Cose molto sbagliate nei videgiochi #4: Bionic Commando, Dead or Alive Xtreme, Clodogame

La variopinta fauna dei videogiochi: nazisti misti, barboni e combattenti in bikini che si prendono a pallate.

Tra i milioni di protagonisti, nemici e compagni vari che vengono creati ogni anno dall’industria dei videogiochi, è facilissimo che periodicamente saltino fuori dei casi di personaggi che urtino in uno o più modi la sensibilità di qualche categoria di persone. Dopo aver parlato di stragisti sociopatici, attentatori e molestatori di native americane, oggi recuperiamo qualche esemplare di truppe naziste, di prosperosi modelli poligonali baciati dal sole e dalle piscine, e di protagonisti senza fissa dimora.


Bionic Commando / Hitler’s Revival – Top Secret (Capcom, 1987)

Tutti sui libri di storia l’hanno sempre chiamato Master-D.

Uno dei simboli trattati con maggior cautela della storia dell’umanità, la svastica ha trovato diffusione a fasi alterne nell’ambito dei videogiochi: spesso usata come facilissimo simbolo per identificare la carne da macello in titoli per lo più parteggianti per lo zio Sam (i primi Call of Duty o Medal of Honor, le più particolari capatine nei pressi del castello Wolfenstein), è stata anche rapidamente eliminata quando i franchise diventavano troppo grossi o quando qualche saltuaria polemica cominciava ad affiorare. Causa principale della problematica la legislazione tedesca, che permette l’utilizzo del simbolo solamente in titoli multimediali educativi o in forme d’arte, e non cataloga i videogiochi in nessuna delle due categorie. Bionic Commando, sparatutto a scorrimento di culto pubblicato da Capcom nel 1987, era stato originariamente concepito addirittura con un altro titolo, con cui toccò effettivamente gli scaffali nel mercato della madre patria giapponese: Hitler’s Revival – Top Secret. Il potentissimo Ladd Spencer, con il suo braccio meccanico allungabile, doveva infiltrarsi in un fantomatico stato nazista, con stendardi rossi issati in ogni dove, per porre termine al ritorno del Fuhrer in persona. La versione con testi in inglese vide sparire qualsiasi riferimento al nazismo… eccezion fatta per i baffi del boss finale, ribattezzato Master-D. Curiosamente, fu comunque mantenuta anche nel mercato occidentale la sequenza di morte di Master-D, che vedeva il suo cranio esplodere in grumi di sangue violaceo, con un gusto splatter assolutamente inusuale per un videogioco degli anni 80.

Un po’ come… Sniper Elite V2 (Rebellion Developments, 2012)

Anche la famosa serie di cecchinaggio permetteva di piazzare una pallottola in fronte al Fuhrer, e questa volta con un livello di fotorealismo che premette di dissipare ogni dubbio riguardo la sua reale identità. Disponibile come DLC sia nel secondo che nel terzo titolo della serie, Hitler si concede anche il lusso di guidare un’armata di non-morti nella storyline Zombie Army Trilogy. Anche in questo caso, tuttavia, non è la svastica a campeggiare sul braccio del boss, bensì un simbolo fittizio che ricorda un fuoco d’artificio nero su fondo bianco.

Il caro vecchio Master-D e il suo celebre fuocherello d’artificio


Dead or Alive Xtreme Beach Volleyball (Tecmo, 2003)

Temibile, no?

