Pornology: Hugh Hefner, l’ultimo pioniere celebrato da me… e da una playmate

Un ricordo patinato del vero zio d’America che portò il nudo sui tavolini di mezzo mondo.

Ciò che fa capire che non sono un giornalista “sempre sul pezzo” (espressione che nell’ambito di questa rubrica potrebbe portare a fraintendimenti) è sicuramente il fatto che non avevo un “coccodrillo” pronto a celebrare l’eventuale scomparsa di un mito della cultura pop come Hugh Hefner.
Quando ieri mattina infatti dalla redazione di In Media Rex mi hanno scritto esordendo con un “ferma tutto quello che stai facendo… è morto Hef!”, mi sono ritrovato spiazzato. Primo, perché avevo già pronto un bell’articolone dai più perversi risvolti; poi, perché non avevo ancora saputo della triste dipartita. Last but not least, perché scrivere di un personaggio come il padre del coniglietto più famoso del pianeta non è per niente cosa facile.

Credo che Hugh Hefner abbia avuto un perfetto tempismo anche nella scelta della propria scomparsa. Ha scelto il momento giusto per andarsene, a cavallo tra due generazioni: la mia, da un parte, quella di chi ha iniziato ad essere assuefatto dai primi calcolatori, ma che ha avuto ancora modo di provare le prime erezioni patinate, semplicemente sbirciando lo scaffale in basso a destra delle migliori edicole di periferia; e la generazione dei cosiddetti “giovani d’oggi”, coloro che l’erotismo e la pornografia la conoscono praticamente da sempre solo in forma digitale.

“Capitano, o mio capitano!”

Ormai da un po’ Playboy non era più quello di un tempo, rimpiazzato nell’immaginario comune da una fruibilità assoluta di contenuti hard e soft core a prezzi scontati, se non assolutamente free sul web e in tv. Hef questo lo sapeva e già da tempo aveva iniziato a diversificare intelligentemente la gamma dei servizi del marchio. Abbigliamento, libri, discoteche, linee di alcolici, allestimenti per auto e via dicendo. La rivista sexy per eccellenza aveva perso la sua ragion d’essere, fagocitata da un mondo invaso dal sesso e dalla masturbazione facile e restava, come ogni avanguardia, confinata nell’ambito del collezionismo più fetish.

Quando nel 1953, coi suoi ultimi risparmi, il buon Hugh faceva uscire il primo numero di Playboy, nella America di Eisenhower non si poteva pubblicizzare un reggiseno facendolo indossare ad una donna vera, in carne ed ossa. Prolificavano spot in cui i reggiseni erano tenuti in mano da casalinghe vestitissime o indossati da manichini dalla freddezza estrema. Il puritanesimo era a livelli estremi e il sesso lo facevi, ma non lo mostravi. In copertina c’era quella gran topa di Marilyn Monroe. Ragazzi… Marilyn Monroe. Va beh basta. Non sto a tediarvi con celebrazioni di cui in questi giorni avrete già la nausea. Non starò a ricordarvi che nel primo editoriale di Hef si citava Nietzsche, o che su playboy ha scritto un premio Nobel come Gabriel Garcia Marquez. Queste cose le saprete già, e la D’urso comunque non esiterà a spiegarvele nel dettaglio oggi pomeriggio.

A preme parlarvi piuttosto di quello che davvero vi interessa. Le tette. Anzi, le Tette.

Tutta suo nonno.

La svolta fondamentale da premio Nobel apportata da Hefner è stata sicuramente l’immagine della sexy bambola come oggi la conosciamo. Forse (anzi, togliamo il forse) senza Playboy non esisterebbe il modello archetipico della pornostar di oggi: solitamente bionda, con delle curve da paura e due tette rigorosamente enormi, se non addirittura siliconate. Magari non molti di voi sanno che esiste sul web una vasta comunità di feticisti dediti al culto della donna “alla playboy”, tutta biondume e forme mozzafiato, stupida al punto giusto e ossessionata dall’apparire, dalla chirurgia estetica e in cerca di un sugar daddy che la mantenga e la adori. Negli States, questo tipo di figura femminile è definita con il termine specifico “Bimbo”. Una Bimbo è, appunto, una donna dal basso (se non nullo) quoziente intellettivo, che nei sogni del maschio-medio deve essere un trofeo da esporre come una sorta di status symbol, una Trophy wife (moglie-trofeo). Insomma, stiamo parlando di una vasta comunità di appassionati della chirurgia plastica, tendenti sicuramente alla porn addiction, che fanno della donna oggetto l’unica loro aspirazione. Fatevi un giro su Twitter o Tumblr e cercate hashtag come bimbofication, bimbos o bimbodoll e capirete in men che non si dica a cosa faccio riferimento.

