Resident Evil 3 è una piacevole sveltina

“Chi s’accontenta gode. Così così” (cit. Ligabue che finisce Resident Evil 3)

Alzi la mano chi non ha giocato Resident Evil 3 al tempo dell’uscita. Uff, quanti siete! Invecchiare fa schifo.

Detto questo, nel recente passato Capcom ha nuovamente vissuto un periodo d’oro, merito della furbizi volontà di pescare i titoli della sua golden age moderna e riproporli alla nuova generazione sotto nuove sembianze, senza per questo snaturare eccessivamente le sensazioni originali.

Nessuno si spaventerebbe più davanti ai 30 poligoni di Jill e ai 20 degli zombie dei classici Resident Evil. Anzi, le bestemmie e le urla ci sarebbero, sì, ma per una questione di legnosità di controlli e di telecamera fissa ormai non più tollerabili.

Col remake del secondo episodio i giapponesi hanno fatto centro, col RE Engine in grande spolvero (anche se il sottoscritto preferisce, seppur di poco, la resa del motore grafico in RE VII) e una tensione costante, colpi di scena e piccole ma significative differenze rispetto all’originale.

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Con Resident Evil 3 Capcom cerca di strafare. Grafica pazzesca, con i momenti di gioco che differiscono di pochissimo dalle cutscene. Ok, io sono della generazione che quando uscì Max Payne urlò al miracolo sfiorato, alla generazione che preferiva Actua Soccer 2 a Fifa ’98 “Perché hanno le facce vere” (delle improbabili fotografie in risoluzione 22×20 spalmate su poligoni larghi il quintuplo), ma una volta tanto i filmati dei mesi precedenti non erano ingannevoli.

Ringrazio iddio, o almeno i programmatori di Capcom, per avere mantenuto la schivata di Jill, cosa che rende tutto molto più fluido, agile. Ho odiato RE2, nel 1998 come nel 2018, a causa della sua agilità pari a quella di un comodino Ikea fissato con del Super Attak. In questo caso, come 20 anni fa, una piccola aggiunta giova molto alla giocabilità.

Papà Castoro, parlaci del Nemesis! Arriva il Nemesis!. Ok, la prima volta che l’ho incrociato mi sono quasi cagato addosso sono saltato dalla sedia. Terribile, orribile. Soprattutto, ti sta alle calcagna manco fosse Beppe Fetish o Paolini. Hai costantemente la sensazione di non essere al sicuro.

I momenti di stasi non sono di riposo: l’ansia che prima o poi quell’obbrobrio spunti fuori è sempre presente. Io sono una pippa, troppe volte sono arrivato sull’orlo di soccombere come un niubbo (che in effetti sono) per delle distrazioni.

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Ecco, a tal proposito. Io sono scarso, a livelli inqualificabili. Sono impressionabile, tanto che ogni oretta circa di gioco devo fermarmi e calmarmi. Sono arrivato alla conclusione di Resident Evil 3 dopo circa 8 ore. Nei meandri dell’Internétte leggo che molti hanno completato le (dis)avventure di Jill in 6 ore circa, ed è un tempo realistico.

Tutto ciò non perché i livelli di sfida e di difficoltà siano bassi, ma perché ci sono stati dei tagli rispetto al gioco originale. Nulla di scandaloso, solo passaggi non poi così importanti, ma che inevitabilmente hanno abbassato la longevità globale

Se il suo predecessore è stato un piacevole amplesso grottesco, Resident Evil 3 è una sveltina intensa. E lineare. Nessuna scelta che possa far cambiare qualcosa: si va dritti al punto. Letteralmente. La narrazione è lineare, non ci sono finali alternativi. Morale della favola: una volta arrivati ai titoli di coda, riprendere in mano il pad è inutile.

Non spenderò parole su quella porcata di Resident Evil: Resistance. Per come è strutturato ora, ha su di me un appeal paragonabile a quello di un piatto di calamari scaduti nel 2008.

Il gusto della sigaretta (allegra) finale, comunque, rimane piacevole.

Andrea Mariano

About

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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