Non se ne era mai fatto mistero nemmeno nei titoli “normali” della serie Dead or Alive. Prima ancora degli improbabili Hayabusa o Bass, o dell’intero battle system basato sulla morra cinese, le protagoniste morali erano le lottatrici. O meglio, una loro parte anatomica, animata con cura certosina e con motori fisici sempre un passo avanti rispetto al resto del mondo. Un match di Dead or Alive si trasformava sempre in una contemplazione estatica di una gloria sussultoria di sofficità non-newtoniane, messe in moto praticamente da qualsiasi evento, dalla presa più bestiale al minimo respiro. Diventava naturale dimenticarsi di tutto il resto, del senso del gioco e di cosa si stesse facendo, del fatto che le protagoniste avessero una backstory o anche soltanto un nome. Siccome alla Tecmo sapevano bene cosa piaceva ai fan più agguerriti, e siccome i fan erano per lo più giapponesi, nel 2003 fu naturale dare a Dead or Alive una sua paradisiaca sublimazione in cui i combattimenti venivano totalmente ripudiati, i personaggi maschili venivano giustamente mandati a fanculo, e si facevano dedicare le otto prosperose lottatrici a roventi partite di beach volley e altre simili amenità. Un meraviglioso osservatorio su tette in altissima definizione, che ha avuto anche due seguiti ancora più dettagliati e abbondanti. Non di contenuti propriamente detti, ovviamente.

Un po’ come… Senran Kagura (Enterbrain, 2011)

In realtà, quella di Dead or Alive non è una deriva frutto di una particolare fantasia erotica di uno sviluppatore eccentrico, ma solamente la proposta al pubblico globale, sotto forma di spin-off, di qualcosa che in terra nipponica ha smesso di fare scalpore da decenni. In mezzo a serie concepite direttamente come simulatori di appuntamenti e/o di voyeurismo, altri action/picchiaduro come Senran Kagura si sono dilettati con uscite che non provavano neanche a dissimulare la loro natura di pretesti per svestire donne. Degno di menzione l’episodio Bon Appétit, ibrido tra un gioco di cucina e un rhytm game.

La fragolosa Benedetta Parodi dei nipponici (e anche l’unica foto pubblicabile del videogioco)


Clodogame (2009)

Io no facio praio

Clodo, in francese, è un sinonimo della parola clochard. Clodogame, come è a questo punto facilmente intuibile, è un titolo che -alla stregua del Tabbozz Simulator che a inizi duemila fece provare a tutti l’ebbrezza di fare il tamarro discotecaro meneghino- permette di vestire i lerci e lisi panni di un senzatetto per le strade della capitale francese. Cosa strana per un videogioco nato comunque per restare nella ristretta nicchia dei free-to-play online (ma nemmeno troppo: si veda quanto successo per Marò Slug in Italia) il titolo riuscì ad attrarre su di sè le violente critiche delle associazioni per senzatetto, del Le Parisien, di France 2 e addirittura del governo francese -nella persona del segretario di stato per lo sviluppo urbano- che biasimò gli sviluppatori come “creatori di giochi che sfruttano la sofferenza umana e tutti i più sordidi luoghi comuni come trovate pubblicitarie, e che disprezzano la dignità delle persone”. Come sempre in questi casi, la mobilitazione portò i fruitori del gioco a stringersi attorno ad esso e a fidelizzarcisi, soffiando sul fuoco di numerose community e forum dedicati. Il risultato: Clodogame conta 2.2 milioni di utenti iscritti ed ha raggiunto una longevità rarissima per la categoria di strategici da browser cui appartiene. A sette anni dalla sua pubblicazione, c’è ancora gente che non s’è stufata di picchiare altri senzatetto e rubare portafogli.

Un po’ come… Superbarbone (2013)

L’attrazione per i barboni attraversa i confini della Francia e raggiunge quelli di un imprecisato paese dell’est, dove tale Dmitriy Kislovsky decide di sviluppare un simulatore di vita di strada per piattaforme mobile. Il delicatissimo slogan “Trasforma il barbone in un uomo!” introduce un videogioco che permette di evolvere la propria residenza da “Cespugli” fino ad “Attico”, di dedicarsi a lavoretti per raggranellare moneta, e -non meno importante- di curare il proprio umore con divertimenti come “vomita in mensa”, “riposati su un monumento” o “divelli una tazza del gabinetto”.

Tutte le storie di successo cominciano così

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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