Spider-Man: Homecoming. Quando hai bisogno di Iron Man per essere Spider-Man

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ma solo se c’è Tony Stark.

Partiamo con una domanda: era necessario un secondo reboot di Spider-Man? Forse sì, se si ascoltano le accuse lanciate all’Arrampicamuri interpretato da Andrew Garfield nelle due pellicole di Marc Webb; forse no, se l’obiettivo della Marvel è quello di inserire l’Uomo Ragno all’interno della cornice narrativa che è il Marvel Cinematic Universe, un po’ forzatamente, un po’ snaturando il personaggio stesso di Spidey. Ma non voglio che siate prevenuti prima di ancora di aver finito di leggere tutta la recensione di Spider-Man: Homecoming, quindi partiamo con ordine.


Come già detto, Spider-Man: Homecoming riprende direttamente gli eventi di Civil War. Troviamo uno Spider-Man che prima documenta il suo viaggio a Berlino per incontrare i Vendicatori con un vlog degno del miglior instagrammer, mentre subito dopo ci viene sbattuto in faccia Michael Keaton, colui che sappiamo che vestirà i panni del villain Avvoltoio. Il plot è basato proprio Adrian Toomes, impiegato della ditta che si occupa di ripulire la città dal disastro combinato dagli Avenger, che però si vede soffiare l’appalto dalla Damage Control, un’organizzazione governativa che gli soffia il lavoro e lo rende frustrato e vendicativo. Toomes sfrutterà dunque il materiale alieno per sfogare la sua rabbia, cercando di incanalarla verso un fine più aulico, ovvero la soddisfazione della famiglia, un tema che tornerà per tutto il film. Questa la premessa per far partire Spider-Man: Homecoming. Ci viene mostrato un Peter Parker quindicenne circondato da amici di tutte le etnie (perchè il politically correct ormai è ovunque), dalla bellissima Marisa Tomei nei panni della zia May, e da Tony Stark/Iron Man. Ecco, Tony Stark, la presenza più preponderante del film, la più assillante, la più ingombrante.

Fatevi bastare Marisa Tomei come buon motivo per vedere Spider-Man: Homecoming.


Si vede sin da subito (si era visto già nei trailer) che con la pellicola di Jon Watts la Marvel ha cercato di riportare in Spider-Man quei tratti auto-ironici, adolescenziali, quasi irriverenti in certi frangenti. Tobey Maguire è stato accusato di essere troppo “vecchio” per interpretare l’Uomo Ragno (tanto di cappello alla trilogia di Raimi, intendiamoci), e se Andrew Garfield ci ha provato senza riuscirci, Tom Holland è perfettamente a suo agio nei panni dell’adolescente Peter Parker, che si ritrova tra le mani un potere senza avere la responsabilità di saperlo gestire. È questo il filo conduttore di questo Spider-Man: Homecoming: il tentativo di Peter Parker di dimostrare agli altri prima che a se stesso che può governare le ragnatele che spara, che riesce ad essere abbastanza intelligente da saper usare le sue abilità nel migliore dei modi. Peccato che per riuscirci abbia bisogno di quell’ingombrante presenza (di nuovo) che è Tony Stark.

Ned consiglia a Peter Parker il nuovo panino del McDonald’s.


L’uomo più famoso nella narrazione del MCU è il mentore di Peter Parker in questo nuovo reboot firmato Jon Watts. Tony Star è colui che regala il primo vero costume di Spider-Man a Spider-Man, un costume che rende l’Uomo Ragno fin troppo simile ad Iron Man, considerata l’interfaccia tecnologicamente avanzata in stile Jarvis che assiste Spidey in tutte le sue azioni. Ma Tony Stark è anche colui che ha il compito di fare la ramanzina a Spider-Man, di assurgere al ruolo di padre di famiglia per far capire a Peter Parker che no, le ragnatele non le puoi usare come vuoi tu, hai un potere e da questo derivano grandi responsabilità. Ed è stato a questo punto che mi sono chiesto dove sia finito il leitmotiv di Spider-Man, quella sua maturazione le cui radici affondano all’interno del personaggio, senza bisogno di dover trovare una guida che non sia se stesso. Sebbene il motivo del working class hero sia ripetuto più volte in Spider-Man: Homecoming, in riferimento all’Avvoltoio, Peter Parker non è un ragazzo che si è fatto da sè. Non impara dai suoi errori se prima questi non gli vengono fatti notare, cerca sempre l’apprezzamento degli altri, il suo obiettivo non è aiutare il prossimo, ma entrare negli Avengers. Ed è questa la scelta della sceneggiatura scritta da Watts insieme ai suoi cinque collaboratori che più mi fa storcere il naso.

Qui è quando Tony Stark ricorda a Peter Parker quanto resta del film senza la partecipazione di Iron Man.


Volendo tirare le somme, Spider-Man: Homecoming non può essere considerato un brutto film. Capisco che la Marvel abbia voluto puntare sul rilancio di un marchio come quello dell’Uomo Ragno cercando l’inserimento di Spider-Man all’interno della cornice narrativa che oggi è il MCU, ma così facendo le forzature diventano troppe. L’autoironia del personaggio va a perdersi in un’infinità di battute che dopo un po’ non fanno più neanche ridere, rischiando che Spidey diventi la macchia di se stesso. Quello che rimane è un buon cinecomic, che intrattiene con le sue 2 ore e 17 minuti, con un paio di colpi di scena che sono anche loro opinabili, ma che comunque ci sono; con una buona resa delle scene d’azione in CGI, ma la cui vera intensità è mostrata solo nell’ultima mezz’ora di film. Resta l’amaro in bocca per un villain che avrebbe potuto dare di più, e che si salva grazie al carisma di Michael Keaton, per un plot che poggia troppo sul trinomio Peter Parker – Tony Stark – Avengers, per un Tom Holland che avrebbe potuto rendere ancora meglio nelle vesti di uno Spidey meno spiritoso e più riflessivo. Insomma, andate a vedere Spider-Man: Homecoming, ma non vi caricate di hype come ho fatto io, altrimenti rischiate di rimanere imbrigliati nella ragnatela.

Alessandro Naimo

Cerco di appassionarmi al marketing per sopravvivere. Spazio dalle arancine alla musica agli Happy Three Friends. Terrone dentro, morbido fuori.
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