The Fuse – Gridlock: omicidi classici in strani futuri geostazionari

“Caso complicato… un omicidio, droga, terroristi e ora ci si mettono pure gli avvocati aziendali.”

Portata in Italia da SaldaPress e composta di titoli avallati personalmente niente meno che da Robert Kirkman (per chi non lo sapesse, autore del fortunatissimo The Walking Dead), la collana Skybound sembra cominciare ad essere garanzia di fumetti d’assoluto interesse e, soprattutto, pregni di spunti di inusuale originalità. The Fuse, giunto alla sua seconda uscita, si muove in una direzione assolutamente atipica: un’ambientazione spaziale e futuristica, in un non precisato futuro in cui la gente si è stabilita sull’enorme struttura geostazionaria da cui la serie prendo il nome, dove però si muovono investigazioni nelle quali non è difficile riconoscere i movimenti dei più classici dei gialli.

 

Dopo il traumatico insediamento del novellino Ralph Dietrich alla mercè del sarcasmo dell’anziana, scafata e sarcastica detective Klementina Ristovych (narrato nel primo volume, “Il turno russo“), in questo nuovo Gridlock i due protagonisti si trovano alle prese con un delitto che tira in ballo elementi immancabili per una crime story: le bande, i quartieri di spaccio e le corse clandestine, la corruzione e la droga come fondamentale agitatore (e terminatore) delle umane vicende. E malgrado non si evitino cliché giallistici immutati dai tempi di Agatha Christie -come le classiche epifanie finali annunciate con facepalm ma poi svelate pian piano al lettore- il caso regge per tutte le (tante) pagine del volume, mantenendosi avvincente e regalando una discreta quantità di colpi di scena e di comparse che risultano (per quanto possibile) anche discretamente caratterizzate.

Ciò che (ancora?) funziona un po’ meno è però il background scelto per l’intreccio, che spesso -tralasciando scelte infelici come l’imprecazione ‘merda spaziale!’- sembra dare connotati più stilistici che sostanziali alle vicende che vengono raccontate: si parla di gare clandestine chiamate Gridlock su motociclette magnetiche in debito d’ispirazione con Tron, ma nei fatti poco cambierebbe se ci si trovasse a che fare con beghe tra bikers con giubbotti di pelle e a cavallo di Harley Davidson. Restano comunque sprazzi incoraggianti, elargiti sotto forma di piccoli bocconi informativi raccontati rapidamente tra un interrogatorio e l’altro, riguardo la storia del Fuse, la politica attorno alla sua costruzione, la presenza di organizzazioni ribelli anti-establishment pronti a un colpo di stato alla Mr. Robot: ci sono tutti i presupposti per il decollare di una trama di maggior spessore rispetto a singoli casi autoconcludenti.

Dopo due soli volumi The Fuse resta comunque un lavoro valido e interessante, in cui Anthony Johnston (già affermatosi con il post-apocalittico Wasteland) si è evidentemente divertito a inserire citazioni e riferimenti che i cultori della science fiction non possono non cogliere e apprezzare. Di impatto (forse anche troppo, inizialmente) i tratti di Justin Greenwood e ancor di più i colori di Shari Chankhamma, azzeccatissimi nel contrapporre opulenza da high-class (che come Beneath A Steel Sky insegna si stabilisce sempre in piani privati pieni di viali alberati) e grigissime, alienate desolazioni umane.


The Fuse – Vol. 2: Gridlock
Anthony Johnston, Shari Chankhamma, Ryan Ferrier
Saldapress, 2017
16,8 x 25,6, brossurato, 160 pp., col.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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