La Bimbo culture è sicuramente figlia di Hef, della Playboy generation e -alcuni sostengono- di Pamela Anderson (ah, Pamela! Quanti ricordi…). Un’oggettificazione della donna che ha rivoluzionato il mondo dell’erotismo, sì, ma che ha anche lasciato adito a schiere di polemiche infinite e di dibattiti legati al femminismo e alla condizione femminile. Tutti questi discorsi io li lascio da parte. Qui ci si limita a fare una cronaca della gnocca e in questo caso un’apologia dell’uomo più controverso dello show biz.

Qualche anno fa, Holly Madison, pluricelebrata Playmate, è uscita con un libro-scandalo intitolato “Down the rabbit hole. Curiose avventure e ammonimenti di una giovane playmate”. La magnum opus, che ha suscitato non poco scalpore e ha dato inizio anche ad una serie di querele tra il buon Hef e la super-fica, descriveva nei dettagli alcune situazioni piuttosto scabrose della vita all’interno della Mansion: dall’ossessione di Hef per il Viagra, ai ripetuti abusi psicologici subiti dalle conigliette da parte del vecchio sporcaccione. Cosa ci si aspetta da un pioniere assoluto del sesso moderno e della mercificazione/esaltazione del corpo femminile? E’ lecito supporre che chiunque avrebbe perso la testa, sopraffatto da cotanta valanga di patata in giro per casa. Hef ha comunque resistito con il suo consueto aplomb anche a questa mazzata mediatica e gli eventi di Playboy sono continuati imperterriti senza stop o cali di attenzione. Tutto quello che toccava Hef diventava sexy, tutto quello che diceva Hef diventava fonte di dibattito o riflessione. Credo che sia importante celebrare la scomparsa di un personaggio del genere, perché ciò che ha fatto è una vera e propria rivoluzione dei costumi, che poi ci piaccia o no, è un altro discorso. Sembra banale un’affermazione così, ma in un mondo che non dà alla pornografia e a tutto ciò che vi gira attorno, il suo giusto peso specifico all’interno dell’antropologia moderna, diventa quasi un dovere morale ricordare chi nella sua, magari anche meschina, grandezza ha sconvolto la libido di molti.

I messaggi orali di Shauna Sand sono sempre ben accetti.

Per alcuni un porco, per altri un mito. Per alcuni un gangster, per altri un simbolo della cultura pop. Per i collezionisti le pagine di Playboy che hanno ospitato interviste o editoriali di grandi uomini della letteratura, come il già citato Marquez, sono ancora oggi tra le più apprezzate… forse anche perché non sono appiccicose come tutte le altre pagine della rivista.

Ora Hef se n’è andato. Sui social network si moltiplicano le battute, i doppi sensi e le celebrazioni di una leggenda che non c’è più. Ieri appena appresa la notizia ho scritto su Facebook a Shauna Sand (ex-playmate losangelina, per chi vivesse sulla Luna), ormai residente dell’universo Milf a cui tengo molto  e con cui ho avuto modo di chiacchierare più volte. “Shauna, Hef è andato. Una dichiarazione?”. “Beh, che dirti? Sono triste, lo amavo. Mi ha scoperta lui. E, quando ero solo una giovane aspirante modella, mi ha confortato facendomi capire che non era un dramma non avere due grosse tette di plastica… lui mi ha ridato l’autostima, mi ha preso in scuderia. Poi me le sono comprate da sola, le due tette di plastica”. Ecco, questa ricca esternazione -ve lo posso assicurare- di profonda e sincera commozione, ci dà la misura di quanto, soprattutto in America, sia stata importante la figura di Hugh Hefner, per un certo tipo di cultura e di generazione. Non serve altro. Dopo aver chattato con una Playmate, nel giorno della scomparsa del fondatore di Playboy, mi pare di aver visto e detto tutto il necessario. Solo una cosa è meglio ancora ribadire. Grazie Conigliette. Grazie Hef.

Marco Ceretto Castigliano

Marco Ceretto Castigliano

Cresciuto a suon di Pearl Jam e Alfred Hitchcock, cerco di fare della mia vita un racconto, spesso senza capo né coda e senza prendermi troppo sul serio. Poggiata la penna vesto i panni dello speaker radiofonico.
Marco Ceretto Castigliano

About Marco Ceretto Castigliano

Cresciuto a suon di Pearl Jam e Alfred Hitchcock, cerco di fare della mia vita un racconto, spesso senza capo né coda e senza prendermi troppo sul serio. Poggiata la penna vesto i panni dello speaker radiofonico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *