate in grandissima parte alla eccellente prova di Joseph Gordon-Levitt. La direzione stilistica si differenzia però per la chiara scelta di seguire in minima parte il presente e la cronaca post-scandalo, optando per l’avventurosa analisi tramite lunghi e sapienti flashback della vita e dei retroscena professionali di una delle più controverse figure del XXI secolo, per cercare di estrapolare e mostrare i motivi che hanno esasperato la sua insofferenza e lo hanno portato ad innescare una vicenda che se non fosse ampiamente documentata saprebbe fortemente di invenzione fittizia. E qui sta l’indubbio successo della pellicola, nel suo progressivo incedere, prima soltanto tratteggiando il dipinto narrativo di un individuo dal forte senso di responsabilità e dalla crescente perdizione della sua umanità contro l’America del o-sei-con-noi-o-sei-contro-di-noi, e poi aprendosi completamente solo nel finale, affidato al vero Snowden in carne e ossa.

Molto potenti gli artifici e le ricostruzioni esplicative, soprattutto le immagini metaforiche della sfera centralizzata del database in cui tutti siamo immessi e controllati inconsapevolmente o con un consenso blando e non informato, che va a confondersi con l’iride di un impiegato di intelligence che sorveglia ogni ambito di vita privata tramite webcam o cellulari tracciati. O ancora quella dello squarcio di luce accecante  visto da uno Snowden finalmente “libero” dal bunker in cui lavorava, diretto verso la redenzione con gli sporchi segreti nella memory card in tasca. E proprio davanti a queste scene, il messaggio arriva forte e chiaro, quello di Stone e quello di Snowden: il fine – né ora né mai – non giustifica i mezzi. E il rischio che questo vero e proprio scontro in atto sul controllo dei dati personali – fatto di Capi di Stato e di industrie spiati per influenzare le compagnie petrolifere in Brasile o per acquietare qualche pedina recalcitrante in Medio Oriente – possa degenerare davvero nel conflitto dai danni collaterali più grandi di sempre è più concreto che mai. Nell’attuale puzzle politico fatto di check ‘n balances corrotti solo una decisiva presa di coscienza collettiva riguardo la difesa delle nostre prerogative e dei nostri diritti umani si mostra estremamente necessaria. Anche a costo di infrangere la legge. Perchè, come mostra il caso in questione, “nel corso della storia degli Stati Uniti ci sono stati momenti in cui ciò che era giusto non coincideva con ciò che era legale”, ma è evidente che non siamo più in quei gloriosi giorni. Oggi ciò che può essere definito come “eticamente giusto” è sempre più spesso abbandonato a solitari atti di coraggio nei criticati campi della disobbedienza civile, al di là delle etichette di patrioti e traditori, come un disperata concezione moderna del basilare diritto di difesa lockiano. La speranza è che tale flebile sussulto si consolidi attraverso ulteriori seguiti esemplari. Il gesto di “Ed” quanto meno è un fiducioso passo in quella direzione.  


ABBIAMO PARLATO DI… snowden500

Snowden
Oliver Stone, 2016
Biografico, 134 min
Stati Uniti D’America, Germania
Open Road Films

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
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