Cose molto sbagliate nei videgiochi #5: America’s Army, Ethnic Cleansing

Quando sperano che le tue pallottole virtuali un giorno diventino reali.

Spesso lobotomizzanti e capaci di riempire la totalità del tempo libero dei propri fruitori -specialmente dei più giovani- i videogiochi sono stati facile preda di chi volesse, con forza, comunicare dei messaggi non proprio pacifici. Quattro esempi di orribile penetrazione della propaganda all’interno del mondo dell’entertainment.


Ethnic Cleansing (Resistance Records, 2002)

Tutti i nemici latinoamericani, ovviamente, indossano sombreri.

Un videogioco che porta un titolo tanto eloquente non poteva che essere nelle primissime posizioni di tutte le classifiche di videogiochi più razzisti della storia: infatti il caro vecchio Google conferma che è esattamente così. Ethnic Cleansing è prodotto del tentativo di diversificazione dell’offerta di un’etichetta discografica (!) statunitense, che in un maldestro scimmiottamento di motti del Che si chiama Resistance Records, e che era attiva già da svariati anni nel mercato della musica dei separatisti e suprematisti bianchi. Alle spalle della casa discografica c’era, in realtà, il partito di estremissima destra National Alliance, che voleva promuovere (anche) con il potentissimo medium videoludico le sue tenerissime idee di uguaglianza e fratellanza: nell’unico livello di Ethnic Cleansing ci si muove all’interno di un ghetto pullulante di nemici afro e latinoamericani, sterminati i quali si potrà procedere nelle fogne dove si sventerà un progetto di dominazione del mondo a opera di una versione digitale di Ariel Sharon. Sviluppato quindici anni fa con il già vecchio motore Genesis3D e con due lire, Ethnic Cleansing riuscì a diffondersi tra un paio di migliaia di brufolosi adolescenti statunitensi. Per quanto la sua puerilità non lo rese chissà quale minaccia per le comunità che sceglieva come obiettivi, riuscì comunque a inguaiare i produttori della piattaforma di sviluppo con cui era stato realizzato, che si videro obbligati ad aggiungere alle proprie voci contrattuali anche l’obbligo a non utilizzarla per realizzare videogiochi promotori di odio razzista.

Un po’ come… Muslim Massacre – The Game of Modern Religious Genocide (Eric ‘Sigvatr’ Vaughn, 2008)

Sviluppato nel gennaio 2008 da un membro del sito parodico Something Awful, un po’ per provocazione un po’ per cavalcare l’onda delle sicure polemiche, questo shoot’em’up con visuale dall’alto si proponeva di far vestire i panni di un “American Hero“, impegnato a fare indiscriminata poltiglia di soldati e civili mediorientali. L’uragano critico restò latente fino alle commemorazioni del settimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, quando il titolo balzò agli onori delle cronache e si ricominciò a parlare anche nelle tv di quanto un bambino che ci giocasse potesse a un certo punto decidere di andare in strada e fare una strage di musulmani. Dimostrando di aver capito benissimo come fermare un fenomeno su internet, Mohammed Shafiq (capoccia della britannica Ramadhan Foundation, associazione islamica giovanile) chiosò che “bisogna far pressioni ai grandi Internet Service Provider perché intervengano contro i siti che diffondono queste cose”.

Lo slogan del gioco era: “Don’t be a liberal…! Download the game now”


America’s Army (US Army, 2002)

Il gioco di squadra era assolutamente essenziale: due colpi e si era morti.

Al di là della -in fin dei conti- innocua propaganda in videogiochi prodotti nelle camerette di cazzoni strafottenti o di messianici razzisti con pochi fondi. Al di là delle infondate teorie del complotto guerrafondaio che vedeva ogni sparatutto in cui si uccidevano nazi e russi e musi gialli come una non troppo nascosta pubblicità alla forza armata più imponente del globo terracqueo. Nel 2002 l’Esercito Americano e la sua agenzia stampa giocò a carte scoperte e pubblicò la versione 2.0 dello Zio Sam e del suo sobrio cappello, che ti desiderano e ti indicano voluttuosamente. Questa volta il manifesto si anima e diventa un fighissimo FPS, tattico e iperrealistico, profondo e graficamente eccezionale. Un Ghost Recon iperpotenziato. La mossa è -dal punto di vista dell’esercito- doppiamente geniale: da un lato far sembrare la guerra un gioco ai rincoglioniti digitali del ventunesimo secolo; dall’altro far leva sul maniacale perfezionismo dei giocatori di FPS per trovarsi dei potenziali soldati già ampiamente addestrati per situazioni di guerra reale. Per esempio, per poter curare i propri commilitoni sul campo (cosa indispensabile perché il danno da armi da fuoco è realisticamente devastante) era indispensabile spawnare in un ospedale, sedersi, seguire una lezione sul primo soccorso, e infine sostenere un esame a riguardo. Nonostante le associazioni per la pace abbiano più volte provato a boicottarlo come becera forma di “militainment”, America’s Army si è affermato come franchise di successo, dando vita a tre seguiti, un porting per XBox e uno per telefonini, un arcade e una serie di fumetti. All’armi.

Un po’ come… Glorious Mission (Giant Interactive Group, 2011)

…e ovviamente sono saltate fuori anche le controparti. Glorious Mission è la risposta dell’Esercito Popolare di Liberazione (quello cinese, per intenderci). Disponibile -ovviamente soltanto in Cina- in due varianti: una per il popolo, online, massiva e volta all’addestramento di potenziali macchine da guerra. Un’altra attivabile soltanto a riconosciuti membri dell’esercito, con otto campagne create come “svago” per chi è già un militare. Così, giusto per farli evadere un po’.

Cosa significa essere “popolari” in Cina: Glorious Mission ha avuto picchi di 300 milioni di giocatori.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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